di Pierangelo Vacchetto
ALBA – «La musica è abbastanza divina». Bastano poche parole a Paolo Conte per spiegare il rapporto che da una vita lo lega alle note, alle melodie e alle canzoni. Lo ha raccontato sabato 7 novembre alla Fondazione Ferrero di Alba, dove è arrivato per presentare Quanta strada nei miei sandali. Tutti i versi, il volume pubblicato da Il Saggiatore che riunisce per la prima volta tutti i testi delle sue canzoni, dal 1974 a El Greco, del 2021.
A dialogare con lui Michele Serra, in un incontro che ha attraversato oltre cinquant’anni di musica e di vita, tra ricordi personali, jazz, tango, ironia e scrittura. Ma la presentazione ha riservato anche una sorpresa: Conte sta lavorando alla catalogazione di centinaia di cassette, insieme a un’archivista romena. Registrazioni nelle quali stanno emergendo versioni alternative, materiali inediti e passaggi interessanti della sua produzione.
Proprio su questo patrimonio sonoro Serra ha coinvolto Caterina Caselli, presente in sala, suggerendo di trasformare il lavoro di ricerca in qualcosa che possa essere ascoltato dal pubblico.
Un appuntamento speciale, il primo di Paolo Conte alla Fondazione Ferrero, accolto dal presidente Carlo Vassallo, che ha ricordato l’impegno della Fondazione nella promozione culturale e il ruolo avuto in questo percorso da Maria Franca Ferrero. «Paolo Conte è al di fuori di ogni scuola», ha detto nel salutarlo.
Accanto al cantautore e a Michele Serra sono intervenuti la curatrice del volume Manuela Furnari e i professori Giulio Ferroni e Marcello Verdenelli. In platea, oltre al presidente della casa editrice Il Saggiatore Luca Formenton, anche il fratello Giorgio Conte e Caterina Caselli.
Un canzoniere poetico che attraversa oltre cinquant’anni
Il libro raccoglie in un’unica edizione testi che hanno accompagnato generazioni di ascoltatori. Non una semplice antologia, ma un percorso rivisto e corretto dallo stesso autore, con un suo testo introduttivo.
Manuela Furnari ha sottolineato la particolarità dell’operazione: portare sulla pagina parole nate per la musica, senza perdere il legame con le melodie che le hanno generate.
Nei versi di Conte convivono italiano, dialetto, francese, slang americano e termini tecnici. Poche parole bastano per evocare luoghi, personaggi e atmosfere. È una scrittura che non descrive soltanto: costruisce immagini, suggerisce storie, lascia spazio all’immaginazione.
Giulio Ferroni ha letto il volume come il racconto di un’epoca. Nelle canzoni di Conte si ritrovano la modernità del dopoguerra, le speranze degli anni Sessanta e Settanta, le contraddizioni di una società in trasformazione e l’apertura verso le musiche internazionali, a cominciare dal jazz. Amori, illusioni, disincanto e memoria diventano così parte di una storia collettiva.
Marcello Verdenelli ha parlato di un vero e proprio «canzoniere poetico», sottolineando come la successione cronologica consenta di seguire l’evoluzione dell’autore, ma anche di tornare alle radici del suo lavoro: quel rapporto inscindibile tra musica e parola.
Michele Serra ha chiesto a Conte che cosa si provi a ritrovare in un solo libro l’intera produzione dei propri testi. La risposta è stata misurata, come il suo stile: «C’è dentro un po’ tutta la mia carriera e un bel pezzo della mia vita».
Il cantautore ha ringraziato chi ha lavorato al progetto e ha riconosciuto che la raccolta restituisce un senso di unità a canzoni che aveva sempre concepito come momenti autonomi.
Serra ha poi osservato il pudore della sua scrittura, la distanza dalla retorica, la capacità di dire molto con poche parole. Conte ha ricondotto questa libertà a un insegnamento del padre: «Non prendere nessuna tessera, nemmeno della bocciofila».
«Mi sono sempre ritenuto uno spirito libero», ha aggiunto, spiegando di aver voluto mantenere la propria indipendenza anche frequentando amici e musicisti molto impegnati sul piano politico e sociale.
La musica prima delle parole, tra melodie e colori
Il cuore della conversazione è tornato alla musica. «È abbastanza divina», ha detto Conte, perché contiene qualcosa di impalpabile, impossibile da controllare con i sensi.
E ha svelato ancora una volta il suo metodo: «Ho sempre scritto prima la musica e poi le parole». La melodia è il primo piacere, il punto di partenza. I testi arrivano dopo, con pazienza, matita e gomma, cercando di farli sembrare nati insieme alla musica.
