Cocciante, 150 minuti di musica e di vita. A Cervere il viaggio dentro una storia che non finisce

Cocciante, 150 minuti di musica e di vita. A Cervere il viaggio dentro una storia che non finisce 6

testo e foto di Pierangelo Vacchetto

CERVERE – Il concerto di Riccardo Cocciante, ieri sera (giovedì 3 settembre) all’Anfiteatro dell’anima di Cervere, è stato un lungo viaggio di quasi 150 minuti dentro la sua storia, la sua musica, i suoi incontri, i luoghi che ha attraversato e quel rapporto quasi fisico con il pianoforte che da sempre accompagna il suo modo inconfondibile di stare sul palco.

Una serata nella quale Cocciante non si è limitato a cantare. Ha raccontato, spiegato, ricordato e soprattutto ha lasciato che fossero le canzoni a parlare. Un percorso nel quale hanno trovato posto Margherita, Cervo a primavera, Io canto, Questione di feeling, insieme a tanti altri brani che il pubblico conosceva praticamente a memoria. Cocciante cantava e dalla platea arrivavano le voci, sempre più forti, fino a trasformare alcuni brani in un grande coro collettivo.

«Sei unico», gli hanno gridato più volte. E a un certo punto, con il passare delle ore, quella distanza tra il palcoscenico e le sedie dell’anfiteatro è praticamente scomparsa: i fan si sono avvicinati, fino a trovarsi tutti sotto il palco. Cocciante ha parlato anche del tempo nel quale viviamo, di una società nella quale siamo continuamente vicini e contemporaneamente lontani. «Abbiamo tanti, sempre di più, siamo ammassati, però siamo anche sempre più distanti, forse a causa di tutte le tecnologie che ci sono adesso che ci separano un po’. Ah, forse bisognerebbe imparare ad essere vicini l’uno con l’altro perché è bello così nella vita».

Poi il racconto è tornato indietro, agli inizi di una carriera tutt’altro che lineare. Alla maniera di cantare che allora sembrava non andare bene, a un nome che non convinceva. «La maniera mia di cantare all’epoca era così: non si cantava così, quindi non andava bene. Non andava bene il mio nome. Allora all’inizio mi volevano chiamare Riccardo Conte, non mi piaceva molto questo nome. Quindi abbiamo scelto Richard Cocciante per due dischi. Ho cantato con questo nome, poi ho deciso di tornare indietro e di prendere il mio nome semplicemente Riccardo».

E c’è stato il pianoforte, compagno quotidiano, strumento attraverso il quale ancora oggi nascono le idee. «Non ho mai studiato. Il pianoforte mi serviva per completare quello che componevo con la voce. Magari con l’immaginazione è stato molto importante ed è importante la mattina quando mi alzo ancora adesso che metto le mani sul pianoforte. Magari lui mi fa sentire qualcosa di bello o di non bello. Comunque qualche cosa che poi mi dà l’opportunità di lavorarci sopra e di offrirlo».

Il pianoforte, racconta, è ancora oggi un piccolo rito, quasi un incontro quotidiano. «Adesso mi avvicino piano piano, perché c’è sempre questo piacere come un piccolo timore. La sua storia personale parte molto lontano dall’Italia. Cocciante è nato in Vietnam e proprio all’infanzia in Indocina ha dedicato uno dei momenti più intensi del racconto. I ricordi dei ragazzi incontrati per strada, il rapporto con la gente del luogo, poi la guerra a spezzare quella serenità. «Noi, da bianchi che eravamo, potevamo non avere un rapporto, però a me piaceva il rapporto con la gente del luogo e purtroppo è arrivata la guerra».

Un ricordo che diventa inevitabilmente una riflessione sul presente. «Queste belle cose che c’erano in mente sono diventate miste fra questo piacere di vivere in questo Paese bello, bellissimo, e questo dispiacere di vedere come andava a finire con questa guerra maledetta che abbiamo sempre addosso. Noi siamo incorreggibili. Ci eravamo detti che forse dopo l’ultima guerra ci saremmo fermati di avere le guerre, invece l’uomo continua sempre uguale».

Il viaggio di Cocciante è anche geografico. L’America, Miami, quattro anni vissuti lontano dall’Europa. «Lì c’era il centro proprio del mercato, tutta la discografia spagnola. Io canto spagnolo e francese, in italiano. Una carriera completamente atipica, però sono io». Quattro anni, poi il ritorno. «Dopo questi quattro anni non ce la facevo più. Dovevo tornare qui nel nostro vecchio continente. Io amo questo contrasto fra tutta la nostra storia e tutta la storia che verrà, tutte le novità. Questo scontro di due mondi è bello qui».

