Venezia città del cinema / Un film per mostrare come la violenza aziendale non resti confinata tra le pareti dell’ufficio

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VENEZIA – Il regista francese Stéphane Brizé dirige la bravissima Alba Rohrwacher nel film in concorso Un bon petit soldat, tornando sul terreno sociale e politico tanto caro al regista, ma da una prospettiva inedita. Al centro c’è Carla, 43 anni, una dirigente brillante e interamente votata al lavoro. Dietro un’apparenza impeccabile nasconde una profonda insicurezza, ma è comunque riuscita a costruirsi una carriera di successo, spesso a scapito della vita familiare. Da poco nominata responsabile delle risorse umane di una grande azienda, ha il compito di conciliare il benessere dei dipendenti con gli obiettivi di performance imposti dalla direzione. Ma quando scopre un caso di management tossico, il confine tra compromessi e compromissioni si fa sempre più sottile. Fino al punto di rottura.

Vittima delle proprie fragilità

Lo psichiatra e psicanalista francese Christophe Dejours ha dedicato gran parte delle sue ricerche ai meccanismi di assoggettamento nel mondo dell’impresa. Descrive il luogo di lavoro come un ambiente plasmato da regole maschiliste, in cui agli individui viene richiesto di affermare la propria idea di potere. A 43 anni, Carla, la protagonista del film, è una di quelle donne che lavorano molto, instancabilmente, e che sono sempre riuscite a eccellere malgrado la poca fiducia in sé stesse. E forse proprio per questo la sua condizione di assoggettamento nasce in parte dalla persistente sensazione di non essere pienamente legittimata nel ruolo che ricopre, nonostante il suo talento e la sua capacità di lavoro.

Alba Rohrwacher
Il film in concorso Un bon petit soldat

Dietro il ruolo della dirigente interamente votata alla causa dell’azienda, Carla è una vittima. Vittima delle proprie fragilità, che ha sempre cercato di evitare adottando il linguaggio virile e dominante della forza. Un linguaggio che ci illude del nostro potere, tenendo a distanza una vulnerabilità preziosa e profondamente umana. Fino al momento in cui la realtà si impone.

Se nei suoi lavori precedenti, come La Legge del mercato o In guerra, a dominare era una rabbia vibrante, oggi lo sguardo del regista si è fatto più amaro e radicale, dove la rabbia ha ceduto il passo al disgusto di fronte a un sistema che ignora sistematicamente la sofferenza umana. Il cuore del film non è la ricerca di un cattivo da demonizzare, ma l’analisi di un meccanismo di sottomissione invisibile. Brizé mette in scena la storia di Carla, una donna che non è intrinsecamente malvagia, ma per il desiderio di essere all’altezza del ruolo, finisce per trasformarsi in un buon soldatino. È qui che il regista evoca la banalità del male di Hannah Arendt ovvero il ritratto di persone comuni che, sottomesse all’autorità e all’ambizione, diventano ingranaggi di un ordine brutale.

La forza della pellicola risiede nel mostrare come la violenza aziendale non resti confinata tra le pareti dell’ufficio, ma contamini inevitabilmente la sfera privata. Carla diventa al contempo vittima e carnefice perché subisce la pressione dall’alto e la riflette su chi la circonda, persino sul figlio Louis, al quale nega il diritto alla fragilità in nome della performance. Questa contaminazione è resa concreta da una scelta stilistica precisa; infatti, la vita intima della protagonista esiste quasi esclusivamente attraverso videochiamate e messaggi audio, una realtà virtualizzata che sottolinea la sua prigionia esistenziale.

Per dare corpo a questo scontro tra fragilità e potere, Brizé si affida a due giganti del cinema. Da un lato Alba Rohrwacher, capace di far emergere le debolezze nascoste dietro la maschera di comando di Carla; dall’altro Vincent Lindon, in un ruolo inedito e titanico. Lindon incarna un potere carismatico e intelligente, una presenza che, nelle parole del regista, deve risultare più grande dell’inquadratura, continuando a gravare sulla protagonista anche quando non compare sullo schermo.

Con questo film, Brizé non si limita a raccontare il mondo del lavoro, ma firma un’opera caustica e necessaria sull’indecenza di un sistema che trasforma la virtù in redditività, lasciando l’individuo solo di fronte alla propria coscienza. Un grande regista che porta sullo schermo senza veli una riflessione complessa e onesta sul lavoro, sulle responsabilità individuali e sulle trasformazioni del mondo professionale e della società. Per il direttore della Mostra, Alberto Barbera, l’opera di Brizé sul mondo del lavoro «conferma la precisione chirurgica del regista nell’affrontarne tensioni e criticità; guarda a un presente segnato da una precarietà diffusa e pervasiva, in cui il lavoro diventa ancora una volta campo di forza, dominio e assoggettamento. Brizé si conferma così un sottile indagatore delle vecchie e nuove fratture di un mondo sempre meno leggibile con i canoni interpretativi tradizionali».

