di Francesca Pinaffo
ASTI – Nel caos informativo in cui i casi di cronaca nera vengono troppo spesso spettacolarizzati, il podcast “Indagini” di Stefano Nazzi, prodotto da Il Post, è un faro. Tra i più ascoltati in Italia sulle principali piattaforme, è un prodotto che mette al centro l’etica giornalistica, tra ricerca e oggettività nella narrazione. Una puntata al mese, tra casi di cronaca molto noti e altri meno, come lo stesso Nazzi precisa nell’introduzione.
Dalle piattaforme “Indagini” è diventato, da tre anni, anche altro: uno spettacolo dal vivo, un racconto collettivo attraverso il quale il giornalista incontra il suo pubblico. Domani, venerdì 17 luglio, farà tappa ad Asti per Astimusica. L’appuntamento è alle 21 in piazza Alfieri (i biglietti sono disponibili su Ticketone).
Di che cosa tratterà il live? Dopo il massacro caso del Circeo e quello sul “mostro di Firenze”, al centro delle tournée 2024 e 2025, Nazzi ha deciso di raccontare una stagione che ha segnato profondamente la storia del nostro Paese: quella dei sequestri. Sono stati trent’anni, dal 1969 al 1998, in cui furono oltre 600 le donne e gli uomini rapiti. Tra loro, anche 30 bambini. Nazzi ha deciso di concentrarsi su una storia in particolare, collocabile a pieno in questo contesto: il rapimento e la morte di Cristina Mazzotti, la prima donna a essere sequestrata in Italia per un riscatto di denaro tra il 30 giugno e il 1° luglio del 1975. Aveva solo 18 anni.

Perché la scelta di concentrarsi su questa pagina di storia, Nazzi?
«La vicenda di Cristina Mazzotti è estremamente drammatica e toccante. Parliamo di una ragazza di 18 anni, tenuta prigioniera in una buca sotto terra, mentre le venivano somministrati farmaci. Questa storia, poi, consente di ripercorrere la stagione dei sequestri, anni di terribile angoscia che hanno segnato l’Italia, ma di cui allo stesso tempo si parla molto poco e che i più giovani fanno fatica a conoscere».
Come è passato dal podcast tradizionale al live?
«È stato un passaggio piuttosto naturale. Nel panorama informativo di oggi, per me il podcast è un mezzo eccezionale, che consente di unire il racconto alla voce, alle pause, alla musica. Il live aggiunge ancora qualcosa: è come se si creasse un ascolto collettivo tra me, che sono sul palco, e il pubblico. Lo percepisco come un momento di condivisione».
Lei propone, nell’occuparsi di cronaca nera e giudiziaria, un metodo eticamente e deontologicamente ineccepibile: il fatto che “Indagini” sia così ascoltato indica che, tra fake news e demagogia, le persone hanno bisogno di correttezza?
«Sono convinto che esista una fetta di pubblico – numerosa – interessata a ciò che accade, ma che non ama il tipo di racconto dilagante. Penso all’omicidio di Chiara Poggi: siamo stati bombardati da una marea di informazioni, senza sapere neppure a oggi se ci sarà o meno il rinvio a giudizio. Assistiamo a narrazioni troppo spesso errate e fuorvianti, che fanno presa sull’emotività. Pensiamo anche a certa politica, per la quale i casi di cronaca diventano strumenti di propaganda. Il problema è che ogni parola detta, per quanto errata, rimane».
Che cosa desidera lasciare al pubblico che la ascolta e partecipa alle sue serate?
«Prima di tutto, spero di trasmettere a ognuno informazioni che prima non avevano. Spero anche di emozionare, ma senza averli forzati. Mi piace pensare a un’emozione naturale scaturita dal racconto».
L’intervista completa sarà in edicola sul numero di Gazzetta d’Alba di martedì 21 luglio.
