di Serena Corradi
L’INCONTRO – Il 21 dicembre 1988 il volo Pan Am 103, un Boeing 747 in rotta da Londra a New York, esplose nei cieli sopra la cittadina scozzese di Lockerbie. Una bomba al plastico collocata nella stiva provocò la distruzione del velivolo in pochi istanti: morirono 270 persone tra passeggeri, equipaggio e abitanti colpiti dai rottami, dispersi lungo un corridoio di circa 130 chilometri nella Scozia meridionale. Tra loro c’era anche una ragazza poco più che ventenne, incontrata per caso pochi giorni prima dal giornalista Giorgio Zanchini, allora giovane cameriere in un bar di Parigi.
Il libro nato da quel drammatico ricordo, Lockerbie (edito da Laterza), è stato presentato il 16 maggio nella casa di reclusione Giuseppe Montalto di Alba. Durante l’incontro, condotto da Domenico Albesano dell’associazione di volontariato Arcobaleno, l’autore ha raccontato la difficile indagine condotta.

Ad aprire la mattinata è stato il direttore della casa lavoro Nicola Pangallo. «La narrazione che arriva all’esterno sul mondo penitenziario è spesso segnata da cronache negative. Eventi come questo permettono di valorizzare il lavoro educativo e il ruolo della cultura nel percorso di reinserimento», ha spiegato. Accanto a lui, Caterina Pasini, vicesindaca e assessora di Alba, ha ricordato come la struttura albese richieda particolare attenzione per la sua funzione e le sue caratteristiche: «La pena non deve essere punizione, ma recupero. Iniziative come questa avvicinano cittadini, istituzioni e comunità detenute». Emilio De Vitto, garante comunale dei diritti delle persone private della libertà personale, ha infine richiamato il senso profondo del progetto Voltapagina: portare gli autori dentro gli istituti per creare incontri capaci di rompere i confini e costruire ponti culturali con la cittadinanza».

La parola all’autore
Zanchini ha iniziato il racconto ricordando la ragazza inglese conosciuta a Parigi nel 1988: «Tre giorni dopo il nostro incontro, un amico mi disse: “Era su quell’aereo”». Per anni quel ricordo è rimasto nell’ombra della memoria. Poi, da giornalista, è emersa la necessità di capire: «Lockerbie è una montagna: un caso giudiziario complicatissimo, una vicenda geopolitica che attraversa Stati Uniti, Regno Unito, Libia, Iran e Palestina, e insieme una tragedia umana immensa».
L’autore ha ripercorso la genesi della sua indagine, a partire dalla difficoltà di dare un nome, una storia a quella ragazza fino alla verità giudiziaria che ha visto un solo condannato per la vicenda, il libico Abdelbaset al-Megrahi, al termine di un processo mai totalmente convincente. Zanchini analizza le varie piste (da quella iraniana a quella palestinese) e le pesanti interferenze dei servizi segreti occidentali e mediorientali, per poi soffermarsi sull’intreccio con la storia italiana. «Pensavo che la storia britannica fosse meno opaca della nostra. Mi sbagliavo», ammette il giornalista. «Lockerbie ha la stessa opacità di molte delle nostre stragi: Ustica, Bologna, piazza Fontana. Anche qui ci sono verità parziali».
Domenico Albesano, introducendo il capitolo del libro dedicato ai legami tra Lockerbie e l’Italia, mostra come Zanchini, studiando il caso, abbia trovato numerosi punti di contatto con la storia politica e diplomatica italiana degli anni Ottanta, quando a guidare il Paese e a intrattenere i rapporti con i Governi del Medio Oriente erano Craxi e Andreotti.

