REFERENDUM – Mentre si avvicina la data del 22-23 marzo (QUI il contenuto della riforma), quando gli italiani saranno chiamati a votare sul referendum in materia di giustizia, e si accende lo scontro politico, proponiamo le interviste “parallele” a due rappresentanti del territorio.
PER IL Sì. Ponzio: «Garantite finalmente terzietà e imparzialità: si applicherà l’articolo 111»
D’accordo con la riforma Nordio è l’avvocato albese Roberto Ponzio.
Lei è un convinto sostenitore del sì per il referendum costituzionale in tema di giustizia. Perché, Ponzio?
«È una riforma liberale che migliorerà la qualità della giurisdizione e rafforzerà i diritti del cittadino, che comparirà davanti a un giudice diverso da chi lo accusa, come è diverso da chi lo difende. È finalizzata a dare attuazione all’articolo 111 della Costituzione, che stabilisce come il processo si debba svolgere nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale».
Perché è utile separare le carriere dei magistrati?
«La Costituzione prevede non solo un giudice imparziale, ma anche terzo. Se si accede alla carriera con lo stesso concorso, se si ha la stessa formazione presso la scuola unitaria della Magistratura, se si ha un unico Consiglio superiore della magistratura (Csm), si crea una colleganza e diventa improprio parlare di terzietà. In uno Stato di diritto, coloro che indagano e coloro che giudicano non dovrebbero appartenere alla stessa famiglia. La giustizia non solo deve essere imparziale e terza, ma anche apparire tale».

La riforma varata dal Parlamento e sottoposta al voto prevede due Consigli superiori della magistratura e un’Alta corte disciplinare a cui vengono delegati i compiti in capo al Consiglio superiore della magistratura. Quali sono i vantaggi?
«Se i giudici e i pubblici ministeri avranno carriere distinte, dovranno avere propri e diversi organi di autogoverno. Si gestiranno così carriere e valutazioni in modo separato. I distinti Csm saranno presieduti dal presidente della Repubblica, un’indiscutibile garanzia. La competenza disciplinare, poi, affidata a un’Alta corte garantirà più autonomia nel giudizio».
La riforma altera profondamente l’equilibrio tra poteri disegnato dalla Costituzione, in particolare tra potere giudiziario (esercitato dai magistrati), potere esecutivo (Governo) e potere legislativo (Parlamento): è la tesi dei sostenitori del no. Che cosa ribatte, Ponzio?
«La riforma migliorerà la qualità della giurisdizione e completerà l’evoluzione del sistema processuale verso il modello accusatorio. La separazione delle carriere requirente e giudicante è una conseguenza del modello processuale introdotto dal Codice di procedura penale varato nel 1989 ed elaborato da due insigni giuristi quali Giuliano Vassalli e Gian Domenico Pisapia».
La riforma costituzionale portata avanti dal Governo Meloni ha la forte impronta di Silvio Berlusconi, come rivendica il centrodestra. Ritiene che il voto degli italiani sulla delicata tematica ne sarà influenzato?
«La riforma non ha né deve avere colore politico. Era presente anche nel programma del governo di Massimo D’Alema. Non è né di destra né di sinistra, ma finalizzata, seppure in ritardo, ad attuare una norma costituzionale».
Se vincesse il sì che cosa cambierebbe in concreto per il cittadino che deve oggi attendere tempi molto lunghi per avere giustizia?
«La riforma non ha per oggetto i tempi. La separazione delle carriere riguarda l’ordinamento e non la durata dei processi. L’unità delle carriere è stata introdotta nel 1941 dal Governo autoritario fascista: è un’anomalia che condividiamo solo con Turchia, Romania e Bulgaria. Non mi pare che questi siano i modelli da imitare. L’imparzialità di giudizio nasce dalla distanza e non dalla familiarità. Il magistrato deve essere super partes. Per dirla con una metafora sportiva, deve essere l’arbitro».
