VENEZIA – Barthélémy Grossmann, classe 1981, regista, sceneggiatore e attore svizzero, sbarca al lido col film fuori concorso Father Joe, concentrando il proprio lavoro sull’ascesa sociale, il denaro, il successo e le contraddizioni del capitalismo. Nel cuore di Little Italy, a Manhattan, dove i boss della mafia dettano legge e la fede vacilla, padre Joe, un uomo di Dio fuori dal comune, combatte una guerra segreta. Da solo smantella organizzazioni criminali, sottrae anime alla malavita e trasforma il mondo del crimine nella propria congregazione. Ma quando la posta in gioco si alza e la rete del potere si rivela più vasta del previsto, Joe è costretto a stringere alleanze improbabili, oltrepassare confini sacri e portare la sua battaglia oltre le mura della chiesa, per salvare chi nessun altro può salvare. Confessa. Pentiti. Paga. O preparati alle conseguenze.
«Fin dall’inizio ho immaginato Father Joe come una favola moderna sulla fede, la redenzione e la complessità della natura umana. Al tempo stesso, è un action thriller che nasce dalla mia passione per il cinema di genere, quello con cui sono cresciuto e che ho sempre amato», dichiara il regista. Un thriller d’azione che riunisce Kiefer Sutherland, Al Pacino e la giovane attrice e modella Ever Anderson.
Dio ride è il film di chiusura dell’83ma Mostra del cinema, presentato fuori concorso che porta il regista Giovanni Veronesi nel cuore del Seicento. Liberamente ispirato a fatti realmente accaduti e interpretato, tra gli altri, da Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando, il film racconta lo scontro tra la libertà disarmante di fra Leopoldo e un potere che teme la forza di un linguaggio comprensibile, ironico e popolare.
Frate Leopoldo da Casamacchia parla di Dio come nessuno ha mai fatto. Mentre la Chiesa predica in latino, fra Leopoldo racconta il Vangelo con una gioia contagiosa che genera sollievo e speranza. Parla di un Dio vicino agli uomini, capace di ridere insieme a loro. Il suo messaggio si diffonde conquistando il cuore di migliaia di persone che iniziano a seguirlo ovunque, mentre le chiese si svuotano. L’eco di quella voce giunge a Roma e suona pericolosa per chi governa attraverso la paura così il Papa decide di affidare il caso al cardinale Maculani, il più autorevole inquisitore del suo tempo. Quello che nasce come un processo si trasforma in un confronto inatteso, che mette in discussione convinzioni incrollabili. Mentre il destino di Leopoldo sembra segnato, per Maculani e per chi è colto dal dubbio si aprono strade impensate. Perché si può spegnere una voce, ma non ciò che essa ha lasciato negli altri.
«Dio ride ha segnato per me un confine mai attraversato. Se nei film precedenti la regia era spesso al servizio degli attori e dei tempi delicati che la comicità richiede, in questo film ho aspettato la luce giusta, ho fatto albe vere, ho messo al centro lo sguardo, per filmare ciò che mi dava emozione. È stato come scrivere un racconto, con un vocabolario evocato da immagini e non da parole, per raccontare quanto la satira e la comicità abbiano da sempre fatto tremare il potere», dichiara il regista.
Per alcuni, la commedia è un semplice diversivo; per il regista, è lo strumento d’indagine più affilato per sezionare la realtà. Al centro della sua nuova opera non c’è solo una ricostruzione storica del XVII secolo, ma un’urgenza profondamente attuale, il desiderio di raccontare la comicità in modo drammatico, partendo dal presupposto che il riso sia, a tutti gli effetti, una questione seria. Il cuore pulsante del film è incarnato dalla figura di fra Leopoldo, un personaggio che brilla per purezza e onestà. La sua vera rivoluzione non passa attraverso le armi, ma attraverso le parole. In un mondo in cui la Chiesa si trincera dietro il latino e il potere politico e usa un linguaggio discutibile per schiacciare i più deboli, Leopoldo sceglie la via della comprensione, della gioia e dell’ironia.
Veronesi ambienta la storia nel Seicento perché la considera un’epoca di grandi trasformazioni che rispecchia i mali del presente. «Il linguaggio politico mente, non è onesto ed è sempre teso a schiacciare il popolo», spiega l’autore, sottolineando come l’unico antidoto sia un linguaggio onesto, capace di arrivare davvero alla gente. Per dare corpo a questo scontro simbolico e umano, il regista si è affidato a due dei più grandi interpreti del nostro cinema: Pierfrancesco Favino e Silvio Orlando. Sebbene la sceneggiatura fosse definita in modo ferreo, il lavoro sul set ha permesso di esplorare diverse sfumature creative. La direzione dei due attori ha richiesto approcci quasi opposti, specchio del loro talento; infatti, da un lato la necessità di una presenza più esplicita per Favino e dall’altro un approccio più delicato per Orlando, capace di entrare nei personaggi in punta di piedi.
