Venezia città del cinema / L’atteso film L’estranea di Paolo Strippoli sbarca sul Lido

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VENEZIA – Sbarca al Lido l’attesissimo film in concorso di Paolo Strippoli L’estranea. Il giovane regista, classe 1993, dal solido percorso artistico è al suo quarto film e parte da un dolore disperato, frutto di un trauma irredimibile se non attraverso la dimensione dell’horror, non inteso come genere classico del termine, ma più psicotico. Anna Colonna fa visita a sua figlia Alice e apre una ferita rimasta nascosta per vent’anni, dando inizio a un film che è insieme una confessione, un processo al passato e un ultimo, disperato gesto d’amore.

L’estranea

La donna si presenta all’improvviso a casa della propria figlia per raccontarle la verità sulla loro famiglia, segnata da un patto stretto molti anni prima con un’estranea. Un segreto custodito a lungo che ora torna a reclamare il suo prezzo. Ma può una madre sfidare il caos per riscrivere il destino dei propri figli?

In L’estranea, Anna si spinge oltre ogni limite, affidando la vita dei suoi cari a una sconosciuta pur di non piegarsi alla spaventosa casualità dell’esistenza. Il film è un gioco di contrasti viscerali: da un lato un presente claustrofobico, prigioniero di un appartamento assediato dalla tempesta; dall’altro il riflesso dorato di estati lontane, quando la famiglia Colonna sembrava ancora invincibile. La narrazione segue la geometria di una spirale, un ritmo sempre più serrato e febbrile che, inesorabilmente, riporta la protagonista al suo punto d’origine.

Un’opera potente che trasforma l’ossessione del controllo in un’estetica gelida e luminosa al tempo stesso. È l’immagine che torna a ricordarci l’ineluttabilità del destino, ma anche la struttura stessa del racconto dove ogni capitolo è più breve e concitato del precedente. «Mi sono interrogato a lungo su quale fosse il genere di questo film e per me è una saga familiare e un thriller psicologico. Ma è soprattutto una tragedia, nella sua definizione aristotelica, un racconto che suscita pietà e terrore per condurre lo spettatore alla catarsi. Pietà e terrore, violenza e tenerezza: per me, l’esperienza di questo film nasce esattamente dal loro incontro. E infine c’è la domanda che più di tutte mi ha guidato: quanto male possiamo compiere, scambiandolo per amore?», dichiara il regista.

Nel gioco di luci e ombre della vita, l’estranea abita quel punto cieco in cui il desiderio di proteggere chi amiamo può trasformarsi nel modo più feroce di perderlo. È come se, per sfuggire al proprio dolore, il protagonista decidesse di immergersi nell’ignoto, rifugiandosi nelle allucinazioni miasmatiche di una Roma distopica e sempre più incarognita (Piove, il suo secondo film), oppure nella valle ove un abbraccio basta a ridare alla comunità la serenità ante-trauma (La valle dei sorrisi). Ma durerà poco perché l’horror, metafora della società capitalistica grondante sangue ed orrore, pretenderà i suoi pedaggi.

Arrested memory

Il regista giapponese Tanaka Hiroyuki, con lo pseudonimo Sabu, porta il suo ultimo film fuori concorso Arrested memory, girato interamente a Taiwan, e tornando al crime-comedy che lo ha reso celebre. Lee è un ispettore di punta della polizia di Taipei. Dopo aver perso la sua squadra nel corso di un’indagine, è tormentato dal senso di colpa e finisce per essere trasferito in una stazione di polizia di campagna. Traumatizzato dall’accaduto, Lee sviluppa un’amnesia, che è deciso a mantenere segreta. Ben presto gli viene affidato un nuovo caso, il rapimento del figlio di un influente uomo d’affari giapponese. Mentre la sua memoria continua a svanire, Lee può fare affidamento solo sul proprio istinto che, contro ogni previsione, lo condurrà ai criminali. «La vita è spesso assurda e crudele. Perdiamo le cose, le cose si rompono e molte, alla fine, scompaiono. Eppure continuo a fare film nella speranza che, alla fine, ciò che rimane siano l’amore e l’umorismo. Credo che il mondo abbia bisogno di ridere», sostiene il regista. Il protagonista di questo film perde la memoria. Eppure, attraverso quella perdita, riscopre gradualmente il sé che aveva dimenticato. Attraverso questa storia dal ritmo incalzante, Sabu ha voluto raccontare l’incertezza di quel percorso e l’umorismo che da esso affiora via via.

