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L’INCHIESTA I disturbi del comportamento alimentare scavano nel profondo, ma si possono affrontare

Oggi, 15 marzo, è la Giornata del fiocchetto lilla, per portare attenzione su patologie che colpiscono ragazze e ragazzi sempre più giovani

L'INCHIESTA I disturbi del comportamento alimentare scavano nel profondo, ma si possono affrontare
Immagine elaborata da Alice Ferrero.

di Maria Delfino

15 MARZO Era il 2012 quando, in Italia, veniva istituita la Giornata del fiocchetto lilla. È nata dal dolore di un papà per la perdita della figlia: da quell’anno, ogni 15 marzo, si porta l’attenzione sui disturbi del comportamento alimentare (Dca) e su come tutta la società, con particolare riferimento a chi opera a contatto con ragazze e ragazzi, può dare il proprio contributo per prevenirli e affrontarli.

Si tratta di bulimia, anoressia, binge eating (le abbuffate incontrollate): tutte patologie in cui viene a strutturarsi un rapporto alterato con il cibo, il peso e l’immagine corporea. Oggi sono sempre di più i giovani che affrontano queste difficoltà. E i sintomi sono la punta dell’iceberg di una sofferenza più profonda, di un’impossibilità di trovare il proprio posto in un mondo sempre più competitivo e soprattutto escludente.

Sul territorio, è attiva l’associazione Il Bucaneve, che sta diffondendo un messaggio importante di sensibilizzazione attraverso le panchine lilla (ne parliamo QUI).

Dati preoccupanti

Secondo le rilevazioni del Ministero della salute, i casi di disturbi della nutrizione e dell’alimentazione nel nostro Paese sono passati da circa 680mila nel 2019 a oltre 1,4 milioni nel 2022, con un’esplosione durante il periodo del Covid-19. Oggi le stime parlano di circa 3 milioni di persone coinvolte, pari a circa il 5% della popolazione. Di questi, il 70% è in età preadolescenziale o adolescenziale. La crescita è evidente se si pensa che, all’inizio degli anni 2000, si parlava di circa 300mila casi.

Secondo i dati forniti a Gazzetta d’Alba dall’Asl Cn2, anche il Piemonte riflette questa tendenza. Negli ultimi anni, si osserva un aumento significativo delle richieste di presa in carico, soprattutto in età evolutiva, quando la fragilità si manifesta con maggiore evidenza. Nel dettaglio, dal 2019 al 2024, si registra un aumento della prevalenza dei ragazzi seguiti ambulatorialmente dai servizi di neuropsichiatria infantile delle aziende sanitarie regionali del +112% e un incremento degli accessi delle ragazze di età compresa tra gli 11 e i 14 anni. In parallelo, sono aumentati gli accessi in pronto soccorso e la presa in cura in regime ospedaliero, quando la situazione non può essere più gestita a livello ambulatoriale. I numeri parlano di un aumento del 48% dei ricoveri rispetto al periodo pre-pandemico, pari all’83% dei ricoveri in età evolutiva e il 16% in età adulta. Non si tratta pertanto di un fenomeno raro o marginale, ma di un problema di salute pubblica rilevante.

A Verduno cinque posti letto dedicati

Nel reparto di pediatria dell’ospedale Ferrero, oggi esistono 5 posti letto dedicati per i minori che soffrono di queste patologie, in cui il team multidisciplinare accoglie ragazzi residenti in tutto il Piemonte. Nel 2025, sono stati ricoverati 36 ragazzi (34 femmine, 2 maschi), di cui la metà arrivano da fuori provincia. L’età varia dai 10 ai 17 anni e 9 mesi. Un mondo complesso, dietro al quale lavorano centinaia di professionisti, famiglie, gruppi.

La Cn2 mette a disposizione diverse professionalità: la presa in carico di ogni paziente coinvolge neuropsichiatri, dietologi, dietisti, psicologi, psichiatri, Terp (tecnici della riabilitazione psichiatrica), educatori, pediatri, infermieri e Oss. Ogni percorso è personalizzato, perché dietro al sintomo alimentare esiste sempre una storia individuale. Così i servizi coinvolti sono numerosi: la nutrizione clinica, la neuropsichiatria infantile, la psichiatria, la psicologia, la pediatria, i dipartimenti di salute mentale e quello di prevenzione.

«Negli ultimi anni l’Asl ha investito risorse, spazi e incontri di formazione su quest’area, sia a livello ospedaliero sia sul territorio, per una presa in carico globale, con l’obiettivo di favorire l’integrazione ed espressione dei ragazzi nei loro luoghi di vita», spiegano i referenti dei servizi coinvolti. Questo investimento, per esempio, si è tradotto nell’assunzione di numerosi educatori e tecnici della riabilitazione, figure capaci di creare ponti preziosi con il “fuori”, cioè con l’ambiente di vita oltre agli spazi sanitari. L’azienda sanitaria, poi, lavora in collaborazione con la rete regionale multidisciplinare, che negli ultimi anni è stata rafforzata con un tavolo istituzionale a cui collaborano professionisti e associazioni. L’obiettivo è favorire l’integrazione tra diversi livelli di intervento, dall’ambulatorio specialistico fino ai percorsi residenziali nei casi che si rivelano più complessi.

L’INTERVISTA/1 Dalla Costa: «Quando si interviene presto, la possibilità di guarigione è alta»

Cloé Dalla Costa dirige la struttura di nutrizione clinica e disturbi del comportamento alimentare dell’Asl Cn2.

