Somministrò insulina alla figlia: pena ridotta per una mamma braidese

Riconosciuta la semi infermità della donna dovuta alla sindrome di Münchhausen. La Corte torinese ha ridotto la pena a tre anni e sostituito la detenzione con il lavoro di pubblica utilità

martello tribunale

di Elisa Rossanino

IN TRIBUNALEAvrebbe somministrato endovena, in assenza di prescrizioni, dosi di insulina, lassativi per bambini e altri farmaci in modo reiterato alla figlia. Comportamenti per i quali una donna di circa 30 anni residente nel Braidese dovrà rispondere di una duplice imputazione: maltrattamenti e lesioni.

La vicenda è arrivata al giudizio d’Appello dopo la condanna a quattro anni di reclusione letta nei suoi confronti un anno fa nelle aule del Tribunale di Cuneo.

La donna, inoltre, avrebbe impedito al padre della bambina di parlare con i medici, e non avrebbe provveduto al corretto nutrimento della figlia e alla sua igiene personale con gravi ricadute fisiche e morali. Le condotte avrebbero causato anche lesioni personali giudicate guaribili in più di 40 giorni: in particolare ipoglicemia e squilibrio del metabolismo organico.

La difesa affidata all’avvocato Roberto Ponzio aveva richiesto di poter accedere

l giudizio abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica. L’incarico era stato affidato al dottor Guglielmo Occhionero di Asti che aveva accertato la semi infermità della donna dovuta alla sindrome di Münchhausen: una condizione psichiatrica che richiama la figura di un barone tedesco noto per l’abitudine a raccontare episodi inventati e inverosimili. Nel caso specifico si tratterebbe di un abuso infantile nel quale un genitore provoca intenzionalmente sintomi fisici o psicologici in un minore con lo scopo di attirare l’attenzione su di sé, presentandosi come una persona particolarmente premurosa davanti al personale medico. Mentre la difesa si era affidata al consulente di parte, il dottor Maurizio Desana, psichiatra di Torino.

Per l’imputazione di lesioni, è stato costituito un collegio formato da Savino Santovito e Roberto Testi, i quali hanno accertato che la causa dei diversi ricoveri ospedalieri è stata la somministrazione volontaria e ripetuta di insulina che avrebbe determinato nella minore gravi crisi ipoglicemiche e la condizione di malattia superiore ai quaranta giorni.

Durante il processo d’Appello celebrato a Torino il 3 giungo scorso davanti alla Corte presieduta da Anna Maria Dalla Libera con i giudici Giorgia De Palma e Pierangela Renda, sia il procuratore generale sia la parte civile (il padre della bambina) rappresentata dall’avvocata Tiziana Marraffa del foro di Cuneo hanno chiesto la conferma della sentenza letta in primo grado.

La Corte torinese, in parziale riforma, accogliendo la tesi difensiva, ha ridotto la pena a tre anni di reclusione e sostituito la detenzione con il lavoro di pubblica utilità in una associazione presso cui la donna dovrà trascorrere complessivamente 2.190 ore.

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