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Il curdo iracheno Halkawt Mustafa presenta in Fuori Concorso il film No paradise if you are killed by a woman, tornando ad un tema che attraversa il suo lavoro da oltre un decennio. Classe 1985, conosce molto bene cosa significa perdere la propria casa e vivere nell’incertezza perché li ha sperimentati sulla propria pelle e da bambino a causa della guerra è dovuto migrare in Norvegia.

Il regista è tornato più volte con il suo cinema in Iraq e Kurdistan, trasformando qui l’esperienza della guerra in un racconto che parla anche di trauma, solidarietà e possibilità di ritorno. Nel film, Vyan, una cecchina curda, è sopravvissuta alla guerra reprimendo le proprie emozioni. Quando scopre che la sorella minore, creduta morta nell’assalto dell’Isis del 2014, potrebbe essere ancora viva a Mosul, torna in una città segnata dalla morte e dalla distruzione. La sua ricerca si trasforma in una missione di salvataggio, ma anche in un doloroso confronto con il trauma che per anni ha tentato di seppellire.

«La mia ispirazione sono state le donne curde che hanno scelto di opporsi all’oscurità e di combattere l’Isis. Il loro coraggio mi accompagna dal 2014, quando le ho incontrate in prima linea, donne costrette a convivere con la paura, la perdita e l’incertezza, eppure decise a non arrendersi. Per me, questo film è anche un ritratto delle donne curde che da generazioni lottano per la propria dignità, la propria libertà e il diritto di esistere», racconta il regista.

Sebbene la storia si svolga in una zona di guerra, parla innanzitutto di speranza, di amore e di forza. È nel cuore di un conflitto brutale che Mustafa ha visto anche gesti di cura, solidarietà e umanità, e sono immagini che non ha mai dimenticato. Attraverso la storia di Vyan, si rendere omaggio alle donne che hanno rifiutato di piegarsi all’oscurità e hanno scelto di combattere non solo per sé stesse, ma anche per la libertà degli altri.

Prima di raccontare storie per il grande schermo, l’autore, viveva la realtà cruda del fotografo di guerra. Ed è proprio in quelle trincee che è nata l’ispirazione per il suo ultimo lavoro cioè l’incontro folgorante con le combattenti curde. «Era la prima volta nella mia vita che vedevo delle donne affrontare faccia a faccia un nemico temuto in tutto il mondo per la sua brutalità», racconta il regista, ancora visibilmente segnato da quegli sguardi.

Il suo film non è solo una narrazione di finzione, ma un omaggio accorato a generazioni di donne che hanno scelto di non abbassare la testa davanti all’orrore dell’Isis. La ricerca della verità, per lui, non ammette scorciatoie. Mentre molti produttori consigliavano di ricostruire le ambientazioni nei paesaggi più sicuri e attrezzati del Marocco o della Giordania, il regista è rimasto irremovibile affinché il film fosse girato a Mosul. «Per me la città è un personaggio potente», spiega, sottolineando l’importanza di filmare tra quelle stesse strade che lui stesso aveva fotografato durante il conflitto, dove i segni della distruzione sono ancora ferite aperte nel tessuto urbano. Ma Vyan non parla solo di guerra esterna; parla di una battaglia interiore, quella dell’esilio. C’è molto del vissuto personale del regista nella protagonista, infatti entrambi hanno percorso la difficile rotta che dal Kurdistan porta alla Norvegia.

Un viaggio che l’autore definisce costoso in termini emotivi, ma capace di regalare una prospettiva unica sul mondo. Vivere tra due mondi è una condizione che accomuna molti figli della diaspora, e il regista ha scavato nelle proprie cicatrici per trovare la direzione morale della sua storia. Il risultato è un’opera che non si limita a documentare un conflitto, ma esplora il profondo senso di appartenenza di chi, pur avendo trovato rifugio altrove, porta sempre con sé il peso e la bellezza della propria terra d’origine.

