Per gentile concessione di Vita pastorale, mensile diretto da don Antonio Sciortino, anticipiamo l’articolo scritto da Carlo Petrini per il dossier dedicato a san Francesco d’Assisi a 800 anni dalla morte e avrà come titolo “Un messaggio rivoluzionario. Importanti ispirazioni nel nome del Santo per una umanità smarrita”. Il testo verrà pubblicato sul numero di giugno della rivista edita da Periodici San Paolo e dedicata agli operatori pastorali.
Alcuni giorni fa l’amico don Antonio Sciortino, che dirige questa importante rivista (Vita pastorale), mi ha proposto di fornire un contributo per l’uscita di questo numero. Devo essere sincero, al momento della richiesta ho avuto un piccolo sussulto e ho pensato: «un gastronomo, per lo più agnostico, cosa potrà mai scrivere sulla vita e sul messaggio di un santo tanto noto, la cui storia è così conosciuta e discussa?».
Dal punto di vista storiografico, infatti, soprattutto negli ultimi mesi, si è detto e scritto molto su san Francesco d’Assisi, riportando alla luce le più disparate versioni biografiche. Tuttavia, non mi sono voluto sottrarre alla richiesta. E partendo dal rapporto di amicizia tra il sottoscritto e Jorge Bergoglio, ovvero colui che ha scelto convintamente il nome Francesco per il suo papato, ho iniziato a riflettere sulla potenza ispirazionale del Santo e del suo nome.
Partiamo dal dire che comparare il periodo storico attuale con la realtà del XIII secolo è pressoché impossibile. Analizzare oggi motivazioni e intenzioni di Giovanni di Pietro di Bernardone, ricercando delle similitudini con il contesto socio-culturale di allora, a mio modo di vedere è un esercizio di stile piuttosto impreciso.
Cosa voglio dire: prendiamo come esempio il celebre Cantico delle creature. In questo straordinario scritto, in cui preghiera e poesia, armonia e ricerca della rivelazione divina, sono i principali leganti, emerge ben chiara la grande connessione tra essere umano e Natura. Basta questo aspetto per farlo divenire, agli occhi di chi legge nel terzo millennio, un documento sì religioso ma dalla marcata venatura ambientalista. Questo è quello che può apparire a noi, che viviamo ormai in una dimensione di profonda sconnessione con gli ecosistemi che ci circondano. Ma ottocento anni fa, in un contesto demografico in cui gli esseri umani erano 400 milioni (dato almeno 20 volte inferiore a quello odierno), dove ogni aspetto progrediva a ritmi naturali e la voracità del sistema industriale-tecnologico era ancora lontana da avvenire, la relazione con «nostra madre Terra» e tutte le altre «creature» era vissuta, per l’appunto, in maniera assai più naturale.
Con questo non si vuole assolutamente sminuire un’opera così sublime da essere ritenuta, tra le altre cose, la prima fonte letteraria in italiano volgare di cui si conosca l’autore. Al contrario, si tratta di esaltare un messaggio che, anche per una sorta di divinazione, ha saputo attraversare i secoli divenendo sempre più uno strumento di consapevolezza potenzialmente rivoluzionario.
Questa lettura si può adattare tanto al Cantico delle creature quanto alla figura di San Francesco nel suo complesso. La sua ricerca costante del divino lo ha portato a esaltare aspetti ed elementi che al suo tempo potevano essere dati per scontati o, peggio ancora, emarginati e mal considerati. Non solo ne ha riconosciuto un valore, ma ne ha predicato la cura e il rispetto.
Nel tempo, dunque, oltre al personaggio religioso, nell’immaginario collettivo si è andata a consolidare la sua sensibilità verso la natura e gli animali, ma anche la morigeratezza, la sobrietà, la fraternità, una profonda ricerca della libertà e l’accoglienza della povertà materiale a beneficio della ricchezza spirituale. E non vi è dubbio che non c’è niente di meglio di ispirazioni virtuose capaci di evocare sani sentimenti in maniera diffusa.
