Venezia città del cinema / Martin McDonagh presenta il suo film Wild Horse Nine

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VENEZIA – C’è un sottile filo rosso che lega la crudeltà comica del teatro dell’assurdo al grande schermo contemporaneo, e quel filo oggi ha il volto di Martin McDonagh. Il drammaturgo anglo-irlandese, già consacrato dai palcoscenici mondiali prima di diventare un regista di culto, torna in concorso alla 83ª Mostra del cinema di Venezia con la sua ultima fatica: Wild Horse Nine.

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Un fotogramma del film Wild Horse Nine

Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della Cia Chris e Lee (John Malkovich e Sam Rockwell) vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo, MJ. Hanno trascorso decenni dentro le zone d’ombra della politica americana, hanno eseguito ordini che preferirebbero dimenticare e sono legati da un’amicizia nella quale affetto, dipendenza, segreti e violenza sono diventati ormai impossibili da separare. Tra le emblematiche statue dell’isola, mentre i due compagni di lunga data si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, il legame stretto da Chris con due studentesse ribelli ferventi sostenitrici del governo di Unità popolare del presidente Allende rischia di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in questo remoto paradiso, mettendo alla prova lealtà, amicizie e convinzioni.

McDonagh ci trascina nuovamente in quel suo universo beckettiano dove si ride proprio quando non si dovrebbe, esplorando le pieghe più oscure della condizione umana. La sua forza risiede nelle radici teatrali. Dal 1996 ha costruito un mondo fatto di solitudini feroci, violenze improvvise e dialoghi vertiginosi, una cifra stilistica che lo ha portato alla gloria dell’Oscar già nel 2004 con il cortometraggio Six Shooter. Il suo è un cinema che pensa come il teatro.

Lo stesso regista ha ammesso che, sebbene personaggi, trame e battute fulminanti gli nascano spontanei, la sfida tecnica, fatta di storyboard e fotografia, rimane per lui un terreno meno immediato. In Wild Horse Nine, McDonagh sposta l’azione in un luogo che ha vissuto personalmente, la remota Isola di Pasqua. Qui, tra le ombre dei giganti di pietra, due agenti della Cia si ritrovano costretti a una vicinanza forzata. Non è solo un cambio di ambientazione, Rapa Nui si trasforma in un vero e proprio spazio morale, un palcoscenico naturale dove il gusto nichilistico per l’assurdo e l’estetica della morte violenta si scontrano con la domanda più profonda di McDonagh. In un mondo, quello reale così come quello cinematografico, dominato dal caos e dal non-senso, è ancora possibile scegliere il bene?

L’ottima riuscita del film, è la perfetta costruzione dei personaggi che fa McDonagh. Chris è arrivato al capolinea. Non è il solito eroe dei film di spionaggio che scopre improvvisamente il lato oscuro del potere; lui quel buio lo ha abitato per anni, operando nelle viscere della politica estera americana con azioni che definire discutibili sarebbe un eufemismo. Oggi, alla fine della carriera, Chris smette di farsi scudo con il mestiere e inizia a guardarsi indietro, trascinando con sé un bagaglio di peccati che la sua fede cattolica trasforma in un vero e proprio tribunale della coscienza. È un personaggio figlio di una contraddizione affascinante: letale ma infantile, divertente ma schiacciato dal rimorso, in bilico tra la violazione sistematica della morale e un’ostinata ricerca di redenzione. Al suo fianco c’è Lee, più che un collega, quasi un custode. Il loro rapporto è un groviglio di irritazione quotidiana e litigi feroci, simile a quello di una famiglia disfunzionale, ma cementato da una fiducia che non teme la morte. Tuttavia, Lee è un uomo diviso a metà: da un lato l’amicizia fraterna, dall’altro il legame indissolubile con la Cia. Quando arrivano gli ordini di MJ, la lealtà verso l’istituzione si scontra frontalmente con quella verso l’amico di una vita, mettendo in crisi le fondamenta stesse della sua esistenza. Sullo sfondo non c’è un semplice trattato storico sul Cile del 1973. McDonagh usa quella crisi come un reagente chimico per testare l’umanità dei suoi protagonisti. Chris e Lee rappresentano la generazione cresciuta nell’ombra delle strategie della Guerra fredda, architetti di una macchina del potere che ha plasmato il mondo a colpi di segreti. L’isola diventa così il palcoscenico di un incontro brutale che vede da una parte chi ha azionato gli ingranaggi della Storia, dall’altra le ragazze, che di quella stessa Storia sono le vittime concrete. Un confronto finale dove non contano più i gradi, ma ciò che rimane di un uomo quando il peso della colpa diventa impossibile da ignorare.

