Monfortinjazz chiude con il ballo della memoria di Vinicio Capossela

Il concerto conclude l'edizione del cinquantenario, tra celebrazione della storia e nuove prospettive

Monfortinjazz chiude con il ballo della memoria di Vinicio Capossela

di Pierangelo Vacchetto

MONFORTE D’ALBA – Ci sono concerti che si esauriscono nell’esecuzione delle canzoni e altri che diventano narrazione, teatro, letteratura, riflessione civile. Vinicio Capossela appartiene da sempre alla seconda categoria e la serata che ha chiuso la 50ª edizione di Monfortinjazz ne è stata l’ennesima dimostrazione. L’auditorium Horszowski, esaurito da mesi, ha accolto per la quinta volta l’artista irpino in quello che ormai è diventato uno dei luoghi simbolo del suo rapporto con il pubblico. La partecipazione dei presenti ha trasformando il concerto in una grande festa collettiva dove si è ballato, si è cantato, ma soprattutto si è ascoltato perché ogni canzone di Capossela nasce sempre da una storia e ogni storia conduce inevitabilmente a un’altra: «Ogni volta che torno qui capisco perché da cinquant’anni questa manifestazione continua a vivere. È questo anfiteatro il segreto. È come stare nel fondo di un imbuto, in un grande abbraccio».

Non è un saluto di circostanza, ma il riconoscimento di un luogo che negli anni ha saputo costruire un’identità unica nel panorama dei festival italiani, capace di mettere al centro l’ascolto e la qualità artistica. Il concerto prende le mosse dal 30° anniversario del Ballo di San Vito, l’album pubblicato nel 1996 che segnò una svolta decisiva nella carriera del cantautore. Quelle canzoni, ancora oggi, conservano una sorprendente vitalità. Pioggia di Novembre, Al Veglione, Body Guard, Contrada Chiavicone e molte altre scorrono una dopo l’altra senza il peso della nostalgia, ma con la forza di un repertorio che continua a parlare al presente. È lo stesso Capossela a spiegare come quelle canzoni siano nate: «In questo disco c’è molta Torino. È una città che ritorna continuamente. Anche Tanco del Murazzo nasce lì. Dopo un tango con la g, naturalmente…», scherza, giocando con le parole prima di lasciare spazio alla musica.

Il racconto si sposta poi sul Folk club di Torino, chiuso da poco per sempre, luogo fondamentale per la musica d’autore italiana: «Prima di registrare questo disco passammo tre giorni al Folk club suonando soltanto tanghi. Era un piccolo tempio della musica italiana. Mi piace ricordarlo questa sera con Cristal eseguito insieme a un tanghero dell’anima come Giancarlo Bianchetti. Da lì il tango diventa un ponte verso il cinema di Emir Kusturica e Il tempo dei gitani». Capossela racconta il simbolismo del grande tacchino che attraversa il film, trasformandolo in metafora dell’anima, dei sogni e delle cadute dell’uomo. È uno dei tanti momenti in cui il concerto si trasforma in racconto orale, confermando come il suo repertorio sia costruito tanto sulle parole quanto sulle note. È uno dei tanti esempi di come, nel suo mondo, le canzoni siano popolate da personaggi letterari, animali simbolici, santi, folli e viandanti.

Non manca nemmeno una riflessione sul Toro, squadra che diventa filosofia esistenziale, dove vale quella frase di Chinaski: I vincitori non sanno quello che si perdono, una battuta che diventa una dichiarazione di poetica. Da sempre Capossela preferisce le strade laterali, gli sconfitti, i marginali, le figure che abitano i suoi dischi come fossero personaggi di un romanzo. Tra i momenti più emozionanti della serata c’è il ricordo di Renato Striglia, tifoso del Toro, uomo di radio e del progetto Sotto il bosco di latte, realizzato per Rai Radio3 dopo cinque anni: «È un luogo dove nessuno viene giudicato. Tutti vivono semplicemente la propria natura. Da quella storia è nata Ricordati di Rosi. È una canzone dedicata a chi continua ad accompagnarci anche quando non c’è più».

L’atmosfera cambia ancora quando introduce una nuova composizione ispirata alla poesia Cerimonia dopo un bombardamento di Dylan Thomas: «Ci sono sempre cancelli e inferriate davanti a qualsiasi presunto Eden. Penso alle barriere di Ceuta, a quelle della Cisgiordania, a tutti quei confini dove le persone continuano a morire cercando una vita migliore». La musica diventa così uno strumento per leggere il presente senza retorica, con quella capacità rara di intrecciare poesia e attualità. Poi arriva uno dei momenti più intensi dell’intero concerto: «Oggi è il 2 agosto. Siamo nelle terre della Resistenza, nelle terre di Fenoglio. Qualche anno fa qui cantammo Bella ciao , ma questa sera vorrei sostituirla con un’altra canzone straordinaria: La Badoglieide di Fausto Amodei». La scelta non è casuale in un luogo dove la memoria partigiana continua a rappresentare un elemento identitario, Capossela riporta alla luce una delle pagine più significative della canzone politica italiana, ricordando come la musica possa ancora essere esercizio di memoria e di libertà.

Nel finale il concerto torna a respirare con il territorio e La pena dell’alma, dedicata a Carlin Petrini, diventa un omaggio a chi ha saputo fare delle Langhe un laboratorio internazionale di cultura e di pensiero, prima che Il ballo di San Vito trasformi definitivamente l’auditorium in una festa popolare, con il pubblico in piedi a cantare e ballare. L’ultimo momento è affidato alla delicatezza di Ovunque proteggi, preceduta da un ringraziamento che è anche un passaggio di testimone: «Cinquant’anni fa Francesco Guccini inaugurò questa rassegna. Qualche anno dopo anch’io bussai alla porta di via Paolo Fabbri 43 e grazie a Guccini e a Renzo Fantini ho iniziato a raccontare queste storie». Le luci si spengono mentre l’applauso dell’auditorium continua a lungo. Finisce così la 50ª edizione di Monfortinjazz, con un artista che non ha semplicemente celebrato un anniversario, ma ha ricordato come la musica possa ancora essere un luogo di incontro tra memoria, letteratura, impegno civile e festa popolare. Ed è forse questo il lascito più autentico della serata in un tempo che consuma tutto rapidamente, Vinicio Capossela continua a chiedere al pubblico di fermarsi, ascoltare e lasciarsi attraversare dalle storie. È la stessa filosofia che, da mezzo secolo, rende Monfortinjazz uno dei festival più riconoscibili e culturalmente significativi del panorama italiano.

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