I soldi dell’Unione europea non sono gratis

Bertola: «L’Ires ha certificato il taglio di quasi 500 milioni del giro d’affari»

BRUXELLES Di questi tempi si rincorrono cifre miliardarie, cose che noi umani mai avremmo immaginato di vedere, venuti come siamo da decenni di crisi, di tagli ai bilanci, di politiche di rigore come bene sanno quanti sono affondati nella povertà e i Paesi, come la Grecia nella ricca Europa, strangolati dai risanamenti dei bilanci pubblici.

E mentre nel Mondo le grandi multinazionali continuavano a macinare utili da capogiro, è arrivata la disgrazia del Covid-19 e l’allarme sulla sopravvivenza del pianeta e, come per miracolo, dai forzieri degli Stati sono saltati fuori fiumi di denaro, anche se spesso ancora solo nella forma di promesse. Tra le ultime, quella fresca della Banca mondiale di spendere per il clima 25 miliardi all’anno fino al 2025.

Di miliardi ne sa qualcosa anche l’Unione Europea, taccagna quanto bastava fino a due anni fa, quando si lottava fino all’ultimo sangue per un euro in più nel bilancio comunitario, per poi svoltare sorprendentemente nel luglio del 2020 creando per la prima volta un debito comune europeo e mettendo sul tavolo un gruzzolo di 750 miliardi di euro per un Piano europeo di ripresa, il Recovery fund, in aggiunta a un bilancio Ue di quasi 1.100 altri miliardi per il periodo 2021-2027.

Qualcosa del genere sta capitando nel resto del mondo sul fronte delle politiche ambientali con la promessa di destinare 100 miliardi all’anno per i Paesi in difficoltà ad affrontare la transizione climatica, cui si aggiunge la notizia recente di un maxi piano Usa per le infrastrutture di mille miliardi che vanno ad aggiungersi ad altri investimenti di analoga grandezza.

Premesso che tutta questa abbondanza non la si ritrova purtroppo sul versante drammatico della distribuzione dei vaccini ai Paesi poveri, viene istintivo chiedersi chi, in assenza di un Babbo Natale planetario, pagherà il conto di questa sorprendente e improvvisa “generosità”.

Proviamo a chiedercelo limitatamente alla nostra Unione Europea, cercando in due direzioni: quella dei costi economici e quella dei costi politici.

Buona parte delle risorse economiche messe a disposizione dei Paesi Ue sono finanziamenti a debito, anche se da restituire con tassi di interesse contenuti e con scadenze molto dilazionate nel tempo, ma sempre di debiti si tratta. Così, in attesa del ritorno dei temuti vincoli di un nuovo Patto di stabilità nel 2023, circola una specie di mega-cambiale in forma di “pagherò”, che altri da noi dovranno onorare. Si tratta di un debito che noi potremmo alleggerire consentendo già adesso qualche sacrificio in più, con una revisione del fisco in senso progressivo e qualche rinuncia a servizi non indispensabili e non tutti da caricare sulla spesa pubblica. Le generazioni future, quelle già comprensibilmente incerte sulle loro pensioni, ringrazierebbero.

C’erano una volta la Svezia e il Parlamento europeo
Franco Chittolina, sociologo, ha lavorato per 25 anni nelle istituzioni europee

Ma tutto questa generosità ha anche dei costi politici che portano il nome di riforme, quelle che l’Italia rinvia da tempo, aggravando l’inefficienza dello Stato come sanno bene i suoi cittadini. È anche questa la ragione per cui la fruizione delle risorse Ue è stata vincolata per l’Italia alla realizzazione di riforme come quelle della pubblica amministrazione, del sistema giudiziario e di quello fiscale fino alle regole ignorate della concorrenza, come quelle ancora rinviate nei giorni scorsi in materia di concessioni balneari.

Il governo Draghi ha meritoriamente messo mano a questo difficile cantiere tra persistenti tensioni politiche di partiti della maggioranza preoccupati dai costi elettorali di tali riforme. Per attenuarne l’impatto la strada scelta è stata quella di decisioni di principio, spesso rinviate nel tempo per la loro realizzazione o a futuri decreti esecutivi. Rischia di essere un’altra forma di cambiale: per disporre di un contante immediato i partiti al governo sottoscrivono un “pagherò”, da onorare quanto più possibile lontano dalle verifiche elettorali, rinviandone il saldo a carico di chi verrà dopo di noi.

È la politica prigioniera del presente, quella che sta continuando a ipotecare il futuro.

Franco Chittolina

 

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