Unione Europea: serve una nuova gestione dei vaccini

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BRUXELLES Si dice che “di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno”, adesso qualcuno è tentato di pensare che possa essere l’Unione europea quella strada. Un timore probabilmente prematuro, ma utile per leggere quanto capitato in questi giorni nella nostra “casa comune”, nella quale molti condomini se ne sono andati per conto loro nella vicenda dei vaccini e non solo.

Due almeno le buone intenzioni che potrebbero costare caro all’Ue in una stagione difficile come questa: la storia dei vaccini e l’annuncio di una Conferenza sul futuro dell’Europa. La storia dei vaccini appartiene a un passato che non passa, la conferenza a un futuro che tarda a manifestarsi con il necessario coraggio.

Sulla vicenda dei vaccini l’Unione europea, dopo aver risposto con coraggio alle conseguenze economiche e sociali con la decisione del Recovery fund, si è avventurata sul fronte della loro fornitura con un impegno straordinario, ma con risultati contrastanti. È stato straordinario il suo sforzo nonostante la mancanza di forza che le derivava dalle scarse competenze previste dai trattati in materia di salute pubblica e dalla capacità negoziale sperimentata in altri tipi di trattative commerciali, ma mai nei complicati meccanismi di negoziati per acquisti di beni, a nome dei Paesi membri, contrattazioni per le quali non aveva esperienza. È stato anche per questo che le buone intenzioni della Commissione europea di farsi coraggiosamente carico di un compito molto impegnativo si sono scontrate da una parte con l’ordine sparso con cui si sono mossi alle sue spalle gli Stati membri e, dall’altra, con i “poteri forti” del complesso farmaceutico Big pharma nelle sue diverse versioni internazionali.

Il risultato è noto: ritardi crescenti nell’approvvigionamento dei vaccini, difficoltà a governarne i trasferimenti tanto alle frontiere interne che a quelle esterne, come nel caso del Regno Unito nel clima del dopo-Brexit, e subordinazione alle decisioni di alcuni Stati membri, Germania in testa ma anche Francia e Italia, a proposito del blocco temporaneo dei prodotti di Astrazeneca, nonostante le rassicurazioni fornite dall’Agenzia europea del farmaco (Ema).

Le conseguenze di tutta questa confusione hanno contribuito a screditare le Istituzioni europee, in particolare a opera di residui dei nazional-populismi, alla ricerca di una rivalsa dopo recenti arretramenti elettorali nell’Ue, e a minare la fiducia dei cittadini quanto alla sua capacità di proteggerli.

C’erano una volta la Svezia e il Parlamento europeo
Franco Chittolina, sociologo, ha lavorato per 25 anni nelle istituzioni europee

Si saldano ai rischi di queste buone intenzioni in affanno quelli che potrebbero aggiungersi con la Conferenza sul futuro dell’Europa, annunciata oltre un anno fa, lanciata la settimana scorsa con una Dichiarazione solenne in vista di un suo lancio il prossimo 9 maggio. Nata, già prima della pandemia, dalla spinta a costruire una nuova Unione, la Conferenza avrebbe potuto trarre occasione da questo trauma per rafforzare le sue ambizioni e coinvolgere a fondo la partecipazione della società civile al cantiere della nuova Europa. Invece le ambizioni appaiono modeste, quando non vaghe, e la partecipazione democratica è finita ingessata dentro procedure tortuose, come spesso avviene con la deriva burocratica della vecchia Unione, quella di oggi.

Il rischio è di avere alimentato speranze difficili da onorare e di depotenziare una spinta di democrazia partecipativa di cui la nostra stanca democrazia rappresentativa ha urgente bisogno per sottrarsi a un pericoloso declino, come avviene un po’ in tutto il mondo.

Si tratta di rischi reali, ma ad oggi solo di rischi che è ancora possibile disinnescare. Ma con coraggio e senza perdere tempo.

Franco Chittolina

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