La cena della Vigilia diventa un campo di battaglia emotivo

Il fuoco che ti porti dentro
Il fuoco che ti porti dentro

Con Il fuoco che ti porti dentro il regista italiano Edoardo De Angelis porta in concorso una resa dei conti familiare che si consuma durante una cena di Natale. Antonio, fuggito molti anni fa da Napoli, ha costruito a Milano una famiglia e una carriera di successo, lontano da sua madre Angela, una donna esagerata nel bene e nel male, irresistibile, antica e ostile come poche, che lo ha raggiunto per Natale e sembra decisa a restare. La cena della Vigilia diventa così un campo di battaglia emotivo, comico e feroce al tempo stesso, che fa riemergere un passato di sopraffazioni e incomprensioni. Con un tenace cappone che non vuole saperne di finire in pentola, una figlia che non si sa se mai arriverà e un illustre ospite inatteso, la serata si trasforma in una resa dei conti tra madre e figlio destinata a cambiare per sempre il senso del loro legame, un amore che brucia dentro come un fuoco e che mai si consuma, neppure andandosene.

«Angela è un personaggio che mi attrae e mi repelle, come tutto ciò che per me davvero conta. Pendo dalle sue labbra, dipendo dal suo sguardo, sto molto attento a cosa dico e a cosa faccio: cammino come sulle uova. Il fuoco che si porta dentro mi rende bisognoso di lei. Lontano da quel fuoco mi sento al freddo, nell’oscurità. Se mi avvicino troppo, però, ne avverto la forza devastante e sento che rischio di bruciarmi o di diventare proprio cenere. Insomma, Angela è qualcuno da cui mi viene voglia di fuggire e al tempo stesso so di non avere scampo da lei. Solo l’ineluttabile potrà separarci. Per fare fronte ad Angela, mi resta solo un’arma: il cinema», dichiara il regista.

Il legame del regista con il materiale d’origine non è puramente intellettuale, ma profondamente fisico e biografico. Nel raccontare la protagonista Angela, interpretata dalla strepitosa Vanessa Scalera, una donna eccezionale, carismatica e devastante, egli ritrova l’ombra di sua nonna. È un’immagine cruda quella che emerge dai suoi ricordi come il giorno della vigilia di Natale trascorso a reggere un cappone mentre la nonna lo decapitava. Questa figura femminile diventa una sirena a cui è impossibile sottrarsi, anche quando le sue parole infliggono dolore, definendo una poetica dell’attrazione fatale verso ciò che ci ferisce. Per De Angelis, lo spazio non è mai un semplice sfondo, ma un territorio di ricerca cinematografica.

La cena di Natale, fulcro del film, viene spogliata della sua aura rassicurante per essere riletta come un’epica militare. Tra le pareti domestiche si muovono avanguardie e retrovie; ogni sguardo e ogni silenzio è una trincea scavata nel cuore della famiglia. La richiesta del regista nei confronti degli attori è possedere una memoria di ferro della scrittura per poi avere il coraggio di dimenticare tutto sul set. È in questo spazio di perdita della memoria razionale che nasce l’equilibrio tra violenza, comicità e amore, permettendo ai personaggi di evitare la macchietta per restare autenticamente, e dolorosamente, umani. Il cinema di De Angelis si conferma così un’esperienza sensoriale e bellica, un incendio che divampa tra le mura di casa e che, proprio come il fuoco che ci portiamo dentro, non smette mai di ardere e di interrogarci. Un film ambientato in un unico spazio, ma con una tensione incredibile dalla prima all’ultima inquadratura.

Dimenticate i classici film sull’amore fatti di incontri fortuiti e crisi risolutive

Un peu avant minuit
Un peu avant minuit

Il regista e sceneggiatore francese Nicolas Pariser approda al Lido col film in Concorso Un peu avant minuit. Sul punto di separarsi dalla compagna, con la quale convive nella Francia orientale, il quarantanovenne Léo apprende della morte del padre biologico, che non ha mai conosciuto. Prima di partire per l’Italia, dove dovrà sbrigare le pratiche ereditarie, trascorre alcuni giorni a Parigi per fare un bilancio della propria vita. Tra conversazioni con la figlia attivista e incontri con i fantasmi del passato, comincia a interrogarsi sulla sua stessa esistenza e, soprattutto, sul suo rapporto con le donne.

«Da diversi anni desideravo scrivere una storia d’amore su persone della mia età, tra i quarantacinque e i cinquantacinque anni, ma non riuscivo a trovare la giusta chiave narrativa. Mi chiedevo se fosse ancora possibile concepire una storia d’amore innocente, se un racconto del genere fosse ancora credibile nell’epoca del #MeToo, ora che siamo entrati in una fase di demistificazione del desiderio e delle fasi iniziali dell’incontro amoroso. Poi è nata l’idea non di una storia d’amore ambientata nel presente, bensì il ritratto di un uomo che, nel 2026, tenta di rileggere la propria vita sentimentale passata, ciò che, in ultima analisi, lo ha formato intimamente, poiché ogni rivoluzione politica porta inevitabilmente con sé un mutamento morale», spiega il regista.

