Venezia città del cinema / Paul Schrader scava negli angoli più bui dell’anima

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VENEZIA – A ottant’anni compiuti, Paul Schrader non ha alcuna intenzione di abbassare il volume, presentando a Venezia fuori concorso, The Basics of Philosophy, l’ennesimo proiettile d’autore contro quel diritto alla felicità che la Costituzione Usa sembra aver dimenticato. Da oltre mezzo secolo, il cinema di Schrader scava negli angoli più bui dell’anima. Sebbene il filo rosso che lega il Travis Bickle di Taxi Driver al tormentato pastore di First Reformed resti un disagio esistenziale incurabile, oggi emerge uno squarcio di luce dove la dimensione femminile diventa l’unico antidoto al senso di colpa e il protagonista rimane un animale notturno che tenta disperatamente di abbattere le pareti della propria cella interiore.

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I protagonisti di The Basics of Philosophy

Tra i film più importanti ricordiamo American gigolò, Il bacio della pantera, Cortesie per gli ospiti, Affliction, Il collezionista di carte e nella pellicola presentata al Lido, conferma la sua capacità nel saper affrontare questioni molto terrene con una forte dimensione spirituale, estraendo la realtà per proiettarla in una dimensione quasi metafisica, restando però sempre aderente ad essa. In The Basics of Philosophy, John Jorissen insegna filosofia in un piccolo ateneo del Midwest americano, e sta scrivendo un saggio su Baruch Spinoza. La sua vita si divide tra l’insegnamento, la scrittura e il tempo trascorso con la compagna Becca, anche lei docente, e con Willie, il figlio adolescente di lei. Jorissen è brillante, severo e distaccato. Qualcosa, nel suo passato, continua a tormentarlo. Alla morte del padre Melvyn, con cui aveva un rapporto difficile, l’improvvisa comparsa al funerale di un giovane, Miguel Basque, sconvolge Jorissen.

Attraverso alcuni flashback riaffiora un tragico evento del passato che vede protagonisti il giovane professore e Miguel, figlio del giardiniere di famiglia; un incidente insabbiato dal padre di Jorissen in cambio di denaro e del pagamento degli studi del ragazzo. Consumato dal senso di colpa e dalla certezza che il Dio di Spinoza non perdonerà mai le sue azioni, Jorissen si procura del Nembutal, un farmaco potenzialmente letale, pur avendo chiesto a Becca di sposarlo. Quando Miguel rivela la verità alla donna, Jorissen nega ogni addebito. Disperato, rintraccia Miguel e gli rivela l’intenzione di togliersi la vita, ma viene fermato prima di compiere il gesto.

Il film si chiude all’altare mentre Jorissen e Becca si scambiano i voti matrimoniali, Miguel li osserva in silenzio tra i banchi della chiesa e il giovane Willie porge l’anello al suo nuovo padre. Paul Schrader vuole indagare il comportamento trasgressivo e l’architettura della coscienza, «Jorissen è un uomo isolato e riflessivo, che indossa la maschera della propria professione. Questa volta si tratta di un docente di filosofia, chiamato a fare i conti con la propria identità e le proprie menzogne», dichiara il regista. Un’opera che conferma Schrader come uno dei pochi registi capaci di trasformare la filosofia in pura tensione visiva.

Il film che entra in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti

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Un frame di 15/18 (A place to heal)

Il regista francese Cédric Kahn porta in concorso 15/18 (A place to heal), entrando in un reparto di neuropsichiatria per adolescenti, dove pulsioni di morte e desiderio di libertà convivono in una sorprendente vitalità. Lucia, 17 anni, viene accompagnata dalla polizia nel reparto di neuropsichiatria per adolescenti di un ospedale pubblico, un luogo che conosce fin troppo bene. Una volta lì, ritrova l’amica Eloïse, ricoverata da tempo, e incontra un nuovo gruppo di ragazzi, ognuno alle prese con i propri demoni. Guidati da Etienne, i medici li curano, li ascoltano, incontrano le loro famiglie, confrontandosi con la cruda realtà delle vite dei loro pazienti e, al tempo stesso, cercando di gestire un reparto costantemente sotto pressione. Tra pazienti e operatori si creano legami fragili, in un delicato equilibrio che lascia intravedere spiragli di speranza, guarigione e persino momenti di leggerezza. Ma un giorno l’arrivo del misterioso Enzo minaccia di sconvolgere tutto.

