Gimmi Curreno, il partigiano di Mauri messo al muro all’età di 16 anni

Gimmi Curreno, il partigiano di Mauri messo al muro all’età di 16 anni

RESISTENZA «Nel carcere di Cuneo lo zio aveva fatto amicizia con Antonio Butacchio, nome di battaglia Pasquale, un siciliano di Nicosia che lo aveva preso sotto la sua ala protettrice; dopo gli interrogatori lo accudiva e gli aveva ceduto la branda. Era poco più grande di lui, avrà avuto vent’anni, scherzavano su chi sarebbe uscito per primo: sono morti insieme». La vita di Giacomino Gimmi Curreno finisce a 16 anni, il 30 marzo 1945, in frazione San Rocco Castagnaretta. «Gli fecero un processo di

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Giacomo Gimmi Curreno – 1927-1944.

nemmeno venti secondi».
A raccontare è la nipote Lia Marenco, ultima discendente della famiglia: «Una domanda: “Sei partigiano?”: alla risposta sì, la condanna a morte. Come da prassi, costrinsero gente del luogo ad assistere alla fucilazione». Nella cella 13, terza sezione del carcere, Gimmi – il primo da sinistra nella celebre foto che lo ritrae ad Alba, fra gli altri, con Enrico Martini Mauri, Neville Darewski, Temple ed Enzo Bramardi, Fede – ci era finito dopo che, assieme a un gruppo di giovani, il 10 marzo 1945, aveva attaccato un distaccamento tedesco a Trinità. Ma i soldati «avevano la radio e chiamarono, a sostegno, la cavalleria da Fossano». Durante la ritirata, in frazione Massimini, poco sopra Carrù, «male armati, lui e altri due copersero la ritirata ai compagni. La legge marziale tedesca prevedeva la fucilazione immediata, in questi casi; si trovarono davanti tre ragazzini e li trasferirono a Fossano».

Era scappato da scuola, il collegio Carlo Alberto

Dal castello di famiglia a Carrù, su uno sperone che domina l’ansa del Tanaro, era incominciata l’avventura partigiana del giovane, nel giugno 1944: «A marzo era scappato da scuola, il collegio Carlo Alberto di Moncalieri, sfollato per i bombardamenti a Montaldo Torinese. Mio nonno, il generale Giuseppe Curreno, lo aveva iscritto lì perché lo tenessero lontano dai guai. Raggiunse i nonni materni a Chivasso: in collegio non lo avevano più voluto perché figlio di un ricercato». Il padre, generale Giuseppe Curreno di Santa Maddalena, «comandava il reggimento Saluzzo cavalleria, in Croazia: dopo l’8 settembre riuscì a riportare il reparto, in ordine, fino a Fiume». Tornato in Piemonte, Curreno allaccia rapporti col movimento resistenziale poi, dopo i fatti del Martinetto – la fucilazione del generale Giuseppe Perotti e di altri membri del Cln, a Torino – nell’aprile 1944 raggiunge Milano. «Avevano emesso un mandato di cattura contro di lui. Passò in Svizzera e da lì, presi contatti con la resistenza della Val d’Ossola, rientrò a combattere in Italia».
A Chivasso Giacomino è ospite della famiglia Mazzucchelli, i genitori della madre Lia, che il ragazzo non aveva mai conosciuto: «Era morta nel 1929, quando aveva 11 mesi. Se sua madre fosse stata viva, forse, non si sarebbe unito ai partigiani: in quel momento prevalse la volontà di emulare il padre, il suo riferimento». Iscritto a una nuova scuola, che non frequenta, si unisce a Torino a un gruppo di liceali d’ispirazione monarchica, fondatori dell’associazione Camillo Cavour, in qualche modo legata all’organizzazione Franchi di Edgardo Sogno. «All’inizio di giugno, visto che a Chivasso era già noto per aver fatto la staffetta, si decise di inviarlo a Carrù; un posto più tranquillo». Qui il 15 arrivano i tedeschi e un distaccamento dei Cacciatori degli Appennini di Aurelio Languasco: immediata, scatta la perquisizione del castello. «Si scagliarono contro una serie di fotografie e le divise del nonno: credo sia stata quell’ingiustizia a confermare l’idea di unirsi alle bande». Il giovane reagisce e i repubblichini lo catturano assieme alla sorella: «Sulla piazza di Carrù gli chiesero di urlare “viva il Duce”, lui gridò “viva il Re”: lo presero da parte e allora mia madre, sua sorella, che parlava il tedesco, si rivolse a un ufficiale, che vedendosi davanti due ragazzini diede l’ordine di lasciarli andare; la popolazione, intanto, aveva iniziato a vociare forte».

Sceglie la via delle Langhe

Una lettera al padre per spiegare la sua scelta e poi, presa la via delle Langhe, si presenta a Mauri. Martini «era stato allievo del nonno alla Scuola di guerra di Torino; appena capisce chi è, lo prende con sé come dattilografo e staffetta. Gimmi in poco tempo divenne la mascotte del gruppo». Ma il giovane smania per conquistare l’ambito Sten e il fazzoletto dei Dragoni, la guardia di Mauri: l’azione propizia viene a Trinità, un bluff ideato col tenente Franco. I due convincono un intero battaglione di Cacciatori degli Appennini di aver circondato il paese e riescono a far sgombrare i fascisti. Dopo la caduta di Alba, il 2 novembre ’44, Gimmi segue le formazioni della 1ª divisione Langhe in ripiegamento verso la Valle Bormida. Nel marzo 1945 «si sloga una caviglia durante la discesa da un pendio. Finisce in una cascina dove lo curano». Il giovane trova ospitalità a Lequio Tanaro, paese dove la famiglia Curreno ha possedimenti. Lo accolgono in frazione Costamagna. «Era un venerdì mattina quando, secondo una testimone, parte a piedi per Carrù.
Si unisce a un gruppo comandato da un ragazzo che si fa chiamare Pierino: erano tempi d’azione, le precedenti esperienze erano andate bene», riprende Lia Marenco. Il 10 marzo la squadra impegna una ventina di tedeschi che stanno requisendo fieno a Trinità: l’arrivo di rinforzi da Fossano costringe a rompere il contatto e Gimmi rimane a ritardarli. «Doveva avere il piede malconcio, perché durante il trasferimento a Fossano lo fanno salire su un carro».

L’ordine di esecuzione

Il 30 marzo Gimmi viene portato a San Rocco Castagnaretta: pochi giorni prima sono stati uccisi due tedeschi. Sono però gli italiani a compilare la lista dei detenuti da fucilare, prelevati dalle carceri: «La decisione di mandare un sedicenne davanti al plotone d’esecuzione è presa per colpire il padre». Mauri, che ha già concordato lo scambio, lo attende invano. Di Gimmi rimane un biglietto scritto su un foglio a quadretti: «Muoio fucilato pregate per me».
Il 20 aprile la notizia della fucilazione raggiunge il comando di Giuseppe Curreno alias Delle Torri, a capo, in Val d’Ossola, delle formazioni Garibaldi: «Si oppone alle rappresaglie che i suoi uomini volevano compiere». Dopo la guerra, «il nonno si congedò dall’Esercito: aveva giurato fedeltà al Re», conclude Lia Marenco. «Si tuffò nel lavoro, fu anche presidente dell’autostrada Ceva-Savona: il colpo era stato però durissimo».

Davide Gallesio

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