IL REPORTAGE / Il viaggio di Elisa Pira in Africa. I progetti di cooperazione in Eswatini [FOTO]

IL REPORTAGE / In Eswatini per evitare la strada c’è solo l’asilo. Il viaggio di Elisa Pira in Africa 12
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di Elisa Pira

IL VIAGGIO Completiamo, con la seconda puntata, il racconto di viaggio della nostra collaboratrice Elisa Pira, che nei mesi scorsi ha partecipato a progetti di cooperazione in Africa.

Se sarà difficile dimenticare le bellezze del Sudafrica, per quelle dell’Eswatini sarà impossibile. In questo piccolo Paese sconosciuto ai più, si celano non solo paesaggi incantevoli, ma anche una popolazione tra le più gentili che io abbia mai incontrato. Arrivo via terra nel distretto di Hhohho, nella Ezulwini Valley (Valle del Paradiso), cuore turistico e culturale del Paese. Passare la frontiera (in genere una fase abbastanza delicata del viaggio) si rivela semplicissimo.

Un Paese sicuro

Da Johannesburg sono circa cinque ore di auto, attraversando paesaggi bellissimi, tra campi fioriti, laghi, distese di conifere ed eucalipti, anche se non posso fare a meno di notare, in alcuni tratti di strada, i cartelli che invitano a non fermarsi per il pericolo di criminalità. Col passaggio della frontiera inizia il paesaggio montuoso: l’Eswatini è tranquillo e con buoni standard di sicurezza. Finalmente potrò riprendere le mie passeggiate, alle quali in Sudafrica avevo dovuto rinunciare. Trovo ad accogliermi un paesaggio di verdi montagne costellate di casette sparse, con una vegetazione resa lussureggiante dalla stagione delle piogge ancora in atto, ma che sta volgendo al termine.

Supporto a scuola

Nel mese che vi ho trascorso ho avuto la possibilità di entrare a far parte di più progetti di volontariato, anzitutto nelle scuole, a supporto degli insegnanti che si trovano a dover gestire moltissimi alunni. Il mio progetto è localizzato nelle zone rurali, dove sono stati istituiti asili per orfani in modo da toglierli dalle strade. È una condizione purtroppo comune, dovuta all’altissima percentuale di sieropositività che si registra tra i giovani: l’Eswatini ha uno dei tassi di Hiv più alti al mondo. Nonostante negli anni più recenti siano stati fatti passi da gigante nel contenimento dell’infezione, in particolare nella prevenzione della trasmissione del virus da madre a figlio, il problema persiste e continua ad avere notevoli proporzioni. I bambini rimasti soli vengono affidati alle cure dei nonni o dei fratelli più grandi, ma prima dell’età scolare finiscono spesso per trascorrere le giornate in strada. Gli asili nati per accoglierli offrono un enorme supporto, con attività di insegnamento e cura, mentre nel pomeriggio mi do da fare con gli adolescenti come aiuto nei compiti o per lezioni di computer.

Gli aspetti negativi

L’unica nota dolente del progetto è il gruppo con il quale mi trovo a lavorare. Abituata a volontari rispettosi del posto e della cultura locale, dediti alla causa e interessati a conoscere, quest’anno ho trovato un gruppo di ragazzini perlopiù annoiati e superficiali, intenti a vivere quel periodo regalato dai genitori per il diploma come una vacanza spesata, da affrontare tra eccessi e divertimento, totalmente incuranti del posto e senza alcuna dedizione al progetto.

Purtroppo, negli ultimi anni, l’interesse per il volontariato internazionale è cresciuto, ma ha sviluppato una visione deviata che lo vorrebbe come un turismo a basso costo e ciò va a impattare negativamente sulle comunità locali, che si trovano a gestire situazioni inattese e non consone alla loro cultura, dall’abbigliamento succinto all’eccesso di alcolici. Sebbene il volontariato includa una grande parte di piacere e divertimento (se così non fosse, non mi dedicherei a questi progetti da oltre dieci anni), va ricordato che l’obiettivo è mettersi al servizio degli altri, innanzitutto con un forte rispetto per la cultura locale. Prescindendo da questa premessa, seppur con le migliori intenzioni, non solo l’impatto non può essere positivo, ma diventa deleterio e contribuisce a creare un’immagine del bianco occidentale non così diversa da quella data in epoca coloniale (e in effetti, questi comportamenti ne sono degna continuazione).

Esperienza al parco

Il secondo progetto al quale ho partecipato, inizialmente per distaccarmi dal gruppo di lavoro del quale non condividevo l’approccio invasivo, ma che poi si è rivelato per me estremamente premiante e arricchente, è stato nell’ambito della conservazione ambientale. In tenda, in un parco nazionale, con ricercatori locali ho trascorso le giornate facendo ricerca sui roditori e tracciando giraffe e zebre, nonché esplorando la savana con trekking e giri di ispezione in camionetta, spesso sotto piogge torrenziali. Un’esperienza nuova, ma che ha lasciato il segno.

In Mozambico

L’ultima parte del mio viaggio è stata una vacanza in Mozambico. Ben quindici ore di viaggio in auto attraverso strade disastrate a causa di venti e piogge forti causati da un ciclone, che ha lasciato case sott’acqua o scoperchiate e campi allagati, con conseguenze funeste per la popolazione, in gran parte radunata su rialzi del terreno a guardare i pochi averi ormai perduti e a portare in salvo il bestiame.

Sui bus sgangherati

Ho trascorso una settimana sull’Oceano Indiano, nella regione di Inhambane, dove ho potuto godermi le spiagge di sabbia finissima, nuotare tra delfini e squali-balena e veleggiare tra isole di pescatori coperte di palme da cocco, ammirando distese di stelle marine a pelo d’acqua, da guardare, ma rigorosamente da non toccare!

Ho anche visitato villaggi rurali con lunghe passeggiate a cavallo ed esplorato il territorio circostante, spostandomi coi mezzi pubblici (il kumbi, sgangherato bus locale) nelle località limitrofe, in particolare Inhambane, cittadina sonnolenta, ma di grande fascino, con le architetture coloniali e le tante strutture portoghesi polverose e in gran parte intatte, sebbene abbandonate da decenni, dalla chiesa di Nostra signora della concezione alla stazione ferroviaria, luoghi dove il tempo sembra essersi fermato.

Popolazioni ospitali

Altre quindici ore di caldo e di strade dissestate per tornare in Eswatini; poi, cinque per raggiungere Johannesburg e, infine, il volo di ritorno, portando con me le contraddizioni che quelle terre si trovano ad affrontare, ma soprattutto la gentilezza di popolazioni ospitali, forti di culture e tradizioni che i duri anni di giogo coloniale e le attuali sfide economiche, politiche e ambientali (il cambiamento climatico sta colpendo duramente) non hanno intaccato.

La curiosità

L’Eswatini (insieme a Marocco e Lesotho) è una delle tre monarchie dell’Africa. Con 17mila chilometri quadrati, è uno dei Paesi più piccoli. La popolazione è principalmente di etnia swazi. Qualcuno lo ricorda con il nome di Swaziland, che portò sino al 2018, quando il re Mswati III annunciò il cambiamento in Eswatini (Terra degli swazi) per celebrare le radici autoctone e, si dice, evitare confusione con la Switzerland (l’europea Svizzera).

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