di Sara Canta
LA STORIA – Nel negozio di ortofrutta entra una persona sudata, con il fiatone. Chiede per favore un bicchiere d’acqua e la commessa dice «certo», poi sparisce sul retro e torna con quanto chiesto. L’uomo beve d’un fiato e dice «grazie Isabella». Lei risponde: «La prossima volta però porta una borraccia, Omar», come se fosse sua mamma, in modo affettuoso.
Omar è un ragazzo del Bangladesh di 32 anni. Ogni giorno viaggia in bicicletta da Ricca, entra in Alba e si avvia verso San Cassiano lungo corso Europa. Poi prosegue ancora ed entra nell’azienda in cui lavora come stagionale. «È dura con questo caldo, se dimentico la borraccia rischio di prendermi un colpo», dice in inglese.
Il corpo di Omar indossa fatiche aggiuntive rispetto a molte persone, incarna l’assenza di risorse economiche per comprarsi una macchina o uno scooter. «Sono ad Alba da alcuni anni, ma integrarsi qui è difficile», dice. Conosce Isabella da qualche tempo, fa tappa nel suo negozio per sentirsi a casa. Hanno stabilito una bella connessione.
Come nel caso di Omar, le strade albesi sono solcate da numerosi monopattini e biciclette. Sopra ci sono persone, ragazzi, lavoratori, padri. Alcuni sono migranti inseriti nei circuiti dell’accoglienza. Altri sono ospiti di sé stessi, abitano nelle proprie case, alcuni in strutture residenziali, qualcuno per strada. I loro corpi non sono protetti da abitacoli. Non devono mettere benzina nei veicoli. Non hanno aria condizionata. D’inverno sopportano il freddo e la pioggia. Non possono trasportare amici. Sono più esposti agli incidenti, alla fatica, al disagio.
«Però evitiamo il traffico, non facciamo coda», scherza Omar. Talvolta li vedi di notte: con i giubbotti catarifrangenti, con pile stroboscopiche attaccate al sellino. Omar dice che una sera di sei mesi fa una macchina l’ha colpito. Il guidatore non si è fermato. Lui è rimasto a terra con una contusione e il cuore rotto. «Mi sono sentito solo, in quel momento», dice. Nei corpi di chi si sposta senza motore si accumula la pigrizia di una città ripiegata su sé stessa, che ammette che sulle strade ogni giorno venga alimentato un divario sociale complesso, ma ancora possibile da riempire.