L’opera nasce dalla necessità di contrapporre ai drammi psichiatrici una forza vitale intensa, tipica dei ragazzi, capace di reagire con vigore a ogni pulsione di morte. A differenza della psichiatria per adulti, descritta come un universo estremamente duro, il reparto per adolescenti è presentato come un luogo di vitalità straripante. Qui, lo spazio ospedaliero non è solo isolamento, ma un ambiente collettivo dove nascono complicità e affetti intensi. Il paradosso più toccante? Sebbene i ragazzi sognino costantemente la libertà, il reparto diventa per loro uno scudo contro la violenza del mondo esterno, al punto che molti temono il momento delle dimissioni.

Per il regista, la psichiatria è un tema profondamente politico. Il modo in cui una società sceglie di affrontare la malattia mentale è lo specchio della sua capacità di farsi carico delle proprie fratture e malfunzionamenti. L’obiettivo del film è cambiare lo sguardo dello spettatore ovvero non un’opera militante, ma un invito all’ascolto e all’immedesimazione senza giudizio, superando i vecchi tabù legati alla follia. Come dichiara il regista stesso: «Nel corso di questo lavoro di osservazione e scrittura, questi reparti ci sono apparsi come il luogo in cui si concentrano tutte le ferite della società: il bullismo, le angosce generate dalle guerre e dalla crisi climatica, la droga, la violenza, il razzismo, le tensioni sociali. L’ospedale pubblico accoglie, senza distinzione, adolescenti di ogni origine e di ogni classe sociale».

Ispirandosi a un primario incontrato durante le sue ricerche, l’autore sottolinea l’importanza di una parola franca e diretta. In un contesto di crisi e manipolazione, la verità terapeutica passa attraverso un dialogo onesto, capace di scuotere il paziente e rompere i condizionamenti. Il momento della fuga dei protagonisti, Eloïse ed Enzo, non è una semplice ribellione, ma un’accelerazione narrativa che simboleggia l’incontro tra distruzione e rinascita. Questo gesto permette ai ragazzi di riappropriarsi della propria libertà e di vivere quello scatto interiore che li riconnette con la natura e con i propri ricordi sepolti. Tuttavia, il regista non attacca il sistema sanitario riconoscendo che, spesso, il vero pericolo non è l’ospedale, ma il difficile ritorno nel contesto familiare.

Il potere ipnotico della cronaca

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Dal film Pirmetime

Il regista Lance Oppenheim porta al Lido il suo film in concorso Primetime, ambientato nel 2006, quando Chris Hansen, il conduttore di To Catch a Predator, si propone di scrivere una pagina di storia della televisione. Il reality To Catch a Predator utilizzava operazioni sotto copertura per attirare adulti accusati di voler incontrare minorenni dopo aver comunicato con loro on-line. Una volta arrivati nel luogo dell’appuntamento, i sospettati si trovavano davanti Chris Hansen e alle telecamere della trasmissione, prima del successivo intervento delle forze dell’ordine. Il programma terminò dopo una controversa operazione condotta in Texas nel 2006. Il caso coinvolse Bill Conradt, assistente procuratore distrettuale accusato di aver comunicato online con una persona che credeva essere un ragazzo di 13 anni. Conradt non si presentò nel luogo predisposto per l’operazione. La polizia, accompagnata dalle telecamere di Dateline Nbc, raggiunse quindi la sua abitazione per eseguire un mandato di perquisizione. Durante l’intervento, Conradt morì suicida. Chris Hansen ha successivamente sostenuto che il programma fosse semplicemente arrivato alla conclusione naturale del proprio ciclo, ma il caso Conradt viene ancora oggi indicato come uno degli eventi decisivi che portarono alla fine della trasmissione.

Il film nasce da un’immersione profonda nel linguaggio visivo della televisione generalista e dei reality show dei primi anni duemila, un’estetica che ha segnato l’immaginazione del regista spingendolo a esplorare il potere ipnotico della cronaca trasformata in intrattenimento. L’ispirazione deriva dal programma To Catch a Predator, un format capace di inaugurare quello che il regista definisce uno spettacolo della punizione, dove l’indignazione morale diventava un appuntamento televisivo irrinunciabile e la realtà più cruda veniva incanalata in una messa in scena strutturata con attori e conduttori. Con questo film, l’obiettivo è offrire un ritratto istituzionale del programma al culmine della sua popolarità, analizzando come quel meccanismo abbia trasformato le vite dei suoi protagonisti: dal giornalista crociato al produttore cinico, fino al sognatore di Hollywood di belle speranze, le cui ambizioni convergono fatalmente in un momento di crisi. Rivisitando la cultura dei media prima della frammentazione digitale, il regista mette in luce un’epoca in cui la conquista della prima serata era vissuta come una questione di vita o di morte, un’iperbole che per alcuni si è trasformata in una tragica realtà.

Dal romanzo al grande schermo

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La città dei vivi.

