VENEZIA – Palma d’Oro a Cannes 2001 con La stanza del figlio, fondatore del Cinema Nuovo Sacher e voce autoriale tra le più riconoscibili del cinema italiano, occhiali tondi e una battuta pronta a diventare tormentone collettivo, Nanni Moretti è, da quasi cinquant’anni, uno degli autori più capaci di raccontare l’Italia attraverso lo sguardo ironico e insieme malinconico dei suoi protagonisti.

Quest’anno il regista torna al centro della scena con Succederà questa notte, il nuovo film in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, occasione perfetta per ripercorrere una carriera fatta di premi internazionali, un cinema tutto suo nel cuore di Roma e una vita privata vissuta con la stessa discrezione con cui affronta la macchina da presa. «Io ti aspetto, tutto il tempo che vuoi. Ma succederà prima o poi?».
Il film racconta una storia d’amore in cui una donna e un uomo si incontrano sempre nel momento sbagliato. A guidare i personaggi c’è il desiderio di una nuova occasione, c’è la volontà di credere nel fatto che la vita ci offra sempre un’altra possibilità, che ci sia sempre un tempo in cui le cose possano ancora accadere. Che arrivi sempre il momento in cui succederà.
Un film sui sentimenti e sul bisogno di nominarli, lasciare che si manifestino, ammettere senza riserve di volersi bene, dirsi senza pudore che ci si ama. «Leggendo i racconti di Eshkol Nevo quello che mi ha colpito subito è stata la precisione con cui sono descritte le relazioni e la profondità dei sentimenti. Sono storie che parlano di amori, incontri e abbandoni, ma anche di genitori e figli adulti e di tutti quei legami che ci accompagnano, in modo più o meno silenzioso, per tutta la vita. L’unità di temi e la carica emotiva che da lettore avevo percepito nei racconti mi hanno spinto a immaginare che se ne potesse trarre un film, costruire una trama unitaria», spiega il regista.
Dopo Palombella rossa, Nanni Moretti ritrova Venezia. Era il settembre del 1989. Mentre il mondo tratteneva il respiro in attesa che il muro di Berlino crollasse, a Venezia un giovane Nanni Moretti presentava Palombella rossa. Non era solo un film, ma il grido d’allarme di una sinistra in crisi d’identità, incarnata da un Achille Occhetto che di lì a poco avrebbe sciolto il Pci. Trentasette anni dopo, quel mondo è cambiato profondamente e non necessariamente in meglio, ma Moretti è ancora lì, baluardo di un cinema che si ostina a raccontare la realtà elevandosi sopra il rumore di fondo del dibattito pubblico.
Lo ricordiamo come lo splendido quarantenne che vinceva il Premio speciale della giuria con Sogni d’oro o che dissertava di estetica in Ecce Bombo. Oggi, Nanni è uno splendido settantenne con uno sguardo accigliato, una sobria malinconia e una legittima preoccupazione per i tempi che corrono. La sua evoluzione artistica lo ha portato lontano dai toni puramente satirici degli esordi, traghettandolo verso un registro drammatico dove l’ironia rimane, ma si fa più amara e graffiante.
Il Moretti pubblico non ha mai risparmiato critiche alla sua stessa area politica, eppure il suo cinema è rimasto miracolosamente lontano dalla militanza urlata. Ha preferito mescolare l’autobiografia con una tensione civile fortissima, attraversando i decenni della storia italiana con rigore e, a tratti, con una vena profetica sorprendente, come dimostrato in Habemus Papam. Con Tre piani e Mia madre il regista ha ritrovato una narrazione capace di toccare corde emotive profonde e il nuovo film presentato quest’anno al Lido si inserisce proprio in questa scia. Si tratta di un’opera che scava nei complicati intrecci familiari e nei fragili equilibri sentimentali, muovendosi in una dimensione privata che però non dimentica mai quella pulsione etica tipica del cinema morettiano. Nel cast accanto allo stesso Moretti e alla veterana Angela Finocchiaro, troviamo la coppia formata dall’iconico Louis Garrel e da Jasmine Trinca, un’attrice la cui carriera deve moltissimo proprio alla sensibilità del regista romano. Venezia riabbraccia con affetto il suo splendido settantenne, ritrovando in sala quel mix unico di impegno, disagio e umanità che solo Moretti sa regalare.
