di Serena Corradi
L’APPRONDIMENTO – «La scuola è la leva più efficace di integrazione per chi viene da altri Paesi e per i giovani nati in Italia figli di emigrati. La scuola prepara tutti. È aperta a tutti: così dispone l’articolo 34 della Costituzione». Lo ha detto il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, all’indomani dell’annuncio, da parte della premier Giorgia Meloni, del nuovo decreto-legge del Governo sulla scuola.
Il testo è stato approvato il 24 settembre e prevede, dall’anno scolastico 2027/2028, un limite del 30% per gli studenti stranieri nelle classi prime. Alle elementari riguarda chi non è nato in Italia o non ha frequentato almeno due anni della scuola dell’infanzia nel nostro Paese; nella secondaria di primo e secondo grado, chi non ha frequentato con esito positivo almeno tre anni del sistema nazionale di istruzione. Sono previste risorse per gli istituti nei quali non sia possibile rispettare il limite e per il potenziamento dell’italiano.
Nei giorni scorsi, dopo alcune limature frutto dell’interlocuzione con il Quirinale, il testo è stato iscritto nella Gazzetta ufficiale ed è entrato in vigore. In realtà, una soglia del 30% era stata già prevista da una circolare ministeriale del 2010. La differenza è che, dal prossimo anno, avrà valore di legge. Il punto chiave sta nel concetto di straniero, perché cittadinanza non italiana e difficoltà linguistiche non coincidono automaticamente.
I numeri
A livello numerico, secondo i dati del Ministero dell’istruzione e del merito disponibili per le scuole statali, gli alunni con cittadinanza non italiana ad Alba sono 939 su 6.837, pari al 13,7% della popolazione scolastica. La distribuzione, però, varia sensibilmente tra i diversi istituti. A livello nazionale, sarebbero 34mila le classi che superano il tetto del 30%.
Abbiamo parlato con Gabriella Forcillo, docente alla primaria Montessori: «Tra i nostri alunni, per esempio, c’è una bambina di origine albanese che si è trasferita da poco e conosce la lingua meglio di alcuni suoi compagni. Altre volte, invece, incontriamo bambini residenti da molti anni in Italia, ma che faticano a esprimersi o a lavorare sulla comprensione. Hanno bisogno di sostegno e supporto, come cerchiamo già di fare attraverso i nostri corsi extrascolastici».
Insomma, il decreto-legge si fonda su una categorizzazione che è solo sulla carta e che è controproducente nella dinamica scolastica. Forcillo: «Con questo limite, noi avremo grosse difficoltà a formare le classi». Alla Montessori, secondo i dati forniti dalla scuola, su 175 alunni circa 100 sono di origine straniera. «Ogni giorno lavoriamo sull’inserimento linguistico. In una terza abbiamo 17 alunni, di cui 10 sono stranieri. E tra loro, alcuni non parlano bene italiano». Come si fa in concreto? Una risposta arriva da Manuela Torta, dirigente dell’istituto comprensivo di Canale: «Certo, ci possono essere difficoltà quando un alunno o un’alunna non conosce l’italiano, ma esistono già soluzioni e si riescono ad avere fondi ministeriali utili».
Le reazioni politiche
La dirigente si riferisce al progetto “Gentes a scuola”, promosso dall’Ufficio scolastico regionale per il Piemonte e rivolto agli studenti di origini extraeuropee, che prevede interventi di supporto allo studio e di potenziamento dell’italiano come seconda lingua: «Ci sono ore per l’alfabetizzazione. Ne abbiamo già usufruito l’anno scorso e stiamo compilando proprio in questi giorni la richiesta per le esigenze di quest’anno», aggiunge la dirigente scolastica.
Nel frattempo, il decreto ha sollevato molte reazioni anche a livello politico, oltre che da parte dei sindacati del mondo della scuola. Commenta la segretaria del Pd, Elly Schlein: «È un decreto vergognoso, che prova a nascondere dietro una nuova bandiera ideologica l’incapacità del Governo di dare risposte ai problemi concreti della scuola pubblica, a partire dall’edilizia». Il ministro all’istruzione, Giuseppe Valditara, ha risposto così: «Le polemiche sollevate dalla sinistra dimostrano una grave immaturità politica di chi non vuole affrontare il dibattito in modo costruttivo, partendo dalla onesta considerazione dei dati della realtà. Mi piacciono le classi dove c’è integrazione e i docenti non hanno difficoltà a lavorare». Tra i corridoi, però, si sentono più timori che entusiasmi.

