A Strasburgo l’Unione Europea ha battuto un colpo, anzi due

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STRASBURGO La sessione plenaria di settembre del Parlamento europeo ha di regola al centro il discorso del Presidente della Commissione europea su “Lo stato dell’Unione”, un discorso rituale che informa il Parlamento sulle politiche in cantiere nella Commissione, già ben note ai parlamentari, ma che è anche l’occasione per annunciare le priorità del nuovo anno.

Non è andata esattamente così la settimana scorsa a Strasburgo, per almeno due ragioni. Da una parte, nel 2019 l’attuale Commissione avrà solo più un semestre di attività e sarà a settembre sostituita da un nuovo esecutivo; dall’altra, perché due altri temi hanno rubato la scena e attirato l’attenzione dei media, quello delle sanzioni al governo ungherese di Viktor Orban e quello della protezione dei diritti di autore e della creatività artistica nei confronti dei colossi “predatori” del Web, Google in testa.

Si è trattato di due voti molto attesi e, sembrava alla vigilia, giocati sul filo di lana anche per la complessità delle misure da adottare e per l’incertezza delle aggregazioni tra le forze politiche in Parlamento. Nei due casi si sono invece delineati due schieramenti con una forte maggioranza in favore delle proposte della Commissione europea che ha meritatamente incassato risultati importanti, anche se il primo prevalentemente simbolico e il secondo ancora precario quanto all’esito finale.

Ma andiamo con ordine, cominciando dal “caso” ungherese, che sarebbe più corretto delimitare alla figura di Viktor Orban, Primo ministro del governo magiaro. In gioco l’avvio di una procedura sanzionatoria per mancato rispetto dei valori europei e per infrazione allo stato di diritto, dopo gli attacchi all’indipendenza della magistratura e alla libertà di stampa e di insegnamento. Si tratta di una procedura di estrema gravità – già avviata anche nei confronti della Polonia – fondata sull’articolo 7 dei Trattati, che potrebbe approdare, dopo il voto favorevole del Parlamento (448 voti contro 197 contrari e 48 astensioni), a una esclusione dell’Ungheria dalle sedi decisionali UE qualora vi fosse unanimità in questo senso al Consiglio europeo. Unanimità però altamente improbabile tenuto conto dell’opposizione a tale provvedimento da parte della Polonia, anch’essa a rischio di analoga messa in stato di accusa. Di qui il valore prevalentemente simbolico del pronunciamento parlamentare che però nulla toglie, anzi, all’impatto politico di un voto che ha fatto convergere tra loro forze politiche tra loro tradizionalmente distanti, ma unite nell’arginare l’attacco portato alla democrazia in un Paese membro e non solo. Contro le destre, quelle estreme in particolare, si sono schierati socialisti, Verdi, sinistre, liberali e una parte consistente del Partito popolare europeo (PPE), vero ago della bilancia in questa delicata vicenda.

Un’altra consistente maggioranza (438 voti contro 226 contrari e 39 astensioni) si è espressa in favore della protezione del diritto d’autore (copyright), risultato in questo caso di una frammentazione interna ai gruppi politici, ma anche qui con una trasversalità, preannuncio di possibili scossoni nella formazione di future alleanze nel Parlamento europeo che uscirà dal voto del maggio prossimo.  Si sono espressi in favore il PPE, la maggioranza dei socialisti, divisi al loro interno sovranisti e liberali e contrari euroscettici (tra questi i Cinque stelle) e i Verdi. In gioco ancora una volta era la sostanza della democrazia, che la maggioranza del Parlamento ha individuato prioritariamente nella salvaguardia di una corretta informazione, al riparo dal Far West del web. Adesso la proposta di direttiva proseguirà il cammino nel Consiglio dei ministri dove non avrà vita facile.

A non rendere la vita facile agli sviluppi dei due voti parlamentari darà il suo contributo il governo italiano dove la Lega si oppone alla sanzioni a Orban, sostenute invece dagli “alleati”  grillini, mentre il “facente funzione” Presidente del Consiglio potrebbe avvalersi di un’intesa tra i due soci di maggioranza per ostacolare l’adozione della Direttiva sul “copyright”.

Tempi non facili per il governo italiano a Bruxelles e tempi interessanti per la campagna elettorale ormai iniziata per il voto europeo di maggio.

Franco Chittolina

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