di Maria Delfino
IL CASO – Nelle api dimora l’energia vitale della natura, la possibilità di propagazione e diffusione di informazioni essenziali alla vita, la capacità di rigenerazione e di resilienza degli ecosistemi. Nei loro movimenti è scritto il destino dei processi naturali: serve dunque ascoltare queste popolazioni di insetti, tracciare bilanci di un anno appena trascorso per immaginare un futuro più sostenibile.
La Granda: terra simbolo del settore

La provincia di Cuneo è da sempre una delle terre simbolo dell’apicoltura piemontese e continua a detenere il primato regionale per numero di attività e importanza del settore. Una vocazione che nasce oltre un secolo fa nel Roero, dove agli inizi del Novecento si sviluppò l’apicoltura moderna, e che oggi resta un punto di forza dell’agricoltura locale. Nel Cuneese operano circa 1.600 apicoltori: una rete capillare che copre valli, colline e pianure.
Aspromiele: clima e parassiti sono una minaccia
Eppure, come spiegano i tecnici di Aspromiele, i fattori di rischio per api e altri impollinatori sono molteplici nelle Langhe e nel Roero: «Oltre allo stress climatico e alla Varroa (un parassita che attacca le api), resta una minaccia costante la presenza della Vespa velutina (calabrone asiatico) che ha ormai consolidato popolazioni stabili in alcune aree del Piemonte. La sua presenza influisce negativamente sulla vitalità delle api, oltre a essere un danno ambientale a livello ecologico». In particolare, il calabrone asiatico è presente nel Cebano, Monregalese e in alta Val Tanaro. Un numero sempre maggiore di nidi è stato neutralizzato grazie al lavoro delle squadre formate appositamente dall’associazione, ma la carenza di fondi economici sta gravemente limitando l’attività di contrasto.

Il paesaggio agricolo cambia
«Il settore apistico piemontese attende da mesi risorse economiche dalla Regione Piemonte, specifiche per le attività contro la vespa asiatica», dicono i tecnici. Intanto, il paesaggio agricolo cambia rapidamente: «La scomparsa di prati, siepi e fioriture spontanee riducono il cibo a disposizione delle api nei periodi più delicati dell’anno. Meno fiori significa meno nettare e polline, con conseguenze dirette sulla salute degli alveari e sulla produzione di miele». E concludono: «Anche in questo caso l’associazione si sta muovendo su più fronti, cercando di offrire nuove opportunità agli apicoltori e di valorizzare il ruolo fondamentale svolto dalle api nel servizio ecosistemico dell’impollinazione, imprescindibile per ambiente e agricoltura. In questa direzione si inserisce il lavoro avviato sui cosiddetti crediti di natura o di biodiversità, strumenti riconosciuti a livello europeo che potrebbero permettere di premiare chi contribuisce a tutelare l’ambiente».
Le sfide
Insomma, il settore apistico dimostra resilienza, ma le sfide da affrontare restano pesanti: sanità degli alveari, impatti climatici, concorrenza sleale, aumento dei costi di produzione e tutela delle biodiversità. Tutto questo richiede collaborazione tra tecnici, istituzioni e consumatori.

