di Davide Barile
ALBA – Nel vecchio nosocomio San Lazzaro sono rimasti alcuni servizi sanitari: tra questi, nella parte monumentale vi è il Cup (Centro unico di prenotazione). Negli orari di punta è normale attendere anche parecchi minuti e, per ingannare l’attesa, sarà capitato a molti di fare due passi nell’ampio corridoio realizzato tra il 1771 e il 1790 o recarsi ai distributori di cibi e bevande. Tutto attorno vi sono le statue dei benefattori che contribuirono alla costruzione del San Lazzaro e risalgono alla fine del Settecento. Le uniche eccezioni sono i busti dei fratelli Pietro e Sebastiano Rossetti, realizzati qualche decennio dopo, nel 1867.
Qui, per impedire di avvicinarsi a uno dei busti è presente, ormai da qualche mese, una piccola transenna: volgendo lo sguardo leggermente più in alto, si noterà la figura di un gentiluomo d’epoca, con il caratteristico parruccone. Se si osserva meglio, si vedrà che dal suo braccio destro sono caduti alcuni frammenti che hanno lasciato esposta parzialmente l’anima in ferro: le transenne hanno proprio lo scopo di evitare qualsiasi tipo di infortunio.
L’uomo in questione è Joseph Acciliarius Sinii, ossia Giuseppe Accigliaro di Sinio: come riporta Silvio Rolando nel capitolo del libro sul San Lazzaro, pubblicato da Edizioni san Giuseppe, Alba. Itinerari d’architettura storica e cultura figurativa tra antichità romana e primo Novecento, «se si considera il notificato anno del decesso dell’Accigliaro nel 1790 (…) quale termine post quem, si può determinare il periodo dell’esecuzione di quel ritratto tra il 1790 e il 1796». Questa e le altre cinque statue coeve, raffiguranti Francesco Antonio Coppa-Fassetti, Carlo Francesco Cigliutti, Maria Giovanna Battista Cantone e Nicolao Gallino, sono «ben realizzate in stucco e gesso alabastrino da un abile formatore». Dal saggio di Rolando si apprende che l’Accigliaro, nel 1790, donò 25mila lire al San Lazzaro.
È verosimile pensare che, prima di intervenire sulle statue, i lavori di restauro si concentreranno su altre parti. Si spera, comunque, che l’impresa presti le dovute attenzioni a dettagli come il braccio dell’Accigliaro: le statue in gesso, se riportate all’iniziale fascino, potranno fare parte di un interessante percorso storico. Se lo augura pure Walter Accigliaro, ultimo discendente, insieme alla sorella, del benefattore Giuseppe, non solo per vincolo familiare, ma per via della sua attività di pittore, insegnante e studioso di storia locale.

«Il mio avo faceva il commerciante di tessuti pregiati a Torino e, insieme all’attività mercantile, si dedicava alla beneficenza. Oltre al San Lazzaro, contribuì alla realizzazione di un ricovero per anziani a Monforte. A Sinio, ogni anno pagava un pranzo a tutti i poveri. La mia famiglia è originaria della cascina Assiè di Sinio, che altro non è che il termine piemontese per indicare il nostro cognome. Grazie a Giuseppe, è stato riconosciuto il cavalierato nello stemma di famiglia», racconta Walter.
Nel paese langarolo «fino agli anni del fascismo c’era una via dedicata a Giuseppe Accigliaro. Siccome era sorta l’esigenza di avere una via Roma in ogni Comune, in seguito fu tolta l’intitolazione e sostituita con il toponimo della capitale. Mio padre, almeno, sotto la scritta via Roma riuscì a far apporre una targhetta con la dicitura “ex via Accigliaro”».
Non avendo figli, il lascito di Giuseppe fu gestito dalla parrocchia. «Con l’eredità, per qualche decennio, ai primogeniti dei rami della famiglia Accigliaro erano pagati gli studi, ma già mio padre non poté più usufruirne».
