VENEZIA – Mario Matrone presenta al Lido il film fuori concorso Scherzetto, tratto dal romanzo di Domenico Starnone è un incontro-scontro generazionale tra nonno e nipote che fa rivivere fantasmi del passato, in una Napoli che pur rimanendo fuori dalla porta entra prepotentemente nei pensieri. Una casa in cui hai abitato da bambino e dove non abita più, una città che hai lasciato, un balcone, il vuoto, le voci della strada che risalgono con la loro oscena vitalità, e poi la sfida tra un nonno e un nipotino.

Il nonno, Daniele Mallarico (interpretato da Toni Servillo), ha superato i settant’anni, è un noto illustratore che, ormai vedovo, vive da solo a Milano. Il nipote si chiama Mario, cinque anni, una peste che parla come un libro stampato, conosce tutto, sa fare tutto, spiega ogni cosa. I suoi genitori sono orgogliosissimi di lui. È stata proprio la figlia Betta a chiedere a Daniele di tornare a Napoli, nella casa di famiglia, per tenere per qualche giorno Mario mentre lei e il marito, Saverio, sono fuori per un convegno, ma certo non poteva immaginare che tra quattro mura e un balcone, si consuma un vero e proprio duello che mette Daniele di fronte ai suoi fantasmi.
La situazione claustrofobica, le sfumature psicologiche che oscillano continuamente tra dramma e commedia, l’imprevedibile simbiosi tra due età estreme dell’esistenza rappresentano i tasselli di una partita che è insieme intellettuale ed emotiva, potenzialmente foriera di speranza per il futuro, a patto di saper superare serenamente il disappunto della vecchiaia.
«Mi sono innamorato del romanzo di Domenico Starnone Scherzetto a cominciare dal titolo. Due personaggi agli estremi della vita, una situazione familiare spesso comica, un unico ambiente, e dei fantasmi. Ma lavorando al film si sono affacciati anche i miei, di fantasmi, difficili da tenere a bada, e ho cominciato a inseguirli con la macchina da presa», racconta il regista.
Non si trattava solo di adattare una storia, ma di dare corpo a un mondo introspettivo e fragile, abitato da un bambino in età prescolare, una forza della natura definita ingovernabile in una regia classica, e dai fantasmi che popolano la mente di un nonno. Il cuore pulsante del film non batte però in un teatro di posa, ma tra le strade di una Napoli verace e contraddittoria. Rifiutando la comodità dello studio, il regista si è messo letteralmente in cammino per cercare quel palazzo che Starnone aveva solo descritto. La ricerca lo ha condotto nel quartiere del Lavinaio, vicino alla stazione centrale, un luogo dove la bellezza convive con la miseria e il crimine. È qui che è stato scoperto un enorme edificio brutalista del dopoguerra e un balcone sospeso sul baratro del caos napoletano è diventato, finalmente, il balcone del film.
Ma come si dà forma all’invisibile? La risposta risiede in un processo creativo unico che fonde fotografia, pittura e realtà. I fantasmi del film non sono eteree apparizioni, ma presenze reali con i volti e i corpi di chi ha vissuto il Lavinaio di un tempo. Questi volti sono stati fotografati e poi tradotti in disegni dall’artista Dario Maglionico, per poi tornare a vivere in carne ed ossa sul set, creando un cortocircuito affascinante tra arte e memoria. Scherzetto non è dunque solo un film, ma un atto d’amore verso il cinema inteso come rischio, scoperta e, soprattutto, come un gioco serio capace di farci guardare dentro l’abisso con la curiosità di un bambino.
Naza: cinema d’inchiesta fondato su immagini, dati e testimonianze

Lunghissimi applausi per l’atteso film in concorso Naza dei registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor. Yuval Abraham, giornalista investigativo israeliano, e Rachel Szor, direttrice della fotografia, montatrice e regista israeliana, sono due dei quattro co-registi di No Other Land (2024), vincitore alla Berlinale e dell’Oscar 2025 come miglior documentario. Con Naza proseguono un cinema d’inchiesta fondato su immagini, dati e testimonianze. Nato dalle inchieste pubblicate tra il 2023 e il 2025 da +972 Magazine, Local Call e The Guardian, Naza ricostruisce i sistemi con cui le forze israeliane pianificano gli attacchi a Gaza e stimano le vittime civili attese.
