di Davide Barile
LA MOSTRA – Nell’ambito della mostra “Cambia-menti” del Gruppo fotografico albese, sabato 21 febbraio, alle 21, nel palazzo delle mostre e dei congressi Giacomo Morra, Guido Harari e Katiuscia Biondi presenteranno il libro Nella camera oscura di Mario Giacomelli, edito da Rizzoli Lizard. Harari, fotografo di fama e albese d’adozione, insieme alla nipote di Giacomelli sarà accompagnato da Giovanna Calvenzi.
Spiega Harari: «L’idea del libro nacque in occasione del mio incontro con Giacomelli nel 1999. Lavoravo al progetto della mostra “Italians”, poi approdato nel 2024 anche alla fondazione Ferrero. Gli chiesi di fotografarlo nella sua camera oscura, il cuore del suo processo creativo, una specie di antro dello sciamano pieno di oggetti, stampe fotografiche, riferimenti, aforismi scritti sui muri, quadri dipinti da lui stesso. L’incontro fu talmente stimolante che gli chiesi di poter tornare nella sua casa e documentare tutto in ogni minimo dettaglio, ma purtroppo morì poco dopo».
L’intervista

Come mai il progetto è stato ripreso ora?
«Per una ventina d’anni l’idea è rimasta latente, finché ho conosciuto Katiuscia, che nel frattempo aveva preso le redini dell’archivio. Negli ultimi anni ho scoperto di avere maturato molti punti di contatto con la poetica e il pensiero di Giacomelli e per fortuna la nipote ha capito e sposato il progetto».
Quali le fasi successive?
«Ho fotografato in ogni dettaglio la camera oscura, con un’improvvisa urgenza dovuta alla necessità non rinviabile di demolire la casa ormai fatiscente. Insieme a Fiorenzo Calosso (altro fotografo albese di talento e molto noto, ndr) e al video operatore Alberto Lavezzo abbiamo documentato tutto il possibile, mentre Katiuscia ha sviluppato un racconto del processo creativo del nonno soprattutto attraverso i provini a contatto, i suoi appunti di lavoro, le agende e le poesie. È affiorato moltissimo materiale inedito, in buona parte usato per le due grandi mostre che hanno celebrato il centenario della nascita di Giacomelli, a Milano e a Roma, e una terza a Senigallia, la città natale del fotografo, focalizzata proprio sui materiali della camera oscura».
Per quali innovazioni e caratteristiche, Giacomelli è nella storia della fotografia?
«È un caso unico nella storia della fotografia italiana, un pioniere che ha trovato una sua inconfondibile cifra stilistica senza quasi mai muoversi da Senigallia, sviluppando un approccio performativo nelle sue fotografie, spesso ideate in serie ispirate da poesie e dal territorio che lui ben conosceva. Mi ha affascinato la sua eterna irrequietezza, il suo aggredire e trasformare le sue immagini in camera oscura attraverso il processo di sviluppo e soprattutto stampa, quasi sempre in bianco e nero. La sua innovazione principale, a mio avviso, è stata aver liberato totalmente la fotografia da qualunque rigore accademico e da inutili sofismi. Per lui, fotografare era semplicemente vivere, a cuore aperto».
Che ricordo ha di lui?
«Di una persona innamorata della vita e dell’arte, salgarianamente pieno del suo mondo nel raggio di pochi chilometri quadrati. In una dimensione finita, riusciva a toccare vette di infinito che lo hanno reso celebre dappertutto. È il fotografo italiano più collezionato al mondo e il primo a esporre al Moma».
In che modo associazioni come il Gfa contribuiscono alla diffusione della cultura fotografica?
«Mi pare che l’associazione abbia recepito il principio di una cultura fotografica in costante movimento, qualcosa di trasformativo che prende le distanze da ansie estetiche o imitative. Un fatto evidente nell’ultima mostra in corso al palazzo Mostre e congressi. Ho rilevato spinte in avanti e scelte precise di temi molto attuali, che vanno incoraggiate».
