Tanti elettori e tanta solitudine: il nostro tour tra i seggi albesi

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ALBA Cade un mozzicone per terra e con la suola l’uomo lo pesta. La cenere è spenta, ma lui continua a calpestare, girando la suola come dovesse bucare il terreno. Di fronte al di Frazione Como alle 19 si vedono pochi elettori. Il cielo è grigio. “Sono nervoso”, dice l’uomo. “Annullerò le schede per mancanza di candidati credibili. Ma ho un timore: l’Europa si colorerà di nero”. Un altro passeggia tranquillo chiuso nel suo impermeabile. Anche lui fuma, ma i gesti sono più fluidi. “Abbiamo sofferto troppo negli ultimi anni. Questo voto rispecchierà questa sofferenza. Sono sicuro che le cose, da adesso, andranno bene”.

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Sono state settimane strane. Eppure osservando le sfumature si percepivano nel microcosmo albese movimenti di un ordine sociale più ampio. Un anziano signore nel seggio di Diano d’Alba mostra le tessera elettorale. E’ zeppa di timbri. “Sono un veterano. Negli ultimi giorni in città ho visto un circo senza precedenti. Nelle liste comunali comparivano individui insospettabili, canditati emersi dagli strati dell’ignoto. Nessuna storia politica, nessuna precedente idea condivisa con la comunità. Viviamo nell’epoca dell’interventismo, del diritto di parola anche in assenza di esperienze civiche e politiche. Tutti vogliono partecipare, come presi da un’euforia collettiva”. L’uomo ride e se ne va.
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Una donna che trasporta un passeggino in un’altra scuola di corso Europa aggiunge: “Ad Alba ci sono stati gli imbrattamenti delle sedi elettorali di partiti, come la Lega. I cambiamenti di partito e di lista all’ultimo minuto, migrazioni spudorate da un’ideologia all’altra. Ci sono state le cene, i banchetti. Un candidato finito sulle cronache nazionali per posizioni sessiste, un altro simpatizzante di partiti neofascisti. Insomma, abbiamo visto di tutto. Ci siamo divertiti”.
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L’immagine è quella di un dispositivo rotto, come un carillon ammaccato da cui escono note singole e spezzate ma si smarrisce la musica nel suo complesso. Questo frammentarsi di un tessuto prima coeso ha causato una certa euforia, perché ogni “stranezza” reca con sé un pizzico di esaltazione per la novità. Il clima elettorale aveva i colori dell’intrattenimento e dello spettacolo più che della solenne attesa di chi decide il proprio futuro.
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L’affluenza è stata elevata, ma differente dal solito. Presenza fisica non significa partecipazione. Invece di speranza si respirava tristezza. Un uomo di fronte alla scuola Rodari racconta un pezzo di sé: “Vedete questa cicatrice? E’ un incidente sul lavoro. Ora ho paura. Ho desiderio di sicurezza. Ma la sicurezza non si ottiene con la chiusura in sé stessi, si ottiene con l’apertura verso il mondo”. Nessuno dice cosa ha votato. Non vogliono “comparire sui giornali”. Intanto, il cielo rimane grigio e l’aria autunnale. In definitiva l’impressione nel parlare con gli elettori è quella di solitudine. Sembrano tutti molto soli. E rassegnati. Pensarci meno come singoli individui e più come una comunità potrebbe rappresentare la sfida di domani.

Roberto Aria

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