MONFORTE Data doppia per Monfortinjazz, edizione speciale dei cinquant’anni. La rassegna di Monfortearte proseguirà nell’auditorium Horszowski sabato 18 luglio alle 21.30 con Heroes, l’omaggio a David Bowie (1947-2016) e alle radici jazz che si possono trovare nei suoi brani, ideato da Paolo Fresu. Secondo il celebre trombettista sardo, «avvicinarsi alla musica di David Bowie è una grande emozione e una straordinaria opportunità. È un autore immortale che è sempre stato vicino al jazz». Per Heroes, titolo di una delle più famose canzoni del Duca bianco, Fresu ha coinvolto John De Leo, già parte dei Quintorigo, alla voce, Filippo Vignato al trombone, Francesco Diodati alla chitarra, Francesco Ponticelli al contrabbasso e Christian Meyer, degli Elio e le storie tese, alla batteria.

De Leo, romagnolo di Lugo, al secolo Massimo De Leonardis, entra nei dettagli: «Devo ammettere di essere l’ultimo arrivato, mi è giunta la chiamata da Paolo quando la scatola era già stata confezionata. Ovviamente sono lusingato di starci dentro insieme agli altri “eroi”. Il concerto a Milano dell’8 luglio è stato il mio esordio. Credo mi abbiano voluto per scombinare un po’ le carte».
Qual è il legame di David Bowie con il jazz?
«Bowie fa parte soprattutto dell’immaginario pop o rock decadente, eppure nel concerto esploreremo alcuni legami con il jazz, riscontrabili soprattutto nell’ultimissima fase della sua carriera. Penso poi a brani come This is not America del 1985, scritto con Pat Metheny, e al fatto che, prima di diventare famoso, suonasse il sassofono».
Quale sarà il programma del concerto?
«Ci saranno molti dei brani più noti, compreso Warszawa, quello che mi piace di più: è precursore, con le sue sonorità elettroniche, della musica d’ambiente e si adatta molto bene a una rivisitazione jazzistica. Non escluderemo pezzi maggiormente rock e ci sarà molto spazio per l’improvvisazione. Ognuno di noi convoglierà l’intero complesso in direzioni che non hanno codifica».
Dal suo punto di vista, quali sono le caratteristiche peculiari della voce di Bowie?
«Era innanzitutto un cantante piuttosto atipico, sia perché nella fase finale si era dedicato, per forza di cose, a suoni quasi baritonali e profondi, sia perché tutta la sua produzione degli anni Settanta era caratterizzata da un suono piuttosto acuto. Aveva quell’inconfondibile e, a parer mio, amabilissima pronuncia inglese britannica. Detto ciò, non sarà mio compito fargli il verso, non solo perché in certi passaggi sembra quasi inimitabile, ma perché emularlo sarebbe un’operazione da cover band. Il nostro progetto punta invece alla manipolazione del materiale musicale che egli ci ha lasciato».
Qual è l’impronta lasciata da Bowie?
«È stato determinante in tutte le sfaccettature del pop. Compreso il jazz, che nasce come musica di intrattenimento e può rientrare anch’esso nella dicitura pop. Fa parte di quegli artisti immortali che si contano su un’immaginaria mano di sei dita partorita con l’intelligenza artificiale: con lui ci sono Beatles, Pink Floyd, Radiohead, Elvis Presley e Jimy Hendrix».
La seconda data settimanale di Monfortinjazz sarà domenica 19 alle 19 con L’antidote. Quest’ultimo è un trio formato dal percussionista persiano Bijan Chemirani, specializzato nell’uso dello zarb, il tradizionale tamburo a calice in legno; da Rami Khalifé, pianista e compositore libanese trasferitosi in Francia durante la guerra civile; da Redi Hasa, violoncellista e autore albanese membro del complesso che segue Ludovico Einaudi. A Monforte proporranno una selezione di brani tradizionali e originali caratterizzati dalle sonorità dei loro Paesi d’origine.
I concerti successivi di Monfortinjazz saranno venerdì 24 alle 21.30 con la cantante statunitense Suzanne Vega, domenica 26 alle 19 con il duo norvegese Kings of Convenience e domenica 2 agosto alle 19 con Vinicio Capossela. d.ba.