Il risultato è un confronto che trasforma un processo giudiziario in una profonda riflessione sull’animo umano. Ma il film è anche un monito politico. Veronesi non nasconde la sua preoccupazione per il periodo storico che stiamo attraversando, caratterizzato da una diffusa ignoranza e dalla mancanza di una direzione ideologica consapevole. È proprio in questo vuoto di buonsenso che, secondo l’autore, trovano terreno fertile frange politiche aggressive, capaci di manipolare un popolo che fatica a comprendere la realtà e che, di conseguenza, finisce per scegliere male. In questa cornice, la sua poetica si conferma come un atto di resistenza civile; usare il cinema per risvegliare le coscienze, armando la verità con il potere di un sorriso onesto.
La premiazione
Dopo undici giorni di grande cinema è giunto il momento dei Leoni, la cerimonia di premiazione che ieri sera (sabato 12 settembre) ha visto sfilare sul red carpet registi, attori e personalità internazionali.

Il Leone d’oro per il miglior film viene assegnato a Kvinde Ukendt (Woman Unknown) di May el-Toukhy. Marie sta per sposare Christian, il ricco vedovo per cui lavora come domestica e bambinaia. Per lei, il matrimonio significa diventare la signora della casa. Ma c’è un segreto che potrebbe mandare tutto in frantumi quando durante la guerra ha avuto una relazione con un soldato tedesco. Ora, nell’anarchia del dopoguerra, quel passato torna a presentarle il conto. E Marie è pronta a tutto pur di difendere la vita che si è conquistata. Il film esplora il tema del corpo femminile come campo di battaglia attraverso la prospettiva delle cosiddette collaboratrici orizzontali ovvero le numerose donne che, in tutta Europa durante la Seconda guerra mondiale, intrecciarono relazioni con soldati degli eserciti occupanti e che, al termine del conflitto, subirono durissime conseguenze. La storia è ambientata nell’immediato dopoguerra, dove un periodo di entusiasmo, ottimismo ed euforia per l’Europa, si contrappone a un tempo segnato dall’assenza di un reale quadro giuridico capace di affrontare le conseguenze del conflitto appena concluso. Mentre il patriottismo si rafforzava e l’ipocrisia prosperava, il comportamento sessuale di quelle donne veniva considerato un’offesa all’identità nazionale. Per questo, individui e gruppi della società si sentirono autorizzati a punirle, giudicandole per le relazioni che avevano avuto. Furono perseguitate, umiliate pubblicamente e condannate a uno stigma destinato a segnarle per tutta la vita. Le donne hanno spesso pagato il prezzo della guerra con il proprio corpo attraverso il controllo, la punizione e la violenza sessuale. Purtroppo, non si tratta di un fenomeno relegato al passato. Il film indaga questi meccanismi e invita a riflettere su come il corpo e il desiderio femminili vengano percepiti e giudicati, non solo in tempo di guerra.
Ga-neung-han sa-rang (Possible love) di Lee Chang-dong si vede assegnare il Leone d’argento gran premio della giuria. Due coppie sposate, due mondi che si incontrano attraverso la macchina da presa: un lavoratore licenziato e sua moglie, una documentarista e suo marito. Mi-ok conduce una vita tranquilla insieme al marito Ho-seok, che ha perso il lavoro, e al loro giovane figlio Cheol. La loro quotidianità cambia quando un funerale li mette in contatto con Ye-ji, una documentarista impegnata nella realizzazione di un film sui lavoratori licenziati, e con suo marito Sang-woo. Lo stile di vita agiato di Ye-ji e Sang-woo è molto diverso da quello di Mi-ok e Ho-seok. Quando Mi-ok accetta di partecipare al documentario, si avvicina a Ye-ji e finisce, suo malgrado, per sentirsi attratta dall’enigmatico Sang-woo. L’incontro tra i loro mondi fa così emergere le prime crepe nelle rispettive vite e nei rapporti di coppia.