Attraverso filmati realizzati di notte sui tetti di Tel Aviv, i due registi israeliani portano sullo schermo dati, documenti e testimonianze sull’uccisione deliberata di civili palestinesi. Il titolo riprende un acronimo dell’intelligence israeliana usato proprio per indicare la stima delle vittime civili di un attacco.
«Abbiamo realizzato questo film spinti dal dovere di usare la nostra posizione di israeliani per analizzare i sistemi dietro all’uccisione di massa di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile. Durante le riprese negli ultimi tre anni, ci siamo trovati a porci le stesse domande della generazione dei nostri nonni e di tutto il Novecento: come può un gruppo di persone permettere la totale disumanizzazione di un altro? Come funziona dall’interno un sistema del genere?», dichiarano i registi.
Il direttore artistico della Mostra del cinema di Venezia, Alberto Barbera, ha definito Naza, «un’opera politicamente dirompente e cinematograficamente estremamente interessante. Un film importantissimo che, pur basandosi su interviste, trascende la semplice raccolta di dichiarazioni». La pellicola ha un carattere documentario e investigativo, presentando testimonianze autentiche e certificate, frutto di un lavoro di indagine durato tre anni, condotto anche con il supporto del team di reporter del Guardian. Questo lungo processo è stato necessario per convincere gli ufficiali a raccontare la propria esperienza e il proprio operato all’inizio dell’invasione di Gaza.
Il conflitto in Medio Oriente, la violenza dei coloni ebrei e il genocidio compiuto dalla politica israeliana nei confronti dei palestinesi è molto presente nel programma di Venezia 83. Il film permette di esplorare qualcosa di più profondo rispetto al solo giornalismo d’inchiesta ovvero non solo le parole pronunciate, ma anche quelle non dette, il silenzio. Spetta quindi a tutti noi rompere quel silenzio. Un’opera urgente e di grande rilevanza politica. Una formula forte, certo, ma inserita in un contesto in cui il cinema documentario è tornato finalmente a occupare uno spazio centrale nel racconto delle guerre contemporanee, non più trattato come genere minore, ma come strumento di indagine politica e memoria immediata. Un film per riflettere aggiungendo un altro tassello alla verità più volte taciuta.
«Una storia su una menzogna da cui nasce qualcosa di buono»
Per la sezione Orizzonti il film crime drama sulla solitudine Cudze rzeczy (What belongs to others) presentato dal regista polacco Grzegorz Dębowski. Kasia si guadagna da vivere svaligiando appartamenti insieme al suo compagno. Durante uno dei loro furti, scopre il corpo di un uomo che si è tolto la vita. Poco dopo, il suo compagno viene arrestato. Rimasta sola, Kasia decide di tornare nell’appartamento del suicida e comincia a fingere che tra loro ci fosse una relazione. All’inizio, l’inganno è dettato dal desiderio di appropriarsi dei soldi del defunto cercando di subentrare nella sua polizza assicurativa e di impossessarsi dei suoi beni. Con il tempo, però, cresce in lei la curiosità di sapere chi fosse davvero quell’uomo. Mentre ne ricostruisce la vita, Kasia si avvicina sempre più a lui, fino a conoscere le persone che gli erano care e a sentirsi parte della sua storia. Nel corso della sua ricerca Kasia si innamora. Forse non tanto di lui, che non ha mai incontrato, quanto della propria storia, della propria menzogna. Il suo viaggio diventa così un’occasione per riunire, almeno per un istante, una famiglia estraniata e ormai frammentata.
Nel film la protagonista si trasforma in una sorta di detective a partire da una menzogna, infatti non indaga su un crimine, ma sulla vita di un uomo scomparso. Il mistero non è quello, classico, dell’identità del colpevole, ma riguarda piuttosto come abbia vissuto e chi fosse davvero, un uomo che, scena dopo scena, sembra avvicinarsi sempre più al cuore di Kasia.