Ha raccontato anche una curiosa associazione personale tra note e colori: il do è bianco sporco, il re bemolle nero, il re naturale marrone, il mi bemolle celeste, il mi minore verde, il fa rosso, il sol bianco. Il la bemolle è bordeaux, il la naturale rossastro, il si bemolle blu scuro e il si naturale grigio antracite.
Una vera e propria scala cromatica che accompagna il suo modo di sentire i suoni.
Tra gli oggetti più cari a Conte c’è il pianoforte a mezza coda appartenuto al padre, lo stesso strumento sul quale ha composto le prime canzoni e che continua a tenere in casa accanto ad altri. Un legame affettivo prima ancora che musicale.
La passione per il jazz nasce invece in famiglia. Conte ha ricordato i genitori, giovani durante il fascismo, che gli permisero di ascoltare musica americana, francese e inglese in un periodo in cui quella cultura era osteggiata. Un privilegio che ha segnato tutta la sua formazione.
Ha attraversato le diverse stagioni del jazz, ma ha confessato di essere tornato soprattutto alle origini, alle atmosfere degli anni Venti, che considera una straordinaria fucina di sensazioni.
Nel dialogo con Serra è entrata anche la danza, soprattutto il tango. Per Conte il ballo è comunicazione, gesto artistico, linguaggio. I ballerini e le loro figure eleganti diventano spesso personaggi delle sue canzoni.
Serra ha individuato nella scrittura di Conte una particolare convivenza tra comicità e sentimento, tra malinconia e ironia. Una forma di pudore che impedisce alla commozione di diventare retorica. Conte ha riconosciuto entrambe le componenti: il pudore e il senso dell’umorismo.
Da «Macaco» a «Hemingway», le storie dietro le canzoni
Tra i racconti più divertenti della serata, quello sull’origine di Macaco. Una mattina, in via della Zecca Antica, Conte era alla guida della sua Giulietta quando aveva notato una donna molto bella. Si era fermato, ma quando lei si era voltata gli aveva rivolto un appellativo inatteso: «Macaco». Da quell’episodio è nata una canzone.
Diversa l’origine di Hemingway. In quel caso Conte cercava un’atmosfera cinematografica: una Venezia notturna, la presenza di un fantasma, una scena da costruire prima con la musica e poi con le parole.
È il suo modo di lavorare: partire da un’immagine, da un suono, da una suggestione e lasciare che la canzone trovi la propria strada.
Tra i brani che avrebbe voluto scrivere ha citato Bisanzio di Francesco Guccini.
E non è mancata una digressione sul vino: Conte ha detto di preferire i vini astigiani, meno alcolici di quelli oggi in commercio, mostrando apprezzamento anche per il Pelaverga delle Langhe.
Centinaia di cassette da riscoprire: la proposta a Caterina Caselli
Il passaggio forse più inatteso è arrivato quando Paolo Conte ha raccontato di star portando avanti, insieme a un’archivista romena, un lavoro di catalogazione e ascolto di centinaia di cassette raccolte nel corso degli anni.
Un archivio che sta restituendo materiali preziosi: versioni diverse di canzoni conosciute, registrazioni, prove e brani inediti. Non semplici documenti da conservare, ma testimonianze del processo creativo di un autore che ha sempre lavorato per sottrazione, cercando la forma definitiva attraverso tentativi, variazioni e ripensamenti.
Serra ha lanciato a Caterina Caselli la proposta di trovare il modo di trasformare questo lavoro di catalogazione in un progetto sonoro, qualcosa che permetta di ascoltare e condividere una parte di quel patrimonio.
Un’idea che potrebbe aprire una nuova finestra sulla produzione di Conte, facendo conoscere al pubblico materiali rimasti finora custoditi nelle cassette.
La serata alla Fondazione Ferrero ha mostrato ancora una volta quanto Paolo Conte sia un autore difficilmente classificabile. Musicista, poeta, narratore di immagini, osservatore ironico dell’esistenza, ha costruito un linguaggio personale nel quale convivono jazz e canzone, cultura popolare e raffinatezza, malinconia e leggerezza.
Quanta strada nei miei sandali non è soltanto la raccolta dei testi di una lunga carriera. È anche una mappa attraverso oltre mezzo secolo di musica e di vita, un viaggio nella memoria collettiva italiana e in quell’immaginario che Conte ha saputo creare senza mai spiegare troppo, lasciando che fossero le melodie, le parole e i personaggi a parlare.
E mentre le sue canzoni trovano una nuova casa sulla pagina stampata, le centinaia di cassette ancora da ascoltare ricordano che il viaggio non è finito. C’è ancora musica da scoprire, forse persino un altro Paolo Conte da incontrare, nascosto tra le registrazioni di un archivio che aspetta di essere restituito all’ascolto.