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Tommaso Landucci dirige Riccardo Scamarcio ne I figli della scimmia, film nella sezione Orizzonti, affrontando le forme inaspettate dell’amore paterno immaginate e poi represse per fare i conti con la realtà di un destino che non si può scegliere. Dario è padre di un bambino disabile, al quale dedica ogni cura e attenzione, e ha un bellissimo rapporto con il figlio adolescente di suo fratello. Nel crescente legame con il nipote ritrova il figlio che avrebbe voluto avere, e assume il ruolo del padre che avrebbe potuto essere. Un gioco di proiezioni e desideri inespressi che finirà per incrinare l’equilibrio interiore di Dario e travolgere l’intera famiglia.

Il titolo di questo film trae ispirazione da una fiaba di Esopo, la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. Nel film, però, si parla di un genitore chiamato a dividersi fra due figli: quello reale e quello ideale. È il racconto di un conflitto intimo, inevitabile, che mette continuamente in discussione il fragile equilibrio fra generosità ed egoismo, amore e desiderio, accettazione e rimpianto.

Esiste un confine invisibile, eppure dolorosissimo, tra il figlio che sogniamo e quello che stringiamo tra le braccia. È in questa crepa dell’anima che si muove il nuovo progetto cinematografico di un regista che ha deciso di non voltare lo sguardo di fronte ai sentimenti più scomodi.

Il motore del film nasce dall’esperienza personale di confrontarsi con l’ansia da prestazione che accompagna il diventare genitori. Il rischio, confessa il regista, è quello di smettere di vedere il figlio come una persona autonoma per trasformarlo in un’estensione di sé stessi. Ma il film va oltre, toccando il tabù della disabilità e nello specifico la paralisi cerebrale infantile senza filtri ipocriti. «Nessuno sceglierebbe quella condizione», ammette con onestà, esplorando quella frattura che può portare un padre ad allontanarsi. È un cinema che non giudica, ma cerca di comprendere le zone opache dell’essere umano, dove il rifiuto e l’amore convivono in una contraddizione lacerante. «Parlando con alcuni di loro, mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita; il lutto per l’altro figlio, quello immaginato e atteso durante la gravidanza, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. E allora mi sono chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare? Se si trova improvvisamente davanti al figlio che aveva sempre immaginato e desiderato avere?», racconta Landucci.

Il titolo del film affonda le radici nell’antica favola di Esopo sulla maternità e l’amore soffocante, ma il regista ne ribalta la prospettiva. Se la favola parla di un amore che distrugge, il film racconta un percorso di perdita e riscoperta, un padre che smarrisce la via ma che, alla fine, ritrova il legame autentico con suo figlio. Non aspettatevi spiegazioni didascaliche. La filosofia del regista è chiara: «Preferisco l’evocazione alla spiegazione». Il suo obiettivo è lasciare qualcosa in sospeso, un dubbio o un’emozione che continui a lavorare nella mente dello spettatore anche dopo che le luci in sala si sono riaccese. È un invito a guardare dentro le nostre ombre, per scoprire che, forse, è proprio lì che si nasconde la luce più vera.

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Il regista Alex Gibney porta alla Mostra il film fuori concorso Musk, una lucida indagine sul mito di Elon Musk, il più celebre imprenditore-inventore al mondo, capace di esercitare un’enorme influenza sulla nostra vita quotidiana. Nel discorso pubblico, Elon Musk ha imparato a plasmare le proprie emozioni mantenendo una coerenza costante, che a loro volta ne hanno definito l’immagine. A detta dei suoi biografi di fiducia e delle sue schiere di follower in rete, Musk sarebbe un moderno Leonardo da Vinci, in grado di dare risposte a ogni quesito, instancabilmente al lavoro per salvare il pianeta e trasformare l’umanità in una specie multiplanetaria.

In Musk il regista sceglie di ripercorrere la vicenda biografica già nota, rinunciando però a quella prospettiva dominante, preferendo esplorarla da angolazioni diverse che svelassero come quell’inquadratura principale sia soltanto un’illusione, lasciando emergere una verità ben più inquietante. «Musk ritrae il titano della tecnologia come l’incarnazione contemporanea del truffatore», dichiara Gibney. Sovvertendo i suoi stilemi preferiti, quelli del videogioco e della simulazione, il film evidenzia il pericolo di identificarsi con il protagonista. È un racconto sul potere e sui suoi abusi, ma ripreso dal basso, scoprendo che forse è un uomo qualunque che manovra leve e ingranaggi nel disperato tentativo di proiettare una grandezza fittizia.

Walter Colombo, inviato a Venezia

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