di Pierangelo Vacchetto
ALBA – La quarta serata albese di Attraverso Festival ha portato nell’arena del teatro Sociale una delle voci più interessanti della nuova stand-up comedy italiana: Yoko Yamada. Ad aprire la serata sono stati i saluti di Paola Farinetti, anima organizzativa del festival, affiancata da Caterina Pasini, in rappresentanza del Comune di Alba. Pasini ha sottolineato con soddisfazione come il festival stia riuscendo ad attirare pubblico da molti territori diversi, creando un incontro spontaneo tra cittadini albesi e spettatori arrivati da fuori provincia. Una caratteristica che rappresenta uno degli obiettivi di Attraverso Festival, quello di fare della cultura un’occasione di scambio e di movimento tra le comunità, mettere in relazione territori e persone.

Yoko Yamada conquista immediatamente la platea con un racconto autobiografico apparentemente leggero, quello del suo arrivo ad Alba, preceduto da una tournée estiva sotto temperature proibitive: «Sono arrivata ieri sera… oggi ho fatto sette docce», scherza, raccontando poi la decisione di uscire comunque a visitare la città, sfidando i 38 gradi, la visita alle chiese cittadine, l’incontro con un turista tedesco. Un episodio apparentemente banale che diventa il punto di partenza per un meccanismo comico fondato sull’osservazione dei dettagli e sulla capacità di trasformare situazioni comuni in riflessioni universali. La sua comicità non procede mai per slogan ma, al contrario, costruisce un dialogo continuo con gli spettatori, coinvolgendoli direttamente e facendo nascere ogni battuta dall’improvvisazione e dal confronto con la platea. È un modo di fare stand-up che rompe la distanza tra artista e pubblico e rende ogni replica diversa dalla precedente.
Le barzellette volutamente surreali, gli incontri casuali, le disavventure con la commercialista o i racconti della vita di coppia non sono mai fini a se stessi. Ogni storia apre una porta su temi molto più grandi. Il centro dello spettacolo è una riflessione sul nostro tempo, affrontata senza mai assumere il tono della lezione. Si parla d’identità, di linguaggio, di libertà di espressione, di social network, d’intelligenza artificiale e di violenza di genere, ma ogni argomento viene affrontato con un invito costante alla complessità.
«La questione è complessa», ripete più volte durante lo spettacolo. Una frase che diventa quasi il manifesto della serata. In un’epoca in cui ogni dibattito sembra ridursi a tifoserie contrapposte, Yoko Yamada sceglie invece il dubbio, rifiutando le risposte facili. Emblematico il lungo passaggio dedicato a J.K. Rowling e al dibattito nato intorno alle sue dichiarazioni. La comica racconta una discussione con un’amica che ha deciso di abbandonare Harry Potter e si chiede quale sia il rapporto tra un’opera e il suo autore. Non offre sentenze, ma accompagna il pubblico dentro una domanda che riguarda tutti: è possibile continuare ad amare un’opera quando non si condividono più le idee di chi l’ha creata?
Anche quando affronta il tema del politicamente corretto evita accuratamente gli slogan. Racconta, con irresistibile ironia, un dialogo con ChatGpt alla ricerca della definizione perfetta, salvo poi accorgersi che perfino l’intelligenza artificiale finisce per perdersi nelle sfumature. È un modo intelligente per ricordare come spesso il problema non sia tanto trovare una risposta, quanto imparare a convivere con domande difficili.
Tra i momenti più intensi c’è quello dedicato alla violenza sulle donne. Dopo aver scherzato sul fatto che «“n quanto lesbica non mi sento intitolata a parlare di femminicidio», cambia improvvisamente registro e aggiunge «ma in quanto donna mi sento molto intitolata a parlare di violenza di genere». È uno di quei passaggi in cui il teatro si fa improvvisamente silenzioso, perché la comicità lascia spazio a una riflessione autentica sul linguaggio, sulla cultura e sulle responsabilità collettive.
Yoko Yamada dimostra una notevole abilità nel costruire una comicità colta senza risultare elitaria. Le citazioni bibliche convivono con Harry Potter, la filosofia con i reality televisivi, i gruppi Facebook con il dibattito culturale contemporaneo. Tutto confluisce in un racconto che non pretende di spiegare il mondo, ma invita a guardarlo con uno sguardo più curioso e meno giudicante. Non manca una critica ai meccanismi della comunicazione contemporanea. Dalle discussioni sui gruppi Facebook alle polemiche social, fino ai testi di alcune canzoni, tutto diventa occasione per interrogarsi su quanto il linguaggio costruisca il nostro modo di guardare il mondo.
Yoko Yamada non giudica, osserva e invita il pubblico a fare lo stesso. La chiusura è perfettamente coerente con l’intero spettacolo. Dopo oltre un’ora di risate, provocazioni e riflessioni, non arriva una morale definitiva. Arriva, piuttosto, la consapevolezza che la comicità può essere uno straordinario esercizio di pensiero critico. Gli applausi finali, lunghi e convinti, hanno salutato un’artista che appartiene a quella nuova generazione di comici capaci di far convivere intrattenimento e profondità. Yamada dimostra che oggi la stand-up comedy può parlare di filosofia, politica, diritti, identità e cultura pop senza perdere leggerezza. Anzi, proprio attraverso la risata riesce a far arrivare concetti che, pronunciati in un altro contesto, rischierebbero di trasformarsi in un semplice dibattito.
Attraverso Festival aggiunge così un’altra serata di grande qualità al proprio cartellone, confermando la sua capacità di proporre spettacoli che non finiscono con l’ultimo applauso, ma continuano a vivere nelle domande che il pubblico si porta a casa.