A proposito del potere ispirazionale di questo santo, primo italiano a raccogliere un’importanza davvero universale, va detto che, sebbene in maniera dibattuta, la Chiesa cattolica è stata la prima a riconoscerne il valore. Forse sfruttando volutamente la dimensione quasi estrema del suo esempio di vita. D’altronde, l’istituzione della santità è un processo teologico e canonico proprio del cattolicesimo, capace di suscitare una grande ubbidienza e remissività in tutti i fedeli.
Se un secolo dopo la morte di Giovanni di Pietro di Bernardone, all’interno della basilica di Assisi, Giotto si fece interprete di una serie di dipinti ispirandosi per lo più, non a Cristo, ma alla vita e alla figura di san Francesco, tutto questo lascia intendere molto. La stessa sorte non è di certo capitata a Pietro Valdo, coevo del santo di Assisi e con il quale condivideva molti dei precetti e lo stile di predicazione del Verbo. Il fondatore dei valdesi, però, da subito è entrato in contrasto con la Chiesa, arrecando molti più problemi e ricevendo come risposta una dura guerra fatta di persecuzioni.
Per quanto radicale, il messaggio di san Francesco è stato in grado di muoversi all’interno dell’istituzione cattolica. Ed è forse grazie a questo se la sua figura è arrivata a noi in questa dimensione ancora travolgente. Tuttavia, vi è da sottolineare che, nel corso dei secoli, sono state ben poche le volte in cui l’operato della curia romana è apparso in piena sintonia con quanto predicato da Francesco.
Ed è qui che assume un’importanza rilevante l’avvento di papa Bergoglio. Il 13 marzo 2013, affacciandosi su piazza San Pietro, il solo annuncio del nome scelto per il papato è risuonato a tutti come un forte richiamo: già solo questo fatto ha rappresentato una vera e propria enciclica. Un Gesuita come lui avrebbe benissimo potuto decidere di chiamarsi Ignazio, in onore del fondatore del suo ordine di appartenenza. Ma, ottocento anni dopo il santo, la scelta di chiamarsi Francesco è stata sin da subito di stampo politico: un messaggio chiaro a tutto il mondo cattolico, a partire dall’interno del Vaticano.
Papa Francesco ha cercato di rappresentare in prima persona, forse per la prima volta in quel ruolo, i valori che noi tutti riconosciamo al santo di Assisi, per farne risuonare la portata, oggi più che mai, rivoluzionaria. L’importanza delle parole di Bergoglio risiede, infatti, nella ferma richiesta di una presa di consapevolezza rivolta a tutta l’umanità. In una fase storica in cui è ben evidente come le ingiustizie arrecate alla nostra casa comune si riversino irrimediabilmente sulle persone, specialmente su quelle più vulnerabili, l’indissolubile unione che ci lega agli ecosistemi naturali deve essere oggi riscoperta e reinterpretata da tutti gli uomini di buona volontà. Il senso di ammirazione per la nostra Terra madre diventa quindi un processo attivo, dove prende forma una vera conversione ecologica.
La strada tracciata da Bergoglio segue indubbiamente il solco di san Francesco, e questo appare evidente anche nella Fratelli tutti, seconda enciclica del Papa.
Se il patrono dell’Italia, stando alla documentazione che si mischia tra storia e mitologia, era in grado di comunicare con tutti, dal sultano al lupo, papa Francesco individua nella fraternità l’unica via in grado di proiettare nel futuro una sana idea di società civile. La cura dell’ambiente e delle nostre comunità passa quindi attraverso un unico processo, fatto di dialogo, cura rispetto.
Nel nome di Francesco, dunque, perdura un’ispirazione in grado di dare importanti punti di riferimento a un’umanità che, soprattutto nelle fasce di età più giovani, sta cercando disperatamente di trovare delle risposte. Se gli strumenti, nel corso dei secoli, si trasformano, la suggestione è in grado di rimanere: per cambiare il mondo è necessario cambiare prima il modo in cui lo abitiamo. E oggi, ancor più di ottocento anni fa, non esiste compito più urgente.