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Il regista calabrese Gianni Amelio è di casa alla Mostra vincendo molti premi ed è stato anche componente della Giuria nel 1992, quest’anno presenta Nessun dolore nella sezione  fuori concorso, scritto insieme a Davide Serino, ritratto di un autore che sonda la solitudine, le fratture del presente e il bisogno di redenzione dell’animo umano. Davide (Alessandro Borghi) è un trentenne con la passione dei libri, non ne legge tanti ma li vende, in una piazza di Roma. La sua cliente più fedele, Elsa (Valeria Golino), è anche sua complice, gli fornisce i volumi di seconda mano e lo colma di affetto e tenerezza. Qualcosa però s’incrina in un giorno come tanti quando a Davide viene consegnato d’improvviso, per strada, come un pacco, un bambino che viene dal Nordafrica, e che non lo lascia più, lo segue in silenzio come un cagnolino fedele. Un incidente, la corsa in ospedale con il piccolo sconosciuto tra la vita e la morte. E Davide che entra in un inferno personale fatto di reticenze, rimorsi, smarrimento. Nel rifugio proibito del pronto soccorso, una notte Davide incontra Aminah, appena arrivata dall’Algeria su un barcone d’immigrati. È un’adolescente fradicia di pioggia, tremante, impaurita, e in evidente attesa di un figlio. Davide non può che darle ospitalità in casa sua. Ma è solo l’inizio. Ogni sera, tornando dal lavoro, Davide trova nel suo appartamento sempre più gente sconosciuta. Inutilmente si ribella, ma alla fine è costretto a cedere, per generosità o per debolezza. La sua casa non è più solo sua ma anche di quelli che non hanno un tetto che li protegga, i tanti che dormono sotto un ponte o in un angolo di strada. Mentre la denuncia dei condomini lo spedisce in galera per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, Davide vive fino in fondo un’odissea che non è solo personale, ma stravolge in un modo o nell’altro, i sentimenti degli altri. Se c’è un regista italiano che da sempre esplora il dolore in tutte le sue declinazioni e traiettorie narrative, il suo superamento ma anche il suo valore salvifico, quello è Gianni Amelio. Incrociando peraltro queste tematiche con situazioni, fasi e personaggi della storia o della cronaca, fenomeni collettivi e sofferti itinerari individuali con sguardo sincero, spesso asciutto sino a un’apparente forma di distacco emotivo che cela, in realtà, il bisogno di comprendere, anche se non necessariamente di accettare, le ferite dell’esistenza. «La pellicola nasce dal bisogno lontano di andare oltre il racconto dell’esodo in Lamerica, un mio film di trent’anni fa, con il finale sospeso su una nave in mezzo all’Adriatico. Che cosa è cambiato da allora, chi è l’immigrato? Qualcuno da accogliere, o da respingere? Un nuovo amico, o un estraneo pericoloso? Negli ultimi decenni il nodo non si è sciolto, anzi il problema si è esasperato, non si vede in prospettiva una ragionevole soluzione. Ma forse la soluzione non c’è, o non la si vuole cercare. Forse va trovata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi. Se non abbiamo già perduto, tra le tante occasioni, quella di riconoscerci come esseri umani, cosa difficile e rischiosa», dichiara Amelio.

