Buona scuola, la riforma senza denari

INCHIESTA.  Il disegno di legge del Governo e lo sciopero generale di martedì 5 maggio visti da Alba attraverso gli occhi di chi lavora con i ragazzi nelle aule

«La Buona scuola mette al centro lo studente con i suoi sogni e i suoi bisogni, il suo desiderio profondo di essere innanzitutto un cittadino»: lo ha sostenuto il premier Matteo Renzi dopo il Consiglio dei ministri che ha approvato il disegno di legge sulla riforma. Della bontà del provvedimento − soprattutto di alcune parti − non sono convinti insegnanti, i membri del personale amministrativo, tecnico e ausiliario, assente cronico nella politica del Governo sulla scuola, gli studenti. Il malcontento che è cresciuto da ottobre, quando è iniziata a circolare la prima bozza, fino a sfociare oggi, martedì 5 maggio, nello sciopero generale della scuola, il primo dopo sette anni e capace di unire le forze sindacali, dai confederali Cgil, Cisl, Uil oltre a Snals e Gilda. Si sono aggiunte allo sciopero anche altre organizzazioni non collegate al mondo dell’istruzione. Una mobilitazione trasversale − fondata anche sul fatto che gli insegnanti sono senza contratto nazionale dal 2009 − per la quale ad Alba alcune scuole sono rimaste chiuse e nelle altre l’attività didattica è stata ridotta.

Tra i punti più controversi della riforma i nuovi poteri assegnati ai dirigenti scolastici − si è arrivati a parlare di presidi sceriffo − e il sistema di valutazione degli insegnanti.

Secondo Luciano Marengo, preside del liceo classico Giuseppe Govone e dell’artistico intitolato a Pinot Gallizio, «bisogna avere l’umiltà di sperimentare e dalla Buona scuola si può partire. Valutare e riconoscere l’impegno e la competenza dei docenti come dei presidi è necessario. La qualità della scuola si fonda su questo. Il problema è definire i criteri di valutazione; mi auguro che con i decreti attuativi verranno definiti parametri chiari e oggettivi. Per esperienza personale credo comunque che il lavoro e l’esperienza sul campo valgano più di ogni corso o master». Premesso che «nella mia vita a scuola la stragrande maggioranza dei colleghi che ho incontrato sono persone di grande passione e professionalità», Marengo aggiunge che «è giusto si possa scegliere, non tutti coloro che vogliono fare l’insegnante sono portati per questa professione. Non credo alla figura del preside sceriffo ma al dirigente motivatore con la capacità di creare la giusta armonia tra i diversi attori della scuola». La preoccupazione è che si voglia fare una riforma a “costo zero”: «Le proposte non si possono concretizzare senza un budget. Questo manca nel disegno di legge. Esclusi gli stipendi del personale, per il funzionamento dell’istituto che dirigo, con circa 700 studenti, lo Stato ha stanziato 18 mila euro (circa 25 euro a ragazzo): più di 10 mila sono serviti a comprare i prodotti per la pulizia. Sono fondamentali i contributi volontari − Marengo sottolinea la parola, nda − di 100 euro per ogni famiglia. Grazie a questi soldi la scuola fornisce i servizi e gli strumenti a disposizione degli alunni. Ma per una scuola migliore, per esempio con corsi di recupero e tutor, servirebbero più fondi».

Sul numero di Gazzetta in edicola l’analisi della riforma, l’opinione dei sindacati, le interviste ai docenti.
Manuela Anfosso