Dimenticate i classici film sull’amore fatti di incontri fortuiti e crisi risolutive. Il regista Pariser sceglie una strada più libera e coraggiosa, ispirata a quel cinema italiano capace di lasciare spazio a conversazioni lunghe, vive e imprevedibili. Il film non è una cronaca, ma una successione di incontri. Léo parla, ascolta e ricorda, cercando di capire quale sia il suo posto in una rivoluzione che comprende con la testa, ma che fatica a sentire sulla pelle.

Léo appartiene a quella generazione nata negli anni Settanta che oggi si guarda allo specchio e vede le proprie certezze sgretolarsi. Non è solo una crisi d’identità, ma anche economica. Pur circondato da libri, teatro e cultura, Léo osserva un mondo dove non può più permettersi di vivere a Parigi come fa sua figlia, mentre fuori dalla finestra crescono le forze reazionarie e l’inquietudine collettiva. Il vero cuore del film batte negli incontri con l’universo femminile che circonda il protagonista. Non sono semplici comprimarie, ma le vere forze motrici che mettono in crisi l’ego di Léo.

Da una parte c’è la rabbia vibrante di Éléonore e della figlia Emma; dall’altra arrivano Armelle e Tina, che con disarmante chiarezza gli mostrano che i suoi dubbi e le sue nevrosi appartengono a lui e non alle donne che incontra. La sfida per un uomo come Léo non è più solo riconoscere i meccanismi di dominio del passato, ma accettare l’idea di non essere più il protagonista assoluto della storia.

Il film ci lancia una sfida provocatoria ovvero: capire i propri errori significa davvero essere cambiati? Sullo sfondo di una Parigi segnata da proteste e cariche della polizia, un clima di incertezza che Pariser sceglie di non legare a un fatto di cronaca specifico per renderlo universale, la piccola crisi personale di Léo sembra quasi scomparire davanti al rumore del mondo. Eppure, proprio quando tutto sembra perduto nel labirinto dei ricordi e dei fallimenti, il film ci regala uno spiraglio. Una lettera d’amore nel finale apre alla speranza e alla consapevolezza che anche quando pensiamo di aver capito tutto, possiamo ancora sbagliarci. Ed è proprio in questa incertezza che risiede la bellezza, perché, come suggerisce il regista, una vita non è mai completamente fissata. Un film che non dà risposte preconfezionate, ma che invita lo spettatore a sedersi a tavola con Léo, per riscoprire, tra una parola e l’altra, cosa significhi davvero restare umani in un mondo che cambia.

Un documentario su Renzo Rosso, il fondatore di Diesel

Be Brave
Be Brave

Per la sezione fuori concorso il regista italiano Francesco Carrozzini porta in Mostra il film Be Brave. Nel 1996, Diesel sbarca ufficialmente negli Stati Uniti, da sempre la patria del denim, sfidando Levi’s sul suo stesso campo di battaglia Lexington Avenue. È così che inizia il documentario su Renzo Rosso, il fondatore di Diesel e del gruppo Otb, oggi un vero e proprio impero della moda. Per raccontare la sua storia, il regista intraprende un viaggio intervistando amici, colleghi, artisti e creativi. Tutti concordano sul fatto che incontrare Renzo è stato come sentirsi visti per la prima volta. Renzo Rosso però non è solo un imprenditore e un designer, è anche un genio della comunicazione, un uomo che ha sempre spinto al limite il linguaggio, la provocazione, l’ironia. Da qui la scelta di utilizzare l’Ia come strumento di racconto. Un gioco con lo spettatore, una scommessa. Per provare a stimolare una discussione sul progresso tecnologico raggiunto con l’Ia e sulla vera creatività che può nascere solo dalla meravigliosa stupidità umana.

Renzo Rosso è un pioniere che ha destrutturato i linguaggi tradizionali per creare cortocircuiti visivi e culturali, ed è sempre stato, fondamentalmente un provocatore, tanto nella moda quanto nella comunicazione. Riguardo all’uso dell’intelligenza artificiale per raccontare la sua storia così il regista risponde: «non nasce da una fascinazione tecnica, né da una moda del momento. Nasce da una necessità. L’Ia diventa il correlativo oggettivo del suo pensiero, un flusso generativo incessante che rompe le regole, una provocazione che ci obbliga a prendere atto del momento storico in cui viviamo e decidere di gestirlo e di non subirlo disobbedendo». Un film che racconta come Rosso abbia colonizzato l’immaginario collettivo usando la provocazione e il coraggio come forme d’arte e di vita. E lo racconta con un uso sperimentale e provocatorio dell’ultima frontiera della contemporaneità, l’intelligenza artificiale.

Walter Colombo, inviato a Venezia

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