In contesti così complessi e poco trasparenti nascono inevitabilmente ricostruzioni parallele e teorie di cospirazione. La verità giudiziaria su Lockerbie resta parziale: un solo condannato, un unico processo, molti documenti non accessibili. «Quando la verità processuale non basta, emergono narrazioni alternative», osserva Zanchini. I condannati e le persone coinvolte negli attentati hanno dato informazioni che sono state divulgate, ma molte ancora sono vicende tuttora secretate. «Ci sono persone che sanno e che prima o poi parleranno», afferma Zanchini.
A distanza di decenni, documenti, processi e testimonianze continuano a sollevare profondi interrogativi: «Più studiavo, più capivo quanto poco sappiamo, e quanto spesso sono i cittadini a diventare vittime inconsapevoli dei giochi geopolitici».
Le storie delle vittime
Una parte significativa dell’opera è dedicata alle storie dei deceduti nel disastro: «Non tutti sono uguali per noi occidentali. Quando il male radicale ci colpisce da vicino, le vittime assumono un significato diverso, mentre quando queste tragedie sono lontane da noi tendiamo a non prestare attenzione. Ma non è così: tutti i popoli rendono omaggio ai propri caduti. A Lockerbie la memoria è ancora accesa, esattamente come lo è per noi per le vittime delle stragi neofasciste. Tutte le tradizioni hanno rispetto per la morte, soprattutto oggi che siamo circondati da un mondo in fiamme». Trentacinque di coloro che morirono nell’attentato erano studenti che tornavano a casa per le vacanze di Natale.

In questo percorso di conservazione del ricordo, Zanchini indica come siano fondamentali i libri come quello di Georgia Nucci, On eagles’ wings. Nucci, madre di uno degli studenti morti durante l’attentato, ha raccolto biografie, fotografie e testimonianze dei passeggeri. «È un archivio di umanità che ti avvicina alla verità molto più della dimensione processuale», precisa l’autore.
Una riflessione sul valore civile del ricordo ha concluso l’incontro. «Non sempre avremo una verità giudiziaria definitiva, ma abbiamo il dovere di cercare la verità storica: quella che restituisce un volto alle vittime e responsabilità ai vivi», ha aggiunto Zanchini.
L’intervista: «Ci sono analogie con le stragi italiane, è importante non arrendersi»

Zanchini, perché scrivere e pubblicare il libro proprio in questo momento?
«Una coincidenza che è divenuta una scelta. Lo stimolo mi è venuto guardando la serie televisiva su Lockerbie. Sono tornato a pensare a ciò che era stato per me Lockerbie e ho pensato che il tentativo di ricostruire la vicenda lo dovevo a quella persona che avevo incontrato e alla complessità della vicenda giudiziaria e storica. Così ho provato a farlo».
Qual è stata la parte più difficile da narrare?
«Il processo, è complicatissimo. Come d’altra parte tutti quelli per le stragi. Per ripercorrere i fatti non potevamo fare riferimento agli strumenti che abbiamo ora. Oggi avremmo ricostruito con più facilità la vicenda, avremmo avuto telecamere dappertutto, con il Dna avremmo potuto ricostruire le prove di chi aveva toccato cosa ma all’epoca non c’era nulla di tutto ciò. Ricostruire quello che è accaduto anche in sede processuale è stato difficilissimo: ho dovuto leggere centinaia e centinaia di atti e di sentenze. Da un lato è stato molto appassionante, dall’altro molto difficile».
Come si pongono le nuove generazioni nei confronti delle vicende storiche? Sono interessati?
«Chi sì e chi no, naturalmente. Secondo me le serie e gli altri media di narrazione, come i podcast, sono molto utili da questo punto di vista. Attivano la curiosità e di conseguenza la ricerca anche per i processi storici».
Cosa spera che passi al pubblico durante la lettura del suo libro?
«Credo che ci siano dei rapporti con la storia italiana, purtroppo. Noi abbiamo avuto tante stragi, spesso irrisolte, con verità giudiziarie o verità storiche insoddisfacenti che sono simili, se non sovrapponibili, a quello che pare essere successo a Lockerbie. Secondo me è importante per noi italiani non scordare, “non arrendersi”, come dicevano alcuni parenti delle vittime italiane delle stragi del terrorismo. Spero che questo libro serva anche a questo».
Il progetto Voltapagina che porta i libri in carcere

L’incontro con Giorgio Zanchini, giornalista Raie conduttore radiotelevisivo in programmi come Radio anch’io, Quante storie, Rebus si è svolto nell’ambito di Voltapagina, il progetto di impegno sociale del Salone internazionale del libro di Torino Off che dal 2007 porta i protagonisti della narrativa italiana nelle carceri nei giorni in cui si svolge la fiera torinese.
I detenuti che aderiscono prima sono guidati nella lettura e poi hanno l’occasione di discutere e dialogare con l’autore per approfondire i temi trattati nell’opera. Negli anni hanno partecipato molti scrittori e numerosi istituti carcerari piemontesi hanno accolto con favore l’iniziativa del Salone.