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Il regista giapponese Shinya Tsukamoto porta al Lido il film in Concorso Nelson san, anata wa hito wo koroshimashitaka? (Mr. Nelson, Did You Kill People?). Nato in una famiglia povera di New York, Allen Nelson si arruola nel Corpo dei Marines a diciotto anni per sfuggire alla discriminazione e alla miseria. Dopo aver prestato servizio a Camp Hansen, a Okinawa, nel 1966 viene inviato al fronte durante la guerra del Vietnam, convinto di poter diventare un soldato coraggioso al pari degli eroi cinematografici. Ma ciò che lo attende non è la gloria. Con il pretesto che i Viet Cong si sono infiltrati nei villaggi, persone di ogni età vengono considerate sospette e uccise l’una dopo l’altra. È una realtà terrificante e atroce, che lo costringe a uccidere. Al suo rientro in patria, a ventitre anni, lo attendono giornate tormentate e notti insonni, ossessionate dai ricordi del campo di battaglia. Terrorizzato dai rumori forti e dal buio, vede sfaldarsi i legami familiari fino a ritrovarsi senza fissa dimora. L’unico filo che lo tiene ancora legato al mondo è il dottor Daniels, uno psichiatra che presta servizio in un ospedale per reduci che gli offre sostegno e consulenza terapeutica. «L’opera di saggistica più sconvolgente in cui mi sono imbattuto è stata Mr. Nelson, Did You Kill People? Allen Nelson ha ucciso molte persone durante la guerra del Vietnam ed è stato perseguitato dalle conseguenze del conflitto per tutto il resto della vita. Se è naturale temere di diventare vittime di una guerra, questa storia ci fa comprendere che diventarne carnefici è altrettanto terrificante», dichiara il regista. Raramente i soldati che hanno compiuto atti di violenza parlano delle proprie esperienze una volta rientrati; Allen, al contrario, ha scelto di testimoniare con trasparenza, restituendo così un senso alla propria esistenza e aiutando molti a comprendere la cruda realtà della guerra. «Anch’io sono tra coloro che hanno compreso il vero orrore del conflitto attraverso il suo racconto. Considerato lo stato attuale del mondo, ho avvertito come priorità assoluta la necessità di riportare in vita la sua storia; grazie al sostegno di molti estimatori, ho potuto farmi carico di questo compito complesso», continua Tsukamoto.

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Arriva per la prima volta alla Mostra anche il regista e sceneggiatore iraniano Mousen Gharaei, con il film Moragheb (Falling house), nella sezione Orizzonti, raccontando le tensioni della società contemporanea con personaggi stretti tra precarietà, desiderio di riscatto e compromesso morale. Alla periferia di Teheran, una famiglia modesta rischia di perdere la propria casa, destinata a essere demolita per fare spazio a un imponente progetto di riqualificazione urbana. Mentre Rashid, padre di famiglia e guardia carceraria, viene accusato di corruzione, scopre che la figlia maggiore Ensi sta progettando in segreto di lasciare l’Iran per diventare modella. Deciso a impedirglielo, trasforma la crisi familiare in uno scontro sul controllo, l’autonomia e il futuro. Un dramma sociale sulle pressioni di istituzioni e famiglia sulle scelte individuali, soprattutto delle donne. Intanto le ruspe si avvicinano e la tensione tra le mura di casa cresce. La figura emblematica di Rashid è il centro del film, un uomo che dopo un trauma come la perdita del lavoro e un’accusa ingiusta, finisce per trasformare la propria casa in una prigione. Non si tratta solo di un dramma domestico, ma di un potente effetto domino dove il crollo personale si intreccia indissolubilmente con le crisi esterne: case demolite, autostrade in costruzione e il desiderio disperato di fuga delle nuove generazioni. Il regista sceglie di non affidarsi ai dialoghi, ma di lasciar parlare lo spazio. La casa, nel film, non è un semplice sfondo ma l’estensione fisica della crisi. Mentre la tensione sociale sale, le pareti tremano e la demolizione imminente diventa il linguaggio cinematografico che traduce il precario equilibrio di un intero Paese. L’obiettivo è creare un mondo così reale e una progressione così naturale da spingere lo spettatore a chiedersi se, nelle medesime circostanze, non avrebbe agito esattamente come il protagonista. L’aspetto più inquietante e profondo della pellicola risiede nell’analisi della genesi dell’oppressione. Rashid non è un antagonista bidimensionale o un mostro nato tale; è il prodotto di un processo lento, fatto di scelte, errori e complicità involontarie di chi lo circonda. Il regista sfida il pubblico a non voltarsi dall’altra parte, sostenendo che ognuno di noi può portare dentro di sé una parte di Rashid. Gli attori stessi sono stati spinti a diventare avvocati dei propri personaggi, abitandone le paure senza pregiudizi per restituirne tutta l’umanità, anche quella più oscura. In un panorama dove il pubblico si allontana da chi si piega alla macchina della propaganda, questa opera si pone come un atto di onestà intellettuale. Girato prima dello scoppio formale della guerra, il film appare oggi come una previsione inquietante di tensioni che covavano da tempo sotto la superficie di una società cambiata radicalmente negli ultimi vent’anni. Nonostante le innumerevoli difficoltà incontrate, la scelta della regia è stata quella di restituire un’immagine onesta di ciò che sta realmente accadendo, restando accanto alle persone e alle loro autentiche lotte.

Walter Colombo, inviato a Venezia

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