di Andrea Olimpi
ALBA – Venerdì 30 ottobre anche gli studenti albesi scenderanno in piazza, unendosi alla mobilitazione nazionale che coinvolgerà scuole, università e lavoratori in numerose città italiane.
Il ritrovo è previsto alle 7.50 in piazza Garibaldi, con partenza del corteo alle 8.30. A promuovere l’iniziativa è il Collettivo studentesco Cohiba Esplendido, che chiede maggiori investimenti nell’istruzione pubblica, nella sanità e nei servizi essenziali, contestando l’aumento delle spese militari.
Una protesta che ad Alba ha già avuto un’anticipazione il 23 ottobre, quando gli studenti dell’istituto Da Vinci hanno manifestato denunciando problemi strutturali dell’edificio, carenza di spazi adeguati e difficoltà che, secondo i ragazzi, vengono segnalate da anni senza risposte risolutive.
Ma dietro le manifestazioni che stanno attraversando il Paese emerge una questione più ampia, che va oltre le singole rivendicazioni e le appartenenze politiche: quali prospettive concrete vengono offerte oggi ai giovani?
Dal disagio sociale alla protesta studentesca
Le occupazioni scolastiche, i cortei e le assemblee universitarie potrebbero rappresentare soltanto la parte più visibile di un disagio che coinvolge anche chi non scende in piazza. Un fenomeno che accompagna i ragazzi nelle diverse fasi della crescita, dalle difficoltà della scuola pubblica a quelle dell’università, fino alla ricerca di un lavoro e di un’abitazione.
Edifici deteriorati, aule sovraffollate, carenze di personale e risorse insufficienti sono alcune delle criticità denunciate dagli studenti. Problemi ai quali, proseguendo negli studi, si aggiungono il costo degli affitti, dei trasporti e della formazione universitaria. Quando le possibilità economiche individuali non bastano, il peso ricade inevitabilmente sulle famiglie.
I dati aiutano a comprendere la dimensione del fenomeno. Secondo l’Istat, nel 2025 il 12,1% dei giovani tra i 18 e i 34 anni viveva in condizioni di povertà assoluta, quasi 1,2 milioni di persone. Nel 2024 oltre due terzi dei giovani della stessa fascia d’età viveva ancora con i genitori. AlmaLaurea evidenzia inoltre che il 36,1% dei laureati del 2024 ha dovuto affittare un alloggio o un posto letto per frequentare l’università, ma soltanto il 19,3% di quanti hanno sostenuto questa spesa ha beneficiato di un contributo per l’affitto.
Numeri che non spiegano da soli le ragioni delle proteste, ma documentano difficoltà economiche e abitative capaci di condizionare le opportunità delle nuove generazioni.
Le piazze italiane e le proteste nel mondo
Da Roma a Torino, passando per Milano, le mobilitazioni delle ultime settimane hanno coinvolto numerosi istituti scolastici. A Torino, il 26 ottobre, circa 300 studenti hanno partecipato all’assemblea che ha preceduto l’occupazione del Campus universitario Luigi Einaudi.
I ragazzi chiedono maggiori finanziamenti per scuola e università, interventi contro il carovita e una diversa distribuzione delle risorse pubbliche. Alcuni contestano le priorità delle politiche scolastiche del Governo e denunciano un uso eccessivo della forza da parte della polizia durante le manifestazioni. Accuse che devono essere distinte dalle ricostruzioni delle autorità sugli episodi di tensione.
Ma il fenomeno non è soltanto italiano. Dalla Francia alla Grecia, dalla Spagna all’Albania, le proteste giovanili presentano caratteristiche differenti, ma alcune questioni ricorrenti: istruzione pubblica, costo della vita, difficoltà abitative e incertezza sul futuro. In Francia si denunciano carenze di insegnanti e problemi negli edifici scolastici; in Grecia il peso degli affitti universitari e delle spese quotidiane; in Albania la disoccupazione, i costi dell’istruzione e la sfiducia nelle istituzioni.
Anche in Serbia, in un contesto politico differente, la mobilitazione nata nelle università dopo il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad nel 2024, alimentata dalle denunce di corruzione e dalla sfiducia nelle istituzioni, ha progressivamente coinvolto settori più ampi della società.
Una responsabilità che attraversa le generazioni
Sarebbe riduttivo interpretare queste manifestazioni soltanto attraverso la contrapposizione tra destra e sinistra. Le organizzazioni promotrici hanno identità politiche differenti, ma molte delle difficoltà denunciate attraversano gli schieramenti e coinvolgono una parte della società ben più ampia di quella presente nei cortei.
Il carovita, le difficoltà abitative e l’incertezza lavorativa non riguardano soltanto gli studenti. Coinvolgono genitori e, talvolta, nonni, chiamati a sostenere economicamente figli e nipoti anche quando questi hanno raggiunto l’età adulta. È il rischio di una caduta verticale che attraversa le generazioni, nella quale le difficoltà di oggi possono trasformarsi in minori opportunità per il futuro.
E allora lo sguardo torna ad Alba, alle scuole del territorio e ai ragazzi che venerdì 30 ottobre scenderanno in piazza. Le difficoltà denunciate dagli studenti del Da Vinci, così come le richieste che accompagneranno il corteo, ci ricordano che le grandi questioni sociali non riguardano soltanto le metropoli o Paesi lontani. Si manifestano anche nelle nostre città, nelle aule frequentate ogni giorno dai nostri figli e nipoti, nelle famiglie che cercano di sostenerli durante gli studi e nei giovani che si interrogano sulle possibilità di costruire qui il proprio futuro.
Ed è proprio partendo da questa realtà, che conosciamo da vicino, che dovremmo porci un’altra domanda, forse ancora più difficile. Quanta responsabilità abbiamo noi adulti, madri e padri, insegnanti, professori universitari, amministratori pubblici e governanti, per essere arrivati a questo punto?
Quanto abbiamo fatto, o non fatto, per garantire alle nuove generazioni un’istruzione adeguata, opportunità di lavoro e la possibilità di costruire una vita autonoma?
Non si tratta di individuare colpevoli, ma neppure di considerare inevitabili le difficoltà attuali, senza interrogarci sulle scelte compiute, sulle priorità stabilite e sulle decisioni rinviate.
Forse, prima ancora di chiederci perché i giovani scendano in piazza, dovremmo domandarci quanto siamo stati capaci di ascoltarli quando quelle piazze erano ancora vuote.
Perché il vero interrogativo non è soltanto quale futuro attenda i giovani, ma quale futuro siamo stati capaci di preparare per loro.
Ma forse siamo ancora in tempo per rimediare.
