L’imprenditore Bruno Ceretto ha ricevuto una laurea honoris causa dalla Gioya Higher education institution

Dopo la cerimonia a Ginevra, lo abbiamo intervistato su Langa, vino e sanità

L'imprenditore Bruno Ceretto ha ricevuto una laurea honoris causa dalla Gioya Higher education institution
Bruno Ceretto durante la cerimonia.

di Davide Barile

L’INTERVISTA – Prima di venerdì 2 ottobre, Bruno Ceretto poteva dire di averne viste tante, o quasi tutte: a 89 anni gli mancava la laurea, arrivata honoris causa, dalla Gioya higher education institution, ateneo che include corsi per dirigenti, imprenditori e leader.

La cerimonia a Ginevra

La consegna si è tenuta nel palazzo delle Nazioni di Ginevra, sede dell’Onu nella città svizzera, davanti ad autorità della Gioya e dell’Università della pace delle Nazioni unite. Oltre a Ceretto, a ricevere il titolo c’era Gian Carlo Minardi, fondatore dell’omonima scuderia di Formula uno.

Le motivazioni

Le motivazioni: «Bruno Ceretto rappresenta una concezione dell’imprenditorialità nella quale bellezza, patrimonio culturale e territorio sono inseparabili. Attraverso il suo percorso, l’identità delle Langhe, il paesaggio, la qualità artigianale e il vino italiano sono diventati espressione di una visione imprenditoriale capace di attraversare le generazioni e di contribuire al prestigio internazionale del made in Italy».

Con il tocco e la toga accademica, Ceretto ha tenuto una lectio magistralis all’assemblea: «Le Langhe sono state la mia origine e la mia scuola. Da questa terra ho imparato il rispetto per il tempo, la pazienza del lavoro e quella forma di bellezza che nasce soltanto quando si ha cura delle cose». Il suo messaggio per i giovani recita: «Abbiate radici abbastanza profonde da non dimenticare chi siete, e uno sguardo abbastanza grande da immaginare ciò che ancora non esiste. Perché una vita non si misura soltanto da ciò che riesce a costruire per sé, ma da ciò che riesce a lasciare agli altri».

Ceretto, ha fatto ampi cenni al futuro, cosa significa per lei guardare sempre avanti?

«Il futuro è sempre stato la filosofia della nostra famiglia. Se sei un produttore di vino e, prima di prendere i soldi di una bottiglia, tra organizzazione e crescita, passano quattordici anni, devi per forza pensare lontano. Alla soglia dei novant’anni non ho ancora conosciuto la Provvidenza, ma ho capito che bisogna girare il mondo per fare delle scoperte, mai stare fermi ad Alba. I miei successori hanno messo in pratica l’insegnamento».

Che futuro ha la Langa?

«Venticinque anni fa mi è venuto in mente che è molto difficile combattere con i francesi perché dentro un bicchiere di vino, oltre alla qualità, ci sono storie e tradizione: la loro è secolare, la nostra ha a malapena cinquant’anni. Noi di Langa abbiamo speso le prime lire guadagnate per rifare le cantine, che prima erano piene di muffa e botti vecchie. La mia famiglia si è allargata con altri prodotti, perché quando compri una cascina trovi, accanto ai versanti maggiormente vocati per la viticoltura, quelli a Nord che vanno bene per le nocciole. Tramite Relanghe non aspettiamo che escano le quotazioni delle nocciole alla fiera di Castagnole o Cortemilia: il prezzo lo deve fare chi produce, non bisogna accettare ciò che dicono i commercianti. Stesso discorso per l’uva: saremo maturi solo quando ogni viticoltore deciderà a quanto venderla, come fanno i vigneron in Francia».

E per quanto riguarda le altre nostre specialità?

«Le aziende come Miroglio e Mondo, a causa della globalizzazione, contano molto meno di un tempo. Ci resta la grande ricchezza data dal cibo e, per questo, dobbiamo puntare sempre più sull’alta qualità. Per il tartufo, durante la Fiera, i giudici del Mercato mondiale dovrebbero certificare l’originalità della provenienza locale. I nostri ristoranti sono invidiati da tutti. A La piola, posso garantire che i tajarin del cuoco del Bangladesh, che lavora otto ore al giorno da dodici anni, sono migliori di quelli delle nostre mamme e nonne: il segreto sta nella materia prima, la farina del mulino di La Morra».

Come presidente della fondazione Ospedale Alba Bra, che momento vive la sanità?

«Tutti ci lamentiamo dei vari problemi, ed è vero che il cittadino medio si sta trovando di fronte a lunghe liste di attesa. Girando il mondo, mi sono però accorto che la nostra sanità è la migliore in assoluto se la si compara a Paesi come Stati uniti, Francia, Regno unito e Russia. Servirebbe un’organizzazione migliore: nella sanità manca chi dà ordini decisi, colui che nel pubblico si chiama capo e nel privato, in maniera più offensiva, padrone. Devo dire che a Verduno c’è gente seria e, grazie ai finanziamenti della fondazione, non facciamo risuscitare i morti, ma guariamo gli ammalati in fretta. Nessuno ha 160 volontari come noi, un cuoco stellato che insegna in cucina e Fulvio Marino che spiega come fare il pane della mensa. Abbiamo anche un pulmino per assistere gli ammalati che abitano più lontano. Le Asl della provincia funzionano bene».

Perché, secondo lei?

«Perché c’è attenzione alle spese e siamo la provincia con la forma istituzionale più perfetta, apprezziamo Carabinieri, Poliziotti e Finanzieri e ci meritiamo la buona sanità. Anche da noi, comunque, manca il personale, quattro anni fa abbiamo aperto i corsi di laurea da infermiere con sessanta posti, ma oggi abbiamo solo trenta iscritti».

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