Il desiderio di aspirare alla libertà
Il coreano Lee Chang-dong porta alla Mostra il film in concorso Ga-neung-han sa-rang (Possible love), due coppie sposate, due mondi che si incontrano attraverso la macchina da presa: un lavoratore licenziato e sua moglie, una documentarista e suo marito. Mi-ok (Jeon Do-yeon) conduce una vita tranquilla insieme al marito Ho-seok (Sul Kyung-gu), che ha perso il lavoro, e al loro giovane figlio Cheol. La loro quotidianità cambia quando un funerale li mette in contatto con Ye-ji (Cho Yeo-jeong), una documentarista impegnata nella realizzazione di un film sui lavoratori licenziati, e con suo marito Sang-woo (Zo In-sung).
Lo stile di vita agiato di Ye-ji e Sang-woo è molto diverso da quello di Mi-ok e Ho-seok. Quando Mi-ok accetta di partecipare al documentario, si avvicina a Ye-ji e finisce, suo malgrado, per sentirsi attratta dall’enigmatico Sang-woo. L’incontro tra i loro mondi fa così emergere le prime crepe nelle rispettive vite e nei rapporti di coppia.
Per la scrittura di questo film, il regista fa dovuto molto pensarci e superare un conflitto interiore come dichiara lui stesso: «Prima di iniziare un film, devo essere certo del suo significato per me, per il pubblico e per il cinema stesso. Quando un licenziamento di massa e la violenta repressione di uno sciopero hanno scosso la società coreana, ho sentito il bisogno di reagire. Ho esitato, chiedendomi se fosse giusto trasformare quegli eventi in un film di finzione. Per quanto il lavoro, il capitale e altre forze plasmino le nostre vite, credo che possiamo ancora aspirare alla libertà, un desiderio che, forse, è già una forma d’amore. Volevo fare un film su quel desiderio. E, più ancora, sull’amore che incontriamo nella vita e sull’amore che, alla fine, non possiamo fare a meno di dare».
A otto anni dal suo ultimo film, Lee Chang-dong, autore di Burning – L’amore brucia, Poetry e Secret Sunshine, torna sul grande schermo con un’opera in cui il suo stile inconfondibile esplora le emozioni mutevoli, i conflitti e i diversi punti di vista che definiscono le relazioni umane.
Un fotoreporter che non ha mai lasciato Gaza durante l’offensiva israeliana
Il dramma di Gaza sbarca al Lido col film fuori concorso Al mowaten Osama (Citizen Osama) del regista palestinese Ahmed Hassouna. Osama è un fotoreporter che non ha mai lasciato Gaza durante l’offensiva israeliana, deciso a documentare quanto stava accadendo. La morte di amici e colleghi scandisce una quotidianità segnata dalla lotta per la propria sopravvivenza e quella della moglie e del figlio appena nato, tra devastazione, carestia e stragi di civili. In mezzo alla fame, alle perdite e al trauma, continua il suo lavoro mosso dal senso del dovere e dalla speranza, offrendo un ritratto intimo e profondo della resilienza e della dignità umana in tempo di guerra.
Per il regista era importante documentare la situazione di Gaza e dei sacrifici di coloro che spendono la propria vita per documentare i soprusi e le violenze di quelli che fanno del potere una forma di repressione e dominio: «Osama è innanzitutto un caro amico ed è stato anche uno dei pochi giornalisti a rimanere nel nord della Striscia di Gaza per raccontare ciò che stava accadendo. Della sua storia mi ha colpito la dimensione profondamente umana. Ho seguito da vicino il suo percorso, a partire dall’attesa per la nascita di suo figlio. Volevo raccontare il lato nascosto della vita di un giornalista palestinese, mostrare che, prima di essere un testimone degli eventi, è un essere umano e un cittadino che soffre come chiunque altro nella Striscia di Gaza».