Chi colpiscono in misura maggiore queste patologie, dottoressa Dalla Costa?

«Storicamente soprattutto le ragazze, con un rapporto di circa 9 a 1 rispetto ai maschi. Ma il divario si sta sempre
più riducendo, con un aumento dell’insorgenza
di disturbi alimentari tra i ragazzi. Il tema che preoccupa di più, però, è un altro: un’età media di esordio sempre più bassa. Se fino a pochi anni fa parlavamo in gran parte di adolescenti tra i 15 e i 19 anni, oggi vediamo sempre più spesso bambini e anche preadolescenti, talvolta sotto i 10 anni (il 6% degli accessi riguarda bambine di età inferiore ai 12 anni). Questo rende il fenomeno ancora più delicato, perché relativo a fasi di sviluppo molto precoci (con possibili effetti della malnutrizione sugli organi e tessuti che non hanno ancora ultimato il loro sviluppo, tra cui il sistema nervoso) e perché i quadri sono sempre più variegati e sfumati».

Bulimia e anoressia: aumentano i pazienti e la sanità non ce la fa 1
Cloè Dalla Costa

La complessità è elevata, la sofferenza enorme: cosa vivono queste persone?

«C’è spesso una sofferenza molto profonda, che non sempre riesce a trovare parole. Il cibo smette di essere nutrimento e diventa altro: controllo, punizione, rifugio, identità. Moltissimi ragazzi provano sentimenti di vergogna, inadeguatezza e solitudine. E spesso, poi, faticano a chiedere aiuto».

Alla luce di tutto ciò, quanto è importante intervenire in maniera tempestiva, senza attendere che la situazione si aggravi ulteriormente?

«Dipende moltissimo dalla precocità della diagnosi e anche dall’intensità del trattamento. Quando si interviene presto, con un approccio multidisciplinare integrato, la possibilità di guarigione è reale, ancora di più in età evolutiva, dove i disturbi possono ancora essere transitori. Se si lascia poco per volta aggravare e cronicizzare, il quadro si complica molto di più. Va poi considerato che oltre il 70% dei pazienti presenta comorbilità psichiatriche – ansia, autolesionismo, disturbi dell’umore – spesso sommersi, che vanno anche adeguatamente riconosciuti e presi in cura per favorire le possibilità di un’evoluzione positiva per ciascuno».

Quanto è impegnativo il percorso da affrontare?

«Non è un percorso facile né rapido, ma esistono sul campo competenze, servizi
e professionisti che ogni giorno lavorano per riuscire ad accompagnare questi ragazzi e le loro famiglie. Il passo più difficile è spesso il primo: chiedere aiuto. È anche quello, però, che può aprire la strada alla cura»
.  

L’INTERVISTA/2 Colombi: «I social trasmettono l’immagine di corpi perfetti e irreali»

Parliamo anche con Elisa Colombi, direttrice della neuropsichiatria infantile dell’azienda sanitaria locale.

Le cause della sofferenza sono da individuare nella sfera individuale, familiare o sociale, dottoressa?

«Non esiste una causa unica ed è proprio questo che rende così complessa questa patologia. Si tratta di una vulnerabilità multifattoriale: biologica e genetica da un lato, psicologica e ambientale dall’altro. In alcuni casi c’è un evento scatenante – come un trauma, una perdita, una transizione difficile – che in un soggetto già fragile può innescare una risposta disfunzionale verso il cibo
e il proprio corpo. Ciò che è importante sottolineare è che, al giorno d’oggi, il rifiuto del cibo – come altre forme
di alterato comportamento alimentare: l’abbuffarsi, le condotte compensatorie, l’estrema selettività – risulta spesso la punta di un iceberg di un profondo malessere che riguarda il rapporto con la propria immagine e il rapporto con il mondo esterno. Spesso si tratta di ragazzi e di ragazze che si ritirano, con il sintomo alimentare, da un mondo troppo prestazionale e da una società dell’immagine: sono persone che si sentono inadeguate e inadatte alle richieste dell’esterno. Inoltre, attraverso il sintomo e il blocco evolutivo, sono alla ricerca della propria identità e di un proprio modo di stare nel mondo in cui vivono».

Nell’Asl, 1 minore su 8 vive problemi mentali
Elisa Colombi.

Le nuove tecnologie, con i social media, possono influire su tutto questo?

«I social amplificano modelli estetici molto rigidi e spesso irrealistici, soprattutto per i più giovani: sono immagini
di perfezione e di un corpo spesso esposto, pronto a ricevere i like e fintamente rappresentativo della nostra identità. Il problema non è solo il modello di corpo proposto, ma anche la totale continuità dell’esposizione: questi adolescenti vivono immersi in tanti messaggi, praticamente senza pause. Persino a disturbo conclamato, trovano con molta facilità sui social dei link che istruiscono su come proseguire a dimagrire riducendo il senso di fame, ma anche che osannano il “mangiare sano” favorendo una selettività alimentare estrema verso certi cibi, fino a potenziare condotte che possono diventare davvero molto pericolose per loro».

Che ruolo gioca la famiglia?

«Molto spesso le famiglie sono le prime a chiedere aiuto, a soffrire, a sentirsi impotenti, a non capire come aiutare il proprio figlio o figlia. Per questo, il nostro lavoro include sempre il sostegno ai familiari e, quando questi ultimi sono protagonisti del percorso evolutivo e della presa in cura avviata, le possibilità di cambiamento e di evoluzione positiva aumentano. Per questo, la collaborazione è essenziale da subito».  

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