VENEZIA – L’83ª edizione del Festival del cinema di Venezia si apre con l’arrivo di George Clooney al Lido, per ritirare il Leone d’oro alla carriera, consegnato durante la cerimonia di apertura avvenuta alle ore 19 in sala Grande e condotta da Greta Scarano, attrice tra le più versatili della sua generazione e Nicolas Maupas, italo-francese, classe 1998, che si fa conoscere nel 2020 come Filippo Ferrari in Mare Fuori, prima di conquistare il pubblico di Un professore.
Clooney ha ringraziato dichiarando: «La Mostra è senza dubbio il mio festival preferito, e ricevere il Leone d’oro è un onore immenso. A Venezia ho vissuto tantissimi momenti straordinari. Probabilmente significa anche che sto invecchiando, ma va bene così».
La rassegna va oltre la semplice celebrazione cinematografica
L’evento è immerso in un clima fortemente influenzato da importanti dossier politici e culturali, che delineano uno scenario ben oltre la semplice celebrazione cinematografica. Tra le questioni centrali figurano la situazione di Gaza, le iniziative del collettivo Venice4Palestine, composto da lavoratori e personalità del cinema, il documentario Naza e il caso Dau del regista russo dissidente Ilya Khrzhanovsky. Si aggiunge il confronto tra Biennale e Unione Europea sui fondi per il padiglione russo. In questo quadro denso, si inserisce, quasi in controtendenza, il ritorno di Nanni Moretti con una storia d’amore descritta come un’opera di disimpegno, ma la centralità delle tematiche politiche non è una novità.
Il concorso

La rassegna si apre con il film in concorso Ink del regista Danny Boyle al suo esordio alla Mostra del Cinema, «è un immenso onore trovarmi in una città dalla straordinaria ricchezza artistica e inaugurare questo grande festival con una sceneggiatura firmata da James Graham che ho sentito il dovere, e insieme il privilegio, di portare sullo schermo». Nel 1969 Rupert Murdoch (Guy Pearce) acquista il quotidiano britannico The Sun e ne affida la direzione allo spregiudicato Larry Lamb (Jack O’Connell). Deciso a superare nelle vendite il rivale The Mirror, Lamb riunisce una squadra di anticonformisti, visionari e outsider che ebbero l’idea di un nuovo modo di fare informazione, un giornalismo che avrebbe cambiato per sempre il volto del mondo contemporaneo. Così, Larry reinventa il giornale con titoli aggressivi, linguaggio irriverente e un’idea semplice: dare al pubblico ciò che vuole. Nella febbre della redazione prende forma un nuovo modello di informazione, destinato a cambiare il rapporto tra stampa, potere e società. Sfacciato, irriverente e audace, il super soaraway Sun ha sfidato l’establishment, ridisegnando il nostro mondo per l’era moderna. Film ben riuscito, colonna sonora evocativa e dialoghi calzanti che tengono lo spettatore incollato allo schermo.

Della regista italiana Alina Marazzi, il film nella sezione Orizzonti, La ragazza con la Leica. Parigi, 14 luglio 1937. Gerda Taro trascorre insieme a Robert Capa e agli amici di sempre, con i quali è fuggita dalla Germania nazista, l’ultimo giorno prima di tornare sul fronte spagnolo. Tra passato e presente riaffiorano i momenti che hanno segnato la sua vita: l’impegno politico a Lipsia accanto al suo primo amore, gli anni dell’esilio a Parigi, il colpo di fulmine con Capa, la scoperta della fotografia e il desiderio, sempre più forte, di usare la sua Leica come strumento di lotta e di libertà. Tratto dal romanzo di Helena Janeczek, Premio Strega 2018, il ritratto della prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, una donna che ha incarnato un tempo in cui tutto sembrava ancora possibile. Le fotografie di Gerda Taro hanno il potere di tracciare una linea di dialogo tra passato e presente, proprio come la sua storia. Il desiderio di libertà, lo sguardo sul mondo, la gioia di vivere e la determinazione di questa giovane donna vissuta quasi cent’anni fa hanno lasciato una traccia indelebile in chi l’ha amata e risuonano ancora oggi con grande intensità. «Riscoprire la sua eredità significa riflettere sulla forza politica delle immagini, sulla loro capacità di raccontare la storia nel momento stesso in cui accade, ma anche esplorare una dimensione più intima della memoria europea: quella di un gruppo di giovani esuli alle prese con l’avanzare dei totalitarismi, il razzismo e le minacce alla democrazia alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Un mondo lontano nel tempo, ma non così distante dalle inquietudini del nostro presente», dichiara la regista italiana, formatasi a Londra, che con il suo cinema intreccia memoria privata, archivi e storie di donne. Un film che ci restituisce l’energia degli ideali e della resistenza, il coraggio ostinato della giovinezza, ma anche la drammaticità che ogni lotta per la libertà porta con sé.