Il premio Leone del futuro opera prima Venezia viene assegnato a La maison du vent di Auguste Bernard Kouemo Yanghu. A ottant’anni, Josette vive sola a Yaoundé, in Camerun. I suoi figli sono tutti partiti per l’Occidente. Vorrebbe che costruissero delle case nel loro Paese d’origine, nel tentativo di riportarli un giorno vicino a sé. Ma il legame inatteso che nasce con Sarah, una giovane donna del quartiere, mette in discussione tutto ciò attorno a cui ha costruito la sua esistenza: la famiglia, le responsabilità e le speranze che ancora la animano.

Il Leone d’argento per la migliore regia va a Ilya Khrzhanovsky col film Dau, ispirato ai fisici che contribuirono alla costruzione della bomba atomica sovietica, seguendo il percorso di un brillante fisico di origine greca dal 1928 in Unione Sovietica attraverso quattro decenni di sconvolgimenti. Spinto dal desiderio di scoprire le leggi dell’universo, l’idealista Dau viene chiamato al servizio dello Stato per creare una delle armi più letali della storia. In un istituto di ricerca segreto, la vita è regolata dall’ambizione scientifica, dal potere, dalla sorveglianza e dal privilegio. Mentre la sua libertà individuale si riduce, Dau cerca altrove, al di fuori del matrimonio, una forma di liberazione attraverso una serie di relazioni, finendo per smarrire sé stesso e la propria capacità di amare. Ritratto intimo di un uomo alla ricerca della felicità e della libertà, e insieme vasto affresco di una società fondata sulla violenza e sull’ideologia, raccontando i compromessi che plasmano un’esistenza e finiscono per cambiare il corso della storia.
Il Premio speciale giuria al film Naza di Yuval Abraham e Rachel Szor. Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela i dettagli dei sistemi alla base dell’uccisione di massa di civili palestinesi a Gaza programmata da Israele. Il film è stato realizzato con lo scopo doveroso di usare la posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il Paese è responsabile.

Per la sezione Orizzonti il premio come migliore film viene assegnato al film Un détour par Diane di Ann Sirot e Raphaël Balboni. Diane disprezza gli uomini tanto quanto li desidera. Sua madre è stata violentata tre anni prima della sua nascita. Quando Diane lo scopre, ha un solo obiettivo quello di vendicarla. Ma la madre ha un unico pensiero in testa, diventare finalmente la donna che sarebbe dovuta essere. Tra chi vuole ricordare e chi vuole dimenticare, la tensione sale alle stelle. Il film indaga le modalità subdole di trasmissione dei traumi attraverso le barriere che erigiamo per dimenticare il passato, attraverso i compiti che inconsciamente affidiamo ai figli che mettiamo al mondo per poter andare avanti e attraverso il silenzio del segreto, che corrompe l’autenticità di ogni nostro legame. E una volta che il segreto esplode all’improvviso in faccia a Diane come una bolla di sapone, si manifesta tutta la complessità della sua posizione: quella di chi ora sa, ma a cui si chiede di tacere. La prigione del segreto si è allargata fino a includere una terza persona. Diane si trova così a coesistere in uno spazio mentale soffocante, stretta tra la vittima e l’aggressore, lacerata tra la brama di portare tutto alla luce per ottenere giustizia e la supplica della madre di mantenere il silenzio, per risparmiarle la bufera che una simile rivelazione scatenerebbe.
Mentre le luci delle sale cinematografiche si spengono e lo stormo di fenicotteri del manifesto di Manuele Fior sembra davvero prendere il volo dal Lido, l’83ª Mostra internazionale d’arte cinematografica si congeda lasciandoci un’eredità di immagini, emozioni e riflessioni profonde. Questi undici giorni hanno confermato la visione del direttore Alberto Barbera secondo il quale il cinema resta quel luogo di aspettative raramente deluse capace di alimentare la nostra passione e la nostra fiducia nel futuro. Venezia 83 non è stata solo una passerella di stelle, dal fascino intramontabile di George Clooney al minimalismo coraggioso di Pamela Anderson, ma un vero e proprio romanzo visivo che ha saputo intrecciare l’incanto della finzione con la cruda urgenza della realtà. Si è messo in mostra la tensione civile di opere come Naza, capace di scuotere le coscienze e rompere il silenzio sui conflitti contemporanei, opere sulla parità di genere e una riflessione sul ruolo dell’Intelligenza Artificiale nel processo creativo. Mentre il Lido si prepara a un lento rientro alla normalità il Festival lascia il tesoro più prezioso: la consapevolezza che storie così diverse possano ancora unirci in un unico sguardo. La kermesse si chiude ufficialmente, ma la magia della laguna e il potere dei racconti vissuti continueranno a vibrare ben oltre il calare del sipario.
Walter Colombo, inviato a Venezia


