L’intervista con Carlo Cottarelli: «L’Italia ha sette vizi; è di vetro»

L’INTERVISTA Si torna a parlare di economia a Fontanafredda. Per l’ultima lezione del Laboratorio di resistenza permanente è salito in cattedra Carlo Cottarelli. Una lunga carriera al Fondo monetario internazionale; mesi come commissario alla spending review (così chiamarono la revisione della spesa dello Stato, ma adesso è di moda l’inglese) nominato da Enrico Letta; una manciata di giorni come premier incaricato da Mattarella per un possibile Governo tecnico, Cottarelli dice: «Non chiamatemi professore, sono piuttosto una specie di “predicatore itinerante”».

Nel suo ultimo libro, lei propone un’analisi che si sviluppa attorno a sette temi che definisce peccati capitali della nostra economia. Quali sono?

«Evasione fiscale, corruzione, troppa burocrazia, lentezza della giustizia, crollo demografico, divario tra Nord e Sud e difficoltà a convivere con l’euro. Naturalmente si potrebbero aggiungere altri aspetti che spiegano il rallentamento della nostra economia, ma questi sette fattori descrivono le ragioni per cui l’Italia fa in questo momento fatica a crescere e si allontana da altri Paesi europei».

L'intervista con Carlo Cottarelli: «L’Italia ha sette vizi; è di vetro»

A pochi giorni dalle elezioni, l’Europa continua a essere guardata con sospetto, più come un nemico che come un’opportunità. Perché?

«Quando le cose vanno male si cerca un capro espiatorio. Il progetto europeo non decolla perché non si comprendono ancora i benefici che deriverebbero dal prenderne parte. Colpa dei politici e della demagogia? Può darsi, ma in democrazia la classe politica viene eletta e sono convinto che i nostri governanti siano rappresentativi della nostra società. Serve, dunque, un cambio di mentalità. Personalmente provo a spiegare i meccanismi complessi che regolano la vita economica, così da rendere evidenti alcune necessità».

Come altri economisti, è stato chiamato ad avere un ruolo sulla scena politica. Molti si chiedono se in futuro tornerà a interpretarlo…

«Al momento, dico di no. Poi, mai dire mai. Quando sono stato chiamato dal presidente Mattarella, ho accettato perché ritenevo e ritengo fosse la cosa giusta da fare. Mi ha sorpreso e lusingato la proposta, e ho lasciato l’incarico poiché si erano creati i presupposti per la formazione di un Governo politico. Era giusto che fosse rispettata la volontà popolare, anche se non sono d’accordo con le scelte economiche di questo Governo».

L’economia è una disciplina con un proprio linguaggio. Quali sono le difficoltà nel raccontarla a un pubblico di non esperti?

«Non è semplice, soprattutto perché in un’economia globale l’intreccio di relazioni è estremamente fitto. I fenomeni non sono mai isolati e le economie nazionali sono inevitabilmente influenzate da quanto accade altrove, anche a migliaia di chilometri di distanza. Ma c’è un dovere per gli economisti: bisogna farsi capire, parlare alla testa e non alla pancia».

Quali sono le maggiori preoccupazioni derivanti dall’attuale situazione?

«L’Italia è come un vetro, può reggere l’urto della pioggia, non quello di un calcio. Le fragilità della nostra economia derivano certamente da una situazione caratterizzata da un ingente debito pubblico e da un alto costo del lavoro. Questo ci espone a potenziali shock economici internazionali. La nostra scarsa competitività condiziona la crescita e misure assistenziali, come quelle promosse dall’attuale Governo, rischiano di rivelarsi un boomerang. Il reddito di cittadinanza, ad esempio, misura pensata per contenere la povertà, in assenza di crescita, può paradossalmente creare più poveri».

Alessio Degiorgis

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