Alimentare incrementa tre volte il Pil nazionale

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POLLENZO Se c’è un settore che in Italia dà segnali positivi anche nel lungo periodo è quello del cibo: basti pensare che la crescita nel 2018 è stata del 3,1 per cento, un valore che supera di oltre tre volte la crescita del Pil (prodotto interno lordo) nazionale. È un dato emerso dallo studio sul comparto alimentare italiano presentato la scorsa settimana a Pollenzo, redatto dall’Università di scienze gastronomiche per conto di Ceresio investors.

Lo studio ha preso in considerazione 823 aziende, per un fatturato aggregato di 63 miliardi di euro: dalla birra al caffè, dai dolci ai distillati, dalle farine al latte, per arrivare all’olio, alla pasta e al vino, ma anche il comparto delle macchine per alimenti e quello degli imballaggi. Sul fronte della redditività, tra le aziende con un fatturato superiore a 100 milioni di euro, le performance migliori riguardano il vino (8,2 per cento), cui seguono i comparti del caffè (7,3 per cento), dei salumi (2,6 per cento) e dell’olio (2,2 per cento). Nelle realtà medie, con un fatturato tra i 100 e i 50 milioni di euro, i valori di redditività più alti riguardano i distillati (15,4 per cento), i dolci (8,5) e la pasta (8).

Ne parliamo con Carmine Garzia, docente di management all’Università del gusto e coordinatore scientifico dell’Osservatorio che ha condotto l’indagine.

Garzia, a che cosa si devono questi risultati positivi del comparto alimentare italiano?

«Sono risultati dovuti a un insieme di fattori, a partire da un rafforzamento del mercato interno. Ma nel 2018 si è anche registrata una certa ripresa dei consumi, sia interni che all’estero, senza dimenticare ciò che caratterizza le aziende del comparto alimentare: una buona qualità, una gestione mirata e soprattutto una tendenza all’innovazione, che ha permesso loro di uscire a testa alta dalla crisi e di ottenere ottimi risultati sul lungo periodo. Oggi possiamo dire che, in Italia, il settore alimentare ha preso il posto dell’industria manifatturiera in quanto a risultati complessivi».

Nel caso dell’alimentare, l’innovazione fa rima con artigianalità?

«Per tutte le aziende, sia quelle più grandi che quelle più piccole, è importante mettere in prima linea l’artigianalità e il legame con il territorio, che sono risultati vincenti nelle strategie di comunicazione. Non a caso il 70 per cento delle aziende ha dichiarato di essere molto orientato alla tradizione e per il 93 per cento la selezione delle materie prime è un elemento fondamentale del processo produttivo, tanto che il 68 per cento si avvale di fornitori artigianali o contadini. Sul fronte delle strategie di comunicazione, il 70 per cento delle imprese analizzate fa leva sul legame con la tradizione italiana e il 50 per cento sulle denominazioni d’origine o sui presidi Slow food. Ma c’è anche un 62 per cento del campione che punta sulle tendenze salutistiche del momento. Con queste premesse, il consumatore è disposto a pagare di più, pur di avere la qualità».

Se la forza dell’innovazione si chiama approccio biologico

Questi aspetti valgono anche per il comparto vinicolo, punto di forza di Langhe e Roero, Garzia?

«Negli ultimi anni c’è stato un cambiamento epocale e vincente in questo settore, basti pensare alle aziende che hanno intrapreso un percorso di innovazione, pur rimanendo ancorate alla loro tradizione. Un esempio? L’approccio biologico, che fino a qualche anno fa era impensabile e che ora è la forza di molte realtà».

Per il futuro c’è da aspettarsi un’ulteriore crescita?

«Secondo i nostri dati previsionali, le aziende del settore alimentare continueranno a crescere anche nel 2019 e nel 2020, con tassi attesi rispettivamente del 3 e del 2,9 per cento. Nel prossimo biennio cresceranno anche le esportazioni, con un incremento superiore al 6 per cento».

Francesca Pinaffo

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