Editoriale / Unione europea e il regalo avvelenato della flessibilità

Il Parlamento europeo
Il Parlamento europeo

di Franco Chittolina per Agenzia giornali diocesani

POLITICA INTERNAZIONALE – Nel gergo di Bruxelles, non sempre comprensibile agli umani, lo chiamano “semestre europeo” a fronte del “semestre nazionale”. Non significa che l’anno è a metà europeo e a metà nazionale, anche perché, se si dovessero misurare tempi e interessi, la dimensione nazionale prevarrebbe oggi  di gran lunga su quella europea.

Proviamo a tradurre: per Bruxelles “semestre europeo” occupa la prima parte dell’anno, nella quale le istituzioni comunitarie formulano “raccomandazioni” per orientare e far convergere le politiche economiche del Ventisette; “semestre nazionale” è la seconda parte dell’anno durante la quale i Paesi membri, avvertiti da Bruxelles dei relativi vincoli finanziari e dei limiti delle loro politiche economiche, debbono definire i loro bilanci annuali e sottoporli alla valutazione delle istituzioni comunitarie.

Si inseriscono nel quadro del “semestre europeo” le “Raccomandazioni” che la Commissione europea, viste le non rosee previsioni economiche appena ricordate ai Ventisette a maggio, ha reso pubbliche mercoledì scorso, avendo in mente il quadro italiano non proprio rassicurante su bassa crescita, alta inflazione e aumento del debito pubblico.

Per l’Italia è anche arrivata la risposta alla richiesta del governo italiano di nuove flessibilità per far fronte all’impennata della spesa energetica, accompagnata dalle citate “raccomandazioni” del “semestre europeo”.

Non stupisce che il Governo italiano per quella “modica dose” di flessibilità concessa abbia prontamente festeggiato, stupirebbe di più se a Roma non avessero letto attentamente il resto del messaggio.

A una contenuta flessibilità, che potrebbe consentire all’Italia un ulteriore sforamento complessivo dello 0,6% del Pil nel bilancio nel triennio 2026-2028, destinato ad accrescere il debito e mantenere l’Italia nella procedura di infrazione, si accompagnano messe in guardia e l’invito a non usufruire di quello sforamento per la dipendenza dai combustibili fossili importati, come nel caso di misure non mirate sulla riduzione delle accise sui carburanti, con la raccomandazione invece di usare lo sforamento per accelerare una transizione verso le energie alternative, in grave ritardo.

Tradotto: sì agli investimenti per una revisione strutturale della politica energetica e no all’aumento della spesa corrente che potrebbe essere incentivata dalla campagna elettorale in corso, con la tentazione della maggioranza di approfittane per blandire le sue potenziali clientele.

Nel documento della Commissione vanno letti con attenzione i severi richiami alla politica italiana che, sulla bilancia, pesano molto di più delle limitate concessioni di flessibilità.

Per rendersene conto basta un elenco sommario delle principali raccomandazioni relative alla crescente preoccupazione per il debito pubblico italiano, alla bassa produttività,  al divario Nord-Sud e al declino demografico, con il prevedibile impatto sulla spesa pensionistica.

Sono pesanti anche le valutazioni sulla lentezza della giustizia civile, sulla debolezza della Pubblica amministrazione, sul ritardo nell’utilizzo dei fondi di coesione e sulle limitazioni nei mercati dell’energia e dei trasporti, per non parlare delle mancate riforme fiscali, con sullo sfondo la deriva dei condoni e delle sanatorie e il richiamo alla revisione delle rendite catastali.

Come se non bastasse, non manca una allerta sulla perdita di potere d’acquisto dei salari, con un richiamo alla riduzione della precarietà nel mercato del lavoro e al rafforzamento della contrattazione collettiva, senza dimenticare i rilievi sulle carenze in materia di sanità e istruzione.

Come si vede un “regalo avvelenato” all’Italia, ma anche una decisione “tossica” per la Commissione, incapace di far valere regole condivise, moltiplicando le eccezioni e perdendo affidabilità come ormai avviene da tempo.

Capita ogni volta che gli interessi politici nazionali di breve termine, con elezioni in vista,  prevalgono sugli interessi dell’Unione: un modo sicuro per indebolirla, proprio nel momento in cui andrebbe invece rafforzata.

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