Vino, basta piangere: ripartiremo più forti

Diserbo chimico: ingiallisce le erbacce, uccidendo la vita 3

ANALISI Nell’atmosfera cupa di queste settimane, con molti che non riescono a vedere la luce oltre il buio, vorrei esprimere una voce di speranza e fiducia nel futuro. La vera tragedia sono le vite spezzate, quella perdita di radici, di esperienze e conoscenze che la scheggia impazzita del coronavirus ha provocato in tante famiglie e comunità. I problemi operativi, le difficoltà economiche, le incertezze per il domani poco per volta svaniranno, così come è capitato altre volte al mondo della vite e del vino di queste colline. Guardando con occhio emotivo all’obbligo di restare a casa e alla rinuncia forzata all’attività, le perdite di vendite e di fatturato sembrano situazioni difficili da rimediare.

Vorrei, però, invitare i produttori a guardare la realtà con occhio razionale e, forse, ci si renderà conto che questo è solo un blocco temporaneo di percorso, grave fin che si vuole, ma destinato a concludersi, concedendo a tutti di tornare alla propria vita di uomini, lavoratori e imprenditori.

Appare persino esagerata la corsa alla consegna a domicilio o la vendita al consumatore finale per chi non lo ha mai fatto. Ci vorrebbe un po’ di pazienza e anche di rispetto dei ruoli differenti dei vari protagonisti della filiera del vino, produttiva e distributiva.

Varrebbe la pena considerare che tutto ciò è anche un po’ colpa nostra, dei nostri comportamenti maldestri, delle decisioni esagerate, di un modus operandi finalizzato più ai risultati economici che alla gratificazione del nostro status di uomini.

Nel passato tante volte il mondo della vite e del vino di Langa e Roero è caduto e poi si è risollevato, diventando ogni volta più forte. Basti pensare a come si saranno sentiti i viticoltori dell’Ottocento quando sulle loro vigne si sono riversati uno dopo l’altro tre flagelli come l’oidio, la peronospora e la fillossera. Quelli sì, erano impotenti di fronte a situazioni molto al di sopra delle loro possibilità.

O guardare alle due Guerre mondiali, del 1915-18 e quella del 1940-45, che si portarono via tante braccia giovani dedicate alla viticoltura: i vecchi dovettero ripartire da capo a lottare, a creare e produrre per preparare il terreno alle nuove generazioni. Oppure, ancora, alle discriminazioni che in pieno Novecento ponevano i viticoltori in una posizione di assoluta debolezza di fronte al sopruso di commercianti e mediatori, senza che nessuna autorità facesse qualcosa per rispondere alle loro istanze. I viticoltori e i produttori più illuminati dovettero fare, all’inizio degli anni Sessanta, una dura lotta per ottenere dalla politica la prima legge vera sulle denominazioni di origine e per giungere alle denominazioni d’origine di Barolo, Barbaresco e degli altri vini di Langa e Roero.

Per non parlare del 1986, dei danni infiniti provocati dal metanolo. Allora, il vino e il suo settore di colpo smarrirono la fiducia del consumatore: tutte le volte che si confrontava con gli operatori e i mercati del mondo intero, ogni produttore veniva trattato come il peggiore dei sofisticatori. E doveva esibire i certificati più svariati per dimostrare che non si aveva nulla a che fare con quel sottobosco d’inetti e maneggioni. La lista potrebbe continuare a lungo: ogni volta il mondo del vino le ha affrontate e superate con orgoglio.
Dobbiamo avere fiducia. Anche stavolta reagiremo, ci risolleveremo, riappropriandoci dei nostri spazi e delle nostre dinamiche di produzione e mercato. Torneremo a condividere i veri momenti di convivialità e fratellanza con le persone che ci vogliono bene. E, soprattutto, rispetto al passato, partiremo da un piedistallo molto più solido e promettente. Rispetto al metanolo, ad esempio, non avremo nulla da farci perdonare.

Piuttosto, dovremo guardare al domani con un po’ più di attenzione, dedicando maggiore rispetto all’ambiente e al paesaggio, rinunciando ogni tanto a qualcosa di superfluo, limitando nel possibile la nostra corsa, sapendoci accontentare. Come diceva anni fa Tiziano Terzani, «più che la felicità, dovremmo cercare la contentezza», forse la parola e lo stato d’animo che nel recente passato abbiamo spesso trascurato.

Giancarlo Montaldo

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