di Davide Barile
L’ANALISI – È un bilancio dell’annata 2025 tutto sommato positivo quello illustrato da Antonio Degiacomi, presidente del Centro nazionale studi tartufo.
«Come prima considerazione», commenta, «occorre ricordare che ogni stagione presenta variabilità e, soprattutto negli ultimi anni, le anomalie sono sempre più ricorrenti. Ricordo che, quattro anni fa, dopo mesi di siccità, i giornalisti ci domandavano se il tartufo ci sarebbe ancora stato oppure no. Nel 2024 parlavamo dello strano fenomeno per il quale, dopo un ottobre discreto, da metà novembre non si erano più trovati tartufi, proprio nel mese ritenuto migliore».
Il meteo: uno degli inverni più caldi dall’Ottocento
Il 2025, «dal punto di vista meteorologico è stato un anno molto particolare. Abbiamo avuto uno degli inverni più caldi dall’Ottocento, una primavera molto piovosa e fangosa, un’estate tra le più calde di sempre. Per completare il quadro aggiungiamo alcune piogge a fine ottobre. Tra novembre e dicembre sono comunque nati tartufi di qualità e, ancora adesso, gli esemplari sono ottimi. A gennaio c’è meno interesse sul tartufo, tanti ristoranti sono chiusi e la gente preferisce andare in montagna. Però è un buon periodo e i prezzi sono decisamente più abbordabili».
Un’alternativa è quello estivo
Se i costi «lievitano oltre certi limiti, si rischia di mettere in seria difficoltà certe categorie, come i ristoratori. Non dico che il tartufo debba essere servito nelle mense, ma almeno le quotazioni dovrebbero permettere agli appassionati, anche se non particolarmente abbienti, di concederselo una o due volte l’anno. Di interesse è l’attenzione sempre maggiore verso il tartufo estivo. Ci sono turisti che arrivano in estate e vogliono il tartufo bianco: il ristoratore o il commerciante deve spiegare che non è la stagione e proporre una buona alternativa come lo scorzone. Qualche fiera a tema inizia a esserci. Ora siamo nel periodo del tartufo nero pregiato, che cresce soprattutto nel Monregalese e nel Cebano: pur non appartenendo alla nostra tradizione culinaria, potrebbe essere sfruttato nell’offerta gastronomica».
La cura dei boschi
Secondo Degiacomi, «per il futuro occorre continuare a impiantare tartufaie e a salvaguardare e curare i boschi. Molti bandi della Regione vanno in questa direzione, come le indennità per i proprietari di piante tartufigene e i contributi per nuovi impianti agricoli e forestali. Con i soldi dei tesserini si erogano fondi a favore delle dodici associazioni di cercatori per la cura e la manutenzione dei boschi: quest’anno sono stati destinati allo scopo più di 50mila euro».
Sarà importante «concentrarsi su azioni di rinaturalizzazione in terreni non agricoli, ricreando dove possibile gli elementi caratteristici del paesaggio tartufigeno. Oltre alle piante che danno i tartufi, potrebbero trovare spazio le cosiddette comari, come il sanguinello e il biancospino, specie di grande pregio estetico. Si tratterebbe di spazi di biodiversità adatti anche agli animali che cercano rifugio».
Interveniamo sui terreni abbandonati
Per il direttore del Centro studi tartufo: «Occorre agire anche nei terreni prima coltivati e poi abbandonati, dove per favorire la crescita di un bosco tartufigeno e non di risulta è necessario evitare l’invasione di specie alloctone come la robinia e l’ailanto, tenere sotto controllo i rampicanti e sfoltire le chiome troppo serrate. Così facendo, si eliminerebbero pure eventuali concorrenti per l’acqua, indispensabile per la crescita del tuber magnatum».
La proposta
La strategia proposta da Degiacomi passa da scelte di collaborazione da parte di tutti coloro che beneficiano della fama del tartufo. «I Comuni che possiedono terreni o il demanio potrebbero cederne l’uso alle associazioni di trifolao, ben desiderose di prendersene cura. Lo stesso vale per i proprietari che hanno da tempo abbandonato gli appezzamenti o per chi ha ereditato della terra ma abita magari a Parigi e non ha idea di dove si trovi».