 

Mosso dal romanzo di Nicola Lagioia, il regista Edoardo Gabbriellini, classe 1975, porta alla Mostra il film La città dei vivi, nella sezione Orizzonti, mantenendo lo stesso titolo del libro. Luca ha ventitre anni. Vive in una famiglia che lo ha adottato e che lo ama. Si muove con i suoi amici tra la periferia e il centro e ha una fidanzata con cui vive un amore giovane ma importante per entrambi. Luca sta cercando la sua strada, in un’età in cui tutto sembra ancora possibile e al tempo stesso già perduto, e in questa ricerca vive una doppia vita. Una notte, dopo un incontro apparentemente casuale, la traiettoria della vita di Luca si spezza, infrangendosi contro una violenza cieca e insensata.

Fin dalle prime fasi del progetto, il regista ha scelto di muoversi seguendo la bussola etica del pudore e della tenerezza, sentimenti che hanno orientato sia la direzione degli attori che le scelte di messa in scena per confrontarsi con una ferita ancora dolorosamente presente. Il passaggio dalla carta stampata alla pellicola ha richiesto una sfida narrativa non indifferente. Se il romanzo da cui è tratta la storia si configurava come un vasto disegno corale, capace di mappare i diversi strati sociali e antropologici di Roma, il film sceglie una prospettiva differente. Il regista ha deciso di stringere la lente, trasformando quel grande affresco collettivo in un racconto intimo, focalizzato sull’interiorità dei protagonisti, pur cercando di preservare il senso profondo dell’opera originale.

Al centro della pellicola emerge quello che il regista definisce un «racconto di formazione interrotto». In questo percorso spezzato, l’umanità che circonda il protagonista non è un semplice sfondo, ma un coro che scandisce il ritmo e l’atmosfera della narrazione. Un ruolo cruciale è affidato allo spazio urbano: Roma non è solo una scenografia, ma un elemento vivo che i personaggi occupano, modellano e spesso subiscono. Secondo il regista, è proprio all’interno di questo perimetro cittadino che si compongono i percorsi e le sorti, spesso inevitabili, di chi lo abita. Sullo schermo l’idea è stata quella di tenere un linguaggio asciutto e naturalistico e insieme lirico. Suggerire è diventato più forte che mostrare. La distanza dai personaggi segue quindi un criterio che definirei pudico. Non c’è violenza esplicita in nessun movimento e in nessuno sguardo. Solo tenerezza e in un momento storico di immagini urlate, questo film sembra voler sussurrare, ricordandoci che il cinema può essere ancora uno strumento per esplorare le pieghe più delicate e dolorose dell’animo umano.

Venezia città del cinema / 15Il romanzo di Nicola Lagioia dal quale si ispira il film di Gabbriellini, è un’opera ben riuscita, un testo che porta il lettore a divorarlo senza sosta. C’è un momento preciso in cui una città smette di essere solo uno sfondo e diventa complice, testimone e carnefice. Il 4 marzo 2016, Roma non è stata solo la cornice dell’omicidio di Luca Varani; ne è diventata l’anima nera. Un delitto che ha scosso l’Italia non solo per l’efferatezza, ma per l’assurda, gelida banalità del male che lo ha generato. Nicola Lagioia, con la precisione del chirurgo e la sensibilità del grande narratore, scava nelle pieghe di questo delitto perfetto della disperazione borghese. Non siamo di fronte a un semplice true crime, ma a un’indagine viscerale nata da anni di documentazione maniacale: atti giudiziari, intercettazioni, perizie e interviste si intrecciano in un racconto che toglie il fiato.

I protagonisti sono due giovani della Roma bene, persi tra festini gay e fiumi di droga, spinti da un movente che fa gelare il sangue ovvero la pura, atroce curiosità di scoprire cosa si provi a torturare e uccidere un altro essere umano. Un orrore che, nei giorni successivi, diventava l’unico argomento di conversazione dai tassisti a Termini ai baristi di piazza Bologna. Ma la vera protagonista del romanzo è lei: Roma. Una città eterna e indifferente, dove la pioggia sembra ricordare che la modernità è solo un battito di ciglia nel flusso del tempo. Lagioia ci restituisce l’immagine di una metropoli cinica, incarnata nel gesto di una madre che, davanti a un gabbiano intento a divorare un topo tra i vicoli di Monti, molla uno scapaccione alla figlia terrorizzata: «Mica sei morta te».

Citando Andreotti, l’autore ci ricorda che il conflitto è nel Dna di questa città: «Quando i romani erano solo due, uno uccise l’altro». In questo libro, Lagioia non si limita a raccontare una cronaca nera; ci costringe a guardare nell’abisso, ricordandoci quanto sia sottile la linea che separa la nostra normalità dal rito più oscuro dell’umanità.

Walter Colombo, inviato a Venezia

 

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