Un giornalista non è una macchina da presa senza anima, ma una persona che cerca disperatamente acqua, lotta per procurarsi il cibo e vive nella costante preoccupazione di trovare il latte per il proprio bambino o di nutrire la moglie perché possa allattarlo. Attraverso il continuo intreccio tra la sua esperienza personale e il racconto della guerra, Hassouna ha voluto mostrare che chi restituisce al mondo le immagini della sofferenza è anche colui che la vive sulla propria pelle. Osama racconta la tragedia mentre la attraversa, come padre e come giornalista. Ahmed Hassouna, classe 1984, dopo la laurea in giornalismo all’Università Al-Azhar di Gaza, ha diretto cortometraggi e documentari prima di esordire nel lungometraggio di finzione con Istrupya (2019). Nel 2024 ha partecipato con Sorry Cinema a From Ground Zero, raccolta di 22 cortometraggi realizzati a Gaza da registi palestinesi e scelta per rappresentare la Palestina agli Oscar 2025. Con Citizen Osama prosegue la collaborazione con il progetto ideato dal regista palestinese Rashid Masharawi From Ground Zero+ e sostenuto dal Masharawi Films Fund per permettere ai cineasti di Gaza di continuare a raccontare in prima persona la realtà della Striscia.
Il ritorno dei fratelli Gallagher
I registi inglesi Dylan Southern e Will Lovelace portano in Mostra il film fuori concorso Oasis: don’t look back in anger che cattura l’energia e l’emozione della reunion degli Oasis e del trionfale tour Live ’25 con Liam e Noel Gallagher. Attraverso le loro prime interviste insieme dopo oltre 25 anni e immagini inedite delle prove, il film racconta il legame profondo tra la band, la sua musica e generazioni di fan in tutto il mondo. Il film è un documentario di grande respiro, la cui vera grandezza risiede nell’emozione inattesa che riesce a suscitare.
«Sapevamo che la reunion dei Gallagher avrebbe potuto generare un’esplosione di emozioni e che l’enorme attesa dei fan avrebbe reso il tour un momento culturale di grande rilevanza mentre attraversava il globo nella seconda metà del 2025. Ma niente ci aveva preparato alla gioia e alla commozione autentiche che abbiamo visto negli stadi di tutto il mondo, un’ondata di emozioni condivisa da fan vecchi e nuovi, giovani e meno giovani», dichiarano i registi. Il loro intento è quello di raccontare la riconciliazione di due fratelli, celebri per il loro rapporto turbolento, ma anche il potere della musica e il modo in cui le canzoni degli Oasis hanno continuato a vivere e a parlare alle persone durante i quindici anni di assenza della band. Oasis: don’t look back in anger è allo stesso tempo un film-concerto viscerale, il ritratto di un rapporto fraterno complesso e una celebrazione del modo in cui l’esperienza collettiva della musica può unire.
È un film sul perdono e sull’accettazione, un film che speriamo possa trovare eco nel tempo che stiamo vivendo. Anche se sembra un film per celebrare il complesso degli Oasis destinato ai fans e agli amanti del rock’n’roll, non si limita a registrare le canzoni eseguite nei concerti in giro per il mondo, ma mostra soprattutto la reazione del pubblico, ed è questa la cosa davvero impressionante. Attraverso questo film si capisce cosa significhi identificarsi con un gruppo e ritrovare dopo anni di separazione la propria band. Si comprende bene la forza della musica democratica e inclusiva.
Il direttore Barbera: «Oggi c’è molta più realtà nel cinema di finzione, che tende ad avvicinarsi al documentario»
Dopo alcuni giorni di kermesse, si ha l’impressione che stia crescendo e consolidandosi di anno in anno un virtuoso incrocio tra documentario e fiction; ma è solo un’impressione o è la realtà? Alla domanda risponde proprio il direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera che dice: «Viviamo in un mondo talmente drammatico che un autore si sente quasi inevitabilmente spinto ad affrontare temi impegnativi. È vero, di conseguenza, che oggi c’è molta più realtà nel cinema di finzione, che tende così ad avvicinarsi sempre di più al documentario. C’è una convergenza estetica e linguistica sempre più forte tra due universi che un tempo erano nettamente separati e contrapposti. Questo spiega perché tanti maestri scelgano oggi proprio il documentario per esprimersi e perché, di conseguenza, ce ne siano molti di più nei grandi festival generalisti come Venezia».
Walter Colombo, inviato a Venezia