PER IL NO. Maggi: ««Inutile e molto dannosa: in balìa del potere politico senza risolvere i problemi»
Chi sostiene il no è il Pd, rappresentato sul territorio dalla segretaria della sezione Alba-Roddi Annamaria Maggi.
Il Partito democratico sostiene il no per il referendum costituzionale in tema di giustizia: perché, Maggi?
«Perché è una riforma non solo inutile, ma potenzialmente dannosa. È inutile poiché non produce effetti concreti sulla macchina della giustizia: non riduce i tempi dei processi né l’arretrato. Per avere una giustizia veloce occorre assumere magistrati, cancellieri e assistenti, oltre a un’organizzazione manageriale, il processo telematico e lo snellimento della burocrazia. Lo scopo della riforma è modificare l’assetto costituzionale per indebolire la Magistratura. Inoltre, è una riforma inefficiente: sostituire il Csm con tre organismi indipendenti triplicherebbe i costi. Siamo al referendum perché il Governo, anziché favorire la discussione prevista per le riforme costituzionali, ha scelto un procedimento blindato e senza emendamenti. Era mai successo nella storia repubblicana. L’intento appare punitivo e mira ad alterare quel sistema di pesi e contrappesi che garantisce una legge uguale per tutti, anche per chi governa».
Perché le carriere dei magistrati non dovrebbero essere separate?
«Ci vuole chiarezza: la “riforma Nordio” non punta a una separazione delle carriere che, nei fatti, esiste già grazie alle norme vigenti. L’obiettivo è la separazione delle magistrature, cioè scindere l’ordine dei Pm da quello dei giudici. Ci opponiamo perché il pubblico ministero non deve trasformarsi in un superpoliziotto, ma rimanere un magistrato formato per cercare la verità, anche quando porta all’assoluzione. Separare significa creare Pm con una mentalità meno legata alla cultura della prova e più incline all’accusa. Oggi il Pm guarda alle indagini con l’occhio di chi sa che dovrà sostenere prove davanti a un collega che ragiona con criteri di imparzialità, domani potrebbe indagare con l’obiettivo di vincere la causa, privando il cittadino della garanzia di indagini imparziali».

La riforma del Governo Meloni prevede un’Alta corte disciplinare. Perché non siete d’accordo?
«È questo uno dei punti critici. Si tratterebbe di un “giudice speciale” competente sulle sanzioni ai magistrati per scorrettezze professionali. La Costituzione vieta i giudici speciali per evitare abusi (come quelli avvenuti durante il fascismo). La Corte sarebbe formata da 15 membri: 3 nominati dal Quirinale, 3 dal Parlamento e 9 sorteggiati tra quelli apicali della Cassazione. Il rischio è palese: sarebbe un organo in gran parte sotto l’influenza politica e della gerarchia interna. Così finirebbe l’indipendenza».
Perché si potrebbe alterare l’equilibrio tra poteri disegnato dalla Costituzione?
«La Costituzione prevede che i poteri si controllino a vicenda per evitare abusi. Se la Magistratura perde autonomia, i giudici diventano vulnerabili all’influenza della politica, specialmente nei processi che coinvolgono chi governa. Questa preoccupazione è confermata dall’atteggiamento del Governo Meloni, che parla di invadenza della Magistratura quando questa applica le leggi a tutela del cittadino. L’indipendenza dei giudici esiste per garantire che il potere politico non sia al di sopra della legge».
L’impronta di Silvio Berlusconi influenzerà il voto?
«La separazione delle carriere era un pilastro del piano della P2. L’obiettivo era rendere la Magistratura guidabile dall’alto. Quando Nordio sdogana quel pensiero antidemocratico, compie il sogno di Berlusconi. Il rischio è che i cittadini vadano a votare non per la riforma, ma come test di gradimento per l’Esecutivo, approvando uno stravolgimento costituzionale in nome dell’appartenenza politica».
