di Francesca Pinaffo
ALBA – Il procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Asti, Biagio Mazzeo, riconduce il fenomeno dello sfruttamento lavorativo a una parola chiave: capitalismo. E in particolare in quella deriva per cui, per fare più utile, l’imprenditore cerca il risparmio nelle varie fasi produttive. Può farlo nella scelta delle materie prime, nei processi con cui vengono utilizzate oppure, come accade tra le vigne di Langhe e Roero, nella scelta di metodi di lavoro che riducono i costi e frammentano la responsabilità. Ed è così che, anziché assumere direttamente i lavoratori, c’è chi ricorre a contoterzisti.
«Parliamo in pratica dell’intermediazione di manodopera che un tempo era quasi vietata e che oggi, a certe condizioni, è legittima e ampiamente utilizzata in vari settori, non solo in agricoltura. Certo, è un sistema che si presta ad abusi», dice Mazzeo.

La Procura di Asti lo ha dimostrato, nel 2024, con l’inchiesta che aveva sdoganato il fenomeno del caporalato nella nostra area, a partire da casi di abusi nei confronti di lavoratori stranieri che avevano come sfondo le vigne di Mango. I tre indagati – non le aziende che usufruivano della manodopera, ma gli intermediari – alla fine avevano patteggiato un pena minima.
Nel corso di una vendemmia nella quale emergono situazioni critiche, come Gazzetta d’Alba ha scritto nelle scorse settimane, abbiamo incontrato il procuratore per fare il punto sulla situazione dal punto di vista della Magistratura.
Qual è il problema del ricorrere a contoterzisti, procuratore Mazzeo?
«L’imprenditore stipula contratti con soggetti che gli forniscono un servizio chiavi in mano, ma questo non deve essere percepito come uno sgravio di responsabilità. Non si possono chiudere gli occhi di fronte a situazioni come quelle che avete denunciato attraverso il vostro giornale: persone che vivono in strada, senza servizi igienici, senza cibo adeguato. In provincia di Cuneo, c’è stata una presa di posizione da parte della Prefettura e delle associazioni di categoria, ma va ribadito che occorre una maggiore responsabilità da parte di tutti. Anche perché la vendemmia, fermo variazioni legate per esempio a fattori climatici, è programmabile. La scelta dell’intermediazione spesso è motivata da risparmio, comodità e riduzione dei rischi».
Nell’inchiesta che avete condotto a Mango, nel 2024, le aziende vitivinicole non sono state chiamate in causa.
«Si è ritenuto che fossero estranee agli illeciti. Noi non abbiamo alcuna volontà persecutoria nei confronti degli imprenditori, che oggi peraltro si scontrano con incombenze burocratiche molto più incisive rispetto al passato e con una grandissima difficoltà a trovare lavoratori. In più, non ci sono elementi oggettivi per distinguere una realtà d’intermediazione seria da una che non lo è. Ma se c’è un reato, deve emergere. La nostra difficoltà è che, nel caso dello sfruttamento lavorativo, le notizie di reato non arrivano dai consueti canali con cui lavorano le Procure: le denunce da parte di privati sono rare, perché l’imprenditore non ha interesse a fare emergere queste situazioni – mentre i lavoratori hanno paura –, così come la carenza di organico nelle Forze dell’ordine non garantisce controlli capillari e soprattutto non si riesce ad avere un effetto sorpresa nel momento in cui vengono effettuati».
Invece, tornando al procedimento del 2024, gli indagati hanno patteggiato, con pene piuttosto lievi.
«L’articolo 603bis, a cui facciamo riferimento, effettivamente prevede minimi di pena piuttosto bassi. Viene un po’ meno anche l’effetto deterrente della pena, cioè la capacità di disincentivare la commissione di questi reati».
È questo che servirebbe?
«Ho fiducia nella legge, ma credo che possa intervenire sui singoli casi, non risolvere i fenomeni. Dal mio punto di vista, contro lo sfruttamento in agricoltura servirebbe una task force. Senza dimenticare il ruolo della politica, dei sindacati e delle organizzazioni di categoria».
Che cosa dovrebbe fare la politica, Mazzeo?
«Molte volte a finire nelle reti dello sfruttamento sono lavoratori irregolari, ancora più esposti a questo fenomeno, vista la loro condizione di fragilità. Ci sono persone che avviano in Italia percorsi di inclusione ma che, a fronte di mancati rinnovi, si ritrovano di colpo nella schiera degli irregolari. È una situazione che genera ancora più fragilità. Credo che sarebbe importante una revisione della cosiddetta legge Bossi-Fini, ma forse l’opinione pubblica oggi non lo capirebbe. Siamo in un’epoca in cui si parla persino di remigrazione di chi è già integrato nel nostro Paese».

Lavorare, per quanto senza diritti, è essenziale per queste persone.
«Arrivano da contesti drammatici e affrontato costi enormi per arrivare in Italia, con costi altrettanto alti se decidessero di tornare. Trovare un lavoro nella manodopera agricola per loro è molto semplice, spesso tramite il passaparola tra conoscenti, pur finendo nelle mani di soggetti senza scrupoli».
C’è un racket che gestisce i lavoratori stagionali?
«Non abbiamo elementi per dirlo con certezza, ma mi viene difficile pensare che esistano organizzazioni che spostano i braccianti agricoli tra le regioni italiane. Implicherebbe costi troppo elevati, però non posso esprimermi da questo punto di vista».
Avete ricevuto resistenze dal territorio, quando la Procura ha portato avanti indagini su questo fronte?
«Non abbiamo ricevuto né resistenze né collaborazione. Ci siamo trovati di fronte, più che altro, a un atteggiamento di attesa e di indifferenza, come se questo tema non interessasse il territorio. Non c’è stata una reazione forte, se non l’accusa, che ho letto in varie parti, di criminalizzare un settore».
L’irregolarità, in ambito lavorativo, è molto diffusa?
«Esistono sacche, come quella del lavoro domestico, in cui si arriva a tassi molto elevati di irregolarità. Si pensava che con i vari strumenti di tutela si assistesse a un miglioramento, ma gli infortuni non sono diminuiti e il lavoro nero neppure. C’è ancora molto da migliorare da questo punto di vista».
E fare tutto questo, da magistrato, non è semplice.
«Purtroppo viviamo in un’epoca in cui ci si aspetta da noi sentenze e prese di posizione in stile social. In certi casi, come sul tema dello sfruttamento lavorativo, ci accusano di colpevolizzare e di danneggiare un indotto. In altri, al contrario, ci dicono di essere troppo blandi. Il nostro compito è applicare la legge».