«Per me è una storia su una menzogna da cui nasce qualcosa di buono, sulla distanza che può crearsi tra le persone e su quanto poco, a volte, basti per ritrovare un legame, anche solo per un istante», dichiara il regista. Per Dębowski l’ispirazione è arrivata dai vicoli di Varsavia, da racconti di anime solitarie che tentano di forzare le maniglie delle porte altrui, un’immagine potente che ha subito richiamato un concetto caro ad Alfonso Cuarón: l’esistenza come un’esperienza di solitudine che, pur restando tale, viene condivisa. Il cinema, per questo autore, non è una costruzione artificiale ma una radice che affonda nella realtà più cruda e rispettosa, dove la creatività non nasce dall’accumulo, ma dal togliere il superfluo per lasciar emergere la tenerezza verso l’umano.
Questa estetica si traduce in una macchina da presa che non giudica, ma segue la protagonista Kasia quasi fosse un’estensione del suo sguardo, filtrando il mondo attraverso vetri che separano e bolle di isolamento che solo l’empatia può provare a rompere. Ma c’è un elemento ancora più profondo che pulsa sotto la superficie della pellicola, l’esperienza del regista nel mondo degli aiuti umanitari che gli ha insegnato che un piatto di cibo è molto più di un nutrimento; è un atto di restituzione della dignità a chi ha perso tutto. Questa consapevolezza si riflette in una narrazione dove ogni essere umano, per quanto smarrito, merita rispetto. Nonostante un rapporto complicato con la speranza nella vita reale, il regista racconta quanto possiamo essere lontani gli uni dagli altri, fino al punto che, a volte, è proprio una menzogna, la finzione di essere qualcun altro, a permetterci di tornare a essere visti e riconosciuti come esseri umani, riscoprendo la possibilità di sperare.
Legami invisibili che rendono la vita degna di essere vissuta
Il regista iraniano Ali Asgari porta in concorso il film Kami nour (A bit of light), sui legami invisibili che rendono la vita degna di essere vissuta. Dopo l’arresto e la chiusura del suo ambulatorio, un medico iraniano, disilluso, perde ogni fiducia nel futuro. Deciso a porre fine alla propria vita, trascorre un’ultima giornata con i fratelli e la madre, per prepararli alla sua scomparsa. Ma la compassione, la cura e la vicinanza che gli dimostrano finiscono per riconciliarlo con la realtà.
«Mi sono spesso chiesto che cosa dia valore alla vita quando la sofferenza entra a far parte della nostra quotidianità. Possiamo davvero separare la nostra esistenza da quella degli altri? Le nostre scelte appartengono soltanto a noi, o lasciano tracce nel cuore e nella memoria di chi ci circonda?», confessa il regista. Vivendo in Iran, dove le difficoltà economiche, l’incertezza politica e l’ombra costante della guerra sono diventate parte della vita di ogni giorno, Asgari ha visto come le persone continuino a resistere, a prendersi cura le une delle altre e a creare piccoli spazi di speranza. Allora forse ciò che permette di andare avanti non è l’assenza di sofferenza, ma sono quei legami invisibili che uniscono, la consapevolezza che le nostre vite sono profondamente intrecciate.
La pellicola esplora proprio il fragile confine tra la disperazione e le forze silenziose che tengono le persone legate alla vita. Attraverso gesti quotidiani e incontri apparentemente insignificanti, il film mostra come il senso possa trovarsi nelle cose più semplici: un atto di gentilezza, una presenza familiare, un silenzio condiviso o il tocco lieve della mano di una madre. Anche se all’apparenza il film sembra una storia sulla sofferenza, il regista assicura che il tema centrale è sui legami invisibili che rendono la vita degna di essere vissuta. La sofferenza potrebbe non scomparire mai del tutto, e l’esistenza potrà restare segnata dall’incertezza e dall’ingiustizia. Ma forse il valore della vita non risiede nell’assenza del dolore, bensì nella nostra capacità di amare, di essere amati e nelle tracce che lasciamo nelle vite degli altri. Un film che apre alla speranza anche quando tutto sembra perduto e l’amore del e per il prossimo diventa il protagonista principale.
Walter Colombo, inviato a Venezia


