IL PERSONAGGIO Dopo 42 anni Marita Marolo lascia il Borgo del Fumo

93 anni, energica come sempre, ha deciso di lasciare il passo a un nuovo presidente. Racconta a Gazzetta la sua storia

IL PERSONAGGIO Dopo 42 anni Marita Marolo lascia il Borgo del Fumo

di Davide Barile

ALBADopo quarantadue anni, Marita Marolo ha lasciato la presidenza del borgo del Fumo. «Ho dato le dimissioni il 31 dicembre», spiega con la stessa grinta di sempre, «ho 93 anni e ormai il mal di schiena non mi permetteva di continuare a impegnarmi come prima. Il 7 gennaio, l’assemblea del borgo ha eletto Beppe Marangon, nostro storico volontario, che sarà affiancato dalla vicepresidente Giuliana Filippi. Per concludere il mio percorso, è stato necessario firmare diversi verbali e trasmetterli ai vari enti: oggi c’è troppa burocrazia, ricordo che agli inizi, da questo punto di vista, era tutto molto più semplice».

Tra i presidenti dei borghi che fanno parte della Giostra delle cento torri, Marita è stata la persona più anziana, mentre il primato di longevità al timone è di Ines Manissero del San Lorenzo, entrata in carica due anni prima di lei. Nel borgo del Fumo, Marolo è comunque, per distacco, la primatista. Marita spiega: «Il primo presidente, nel 1967, fu Felice Prunotto. Dal 1968 al 1970 ci fu Luciano Busca, che era mio cugino. Nel 1971 non partecipammo al Palio, l’anno successivo l’incarico toccò a Giorgio Bono poi vennero Valeriano Prunotto per un biennio e Piero Berruti dal 1975 al 1979. Prima di me, ci fu Gianfranco Vassena, era di Como e lavorava alla Ferrero».

Da Ricca ad Alba

Marita, nata a Ricca, abita ad Alba dal 1955, anno del matrimonio con Carlo Mondo. Dal 1970 è in corso Piave, a due passi da quel bar omonimo dove, negli anni Sessanta e Settanta, si ritrovavano i borghigiani. Racconta: «Ho iniziato dando una mano senza incarichi ufficiali, poi mio marito è entrato nel comitato e, quando è uscito, l’ho sostituito. Senza accorgermene, mi sono trovata vice e poi presidente. All’epoca bastava accordarsi a parole, erano altri tempi. Quando la Famija albèisa ci chiese del materiale per preparare il libro Il palio di Tonino Buccolo, Enrico Necade e Giulio Parusso, io e Beppe Salemi ci mettemmo all’opera fino alle due di notte per cercare i documenti relativi al borgo. Fino ad allora non avevamo niente di niente, fatta eccezione per lo stendardo e la prima fotografia scattata da mio fratello Gianni».

I collaboratori del borgo «sono tutti volontari, è un impegno enorme e richiede tanto lavoro anche in aspetti che, da fuori, appaiono meno. Penso, per esempio, alle lunghe ricerche storiche necessarie per creare i costumi adeguati, comprare spade e accessori coerenti con l’epoca e inscenare i vari episodi. Nei primi anni del Palio, praticamente nessun borgo aveva costumi di proprietà, li affittavamo dai teatri di Torino e Milano. Poi, col passare del tempo, dopo aver scattato una foto si cercava di copiarli e cucirli. Andando avanti ci siamo specializzati, abbiamo delle sarte molto abili ma ancora oggi, per comprare i velluti e i broccati, è necessario andare a Torino».

Tanto impegno e passione

Il lavoro dietro ogni abito «è lunghissimo e, tutti gli anni, cerchiamo di farne uno o due, a seconda dell’incasso del Baccanale. Se in quei due giorni piove, ci giochiamo il bilancio. Il Comune, da circa dieci anni, eroga a ogni borgo 4.200 euro annui. Considerando che per la sede di corso Europa paghiamo 350 euro al mese, la somma va interamente a coprire il canone d’affitto. Ci sono poi tutti gli extra, come le spese condominiali che ammontano a ottocento euro l’anno». Prima di trasferirsi, dodici anni fa, nell’attuale spazio, il borgo del Fumo aveva come base un deposito in via Damiano Chiesa, «erano due stanze e una cantina, un posto misero, brutto e umido. Ora stiamo bene, ma nonostante la nuova sede misuri cento metri quadrati, lo spazio inizia a essere insufficiente. I vestiti sono tutti dentro grandi armadi fabbricati da Berruti con le ante gialle e rosse».

I costumi tipici

Tra i costumi, ci sono anche quelli di Matè el bertolè e sua fomna Marieta, i personaggi del borgo del Fumo protagonisti del Carnevale della Famija albèisa: «Si tratta di un abito dell’inizio del Novecento in fustagno. Matè rappresenta il lavoratore delle fornaci che, dal mattino alla sera, modellava tegole e mattoni. Per rendere meno pesante il compito, Marieta gli portava un cestino pieno di vino e cose da mangiare». Il fumo delle fornaci presenti nel rione ha dato il nome al borgo, vincitore del Palio degli asini nel 1947, 1948, 1968, 1970 e 2011. «L’ultimo trionfo è arrivato l’anno in cui il pittore del drappo è stato Valerio Berruti, che fin da bambino ha collaborato con il nostro borgo».

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