E da qui nasce anche una dichiarazione d’amore all’Europa, affidata alla musica. Non sono mancati i temi che vanno oltre lo spettacolo. Il pianeta, l’equilibrio della natura, il rapporto con gli animali. Cocciante ha raccontato la genesi di Vai lupo corri, una delle canzoni più recenti. «Trattare male il nostro pianeta non è facendo così che noi potremmo avere un futuro migliore. È un peccato perché è tutto un equilibrio andato a finire, un equilibrio bellissimo. È bello anche il non bello, tutto si combina, tutto diventa importante e dovremmo rispettarlo assolutamente molto, molto, molto di più». Il lupo diventa così un simbolo. «Io ho preso come simbolo il lupo, il lupo che stiamo sterminando. Certamente se non viene messo bene, incastrato bene in tutto quello che è l’equilibrio della natura, ovviamente diventa nocivo. Però di base non lo è. Lui aggredisce per vivere». La serata ha attraversato anche gli incontri. Hai un amico, la canzone legata al duetto con Fabrizio Frizzi, ha offerto a Cocciante l’occasione per ricordare un artista e un amico.

«Ho avuto questo immenso piacere di fare un duetto con una persona che stimavo moltissimo, Fabrizio Frizzi». Dalla platea è partito un grande applauso. E subito dopo una riflessione sul destino delle canzoni: «Le canzoni non devono rimanere legate all’interprete o al compositore iniziale. Devono viaggiare, devono fare altri, devono essere altre proposte, anche molto diverse dall’originale. Però è bello così, vuol dire che questa canzone dura nel tempo».

Da lì il ricordo di Rino Gaetano e di A mano a mano, in uno scambio di canzoni che appartiene alla storia della musica italiana. Poi Notre Dame de Paris, altro capitolo fondamentale della sua carriera. E la presentazione di Marco Vito, arrivato sedici anni fa per un’audizione per Giulietta e Romeo e diventato poi il Romeo dello spettacolo. Cocciante ha parlato anche della difficoltà di scegliere cosa lasciare dentro e cosa togliere da un concerto.

«Ho il dilemma di cosa togliere dai miei concerti. Passo certe volte un mese per capire cosa facciamo, dei frammenti, delle canzoni che io amo e avrei voluto proporvi totalmente e che forse voi avreste voluto sentire». Ma forse il filo più forte della serata è stato quello della lingua italiana. Una lingua che Cocciante ha voluto celebrare attraverso la musica e alla quale ha riconosciuto un valore che va ben oltre le parole delle sue canzoni. «Noi abbiamo la fortuna di avere una lingua bellissima. È una lingua che viene da lontano, che viene dalla grande cultura del passato e che viene anche dalle cose popolari. Io dico: sono bellissimi i dialetti, bisogna conservarli assolutamente. Però ci è voluta una lingua per pulire, per far sì che noi potessimo avere un Paese intero e la lingua italiana».

E ancora: «Si può insegnare dappertutto, in tutte le scuole. Bisogna esserne fieri perché è bellissima». Prima di riprendere a cantare, Cocciante ha voluto ricordare gli autori che hanno contribuito alla sua storia musicale: «Per ringraziare tutti gli autori che hanno collaborato con me, vorrei cominciare con Paolo Cassella, Marco Luberti, Mogol, Enrico Ruggeri, Pasquale Panella, autore di Notre Dame de Paris».

E sul rapporto fra musica e parole ha spiegato il suo metodo: «Io propongo sempre la musica prima e loro mi danno il valore, quello che forse sentono in questa musica, perché la musica è un linguaggio, parla. E quindi quando esprimo delle cose con solo musica, l’autore lo sente e cosa fa? Dà vita a quello che forse c’era già dentro, però con la loro parte, in più, che è importantissima».

Intanto l’orologio aveva superato la mezzanotte. Ma nessuno sembrava avere fretta di andare via. Cocciante continuava a cantare e il pubblico continuava a rispondere. Ancora una canzone, ancora un ricordo, ancora un applauso. Poi, quasi timidamente, quando ormai il concerto aveva superato i 150 minuti, è arrivata la frase che sembrava una resa ma che in realtà era l’ennesimo momento di complicità: «Io mi fermerei qui». Ma fermarsi, ieri sera, non è stato semplice. Perché sotto il palco c’erano ormai tutti. E il pubblico dell’Anfiteatro dell’anima non sembrava disposto a lasciare andare facilmente quell’uomo che per due ore e mezza gli aveva consegnato non soltanto le sue canzoni, ma anche una parte della sua vita.

Con Cocciante si chiude così la parte musicale dell’Anima festival 2026. L’ultimo appuntamento è affidato ad Alberto Angela, sabato 5 settembre alle 21, sempre all’Anfiteatro dell’anima di Cervere, per la presentazione del suo nuovo libro Cesare. La conquista dell’eternità. Un appuntamento già sold out da settimane che affida alla cultura il compito di mettere il punto finale a questa edizione del festival.

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