Del regista Werner Herzog, il film Bucking Fastard, un lungometraggio ispirato alla storia vera delle gemelle monozigote Freda (1943–2020) e Greta Chaplin (1943–2007) di York. Il film ambientato nell’Irlanda rurale le due sorelle, Jean e Joan Holbrooke, così unite da parlare all’unisono, amare lo stesso uomo e condividere gli stessi sogni. Persino i loro lapsus sono identici e pronunciati all’unisono. Non possiamo vedere il mondo attraverso i loro occhi, ma possiamo osservare il modo in cui il mondo reagisce a loro ovvero attraverso i tribunali e la stampa, attraverso coloro che cercano di aiutarle e coloro che vogliono sfruttarle, attraverso lo sguardo di animali domestici e selvatici, e persino attraverso l’eco delle loro stesse vite nelle profondità della terra. Il regista aveva accarezzato l’idea di fare un film sulle due gemelle, incontrandole più volte di persona, ma era finito per diventare uno dei suoi tanti progetti mai realizzati. Solo nel 2025 è stato riesumato grazie al coinvolgimento come protagoniste di Rooney e Kate Mara, che hanno accettato di recitare per la prima volta nella loro carriera nello stesso film, per arrivare in questa edizione al Lido di Venezia.
Il direttore Barbera ottimista nei confronti del cinema contemporaneo
In una lunga intervista, il direttore della Mostra internazionale d’arte cinematografica, Albero Barbera, tocca temi importanti che si respirano in questa edizione 2026.

Nei confronti del cinema contemporaneo si dichiara ottimista. Il grande schermo non è mai stato così vivo e, al tempo stesso, imprevedibile. Oggi il cinema naviga a vista, sperimentando nuove rotte lontano dalle certezze del passato. A guidare la rivoluzione sono talenti emergenti che parlano la lingua della Generazione Z: registi ventenni capaci di sbancare il botteghino con horror low-budget e un linguaggio visivo totalmente nuovo. Se i blockbuster alla Nolan o i cinecomics riportano i ragazzi (la fascia 17-25 anni è il cuore pulsante delle sale) a vivere l’esperienza del grande schermo, la vera sfida è accompagnarli oltre il già noto. Mentre i grandi studios rischiano il collasso con investimenti colossali su pochissimi titoli, la forza del cinema attuale risiede proprio nel suo caos creativo. Tra autori storici che resistono e ondate di energia fresca, il cinema dimostra di essere un ecosistema vario ed eccitante.
Venezia è laboratorio d’avanguardia
Per quanto riguarda il posizionamento della kermesse, Venezia è il Festival che osa, dove il futuro del cinema viene scritto oggi, infatti la Mostra del cinema non è solo una passerella, ma piuttosto un laboratorio d’avanguardia. Negli anni, il Lido ha saputo anticipare i tempi, abbattendo muri che sembravano insormontabili. Dalle piattaforme streaming alla realtà immersiva, fino all’abbraccio con le grandi serie Tv, oggi vero cuore pulsante della produzione, Venezia ha dimostrato che la distinzione tra cinema d’autore e intrattenimento commerciale è ormai un ricordo del passato. Ma se non si osa, che senso ha? È il mantra di chi guarda al futuro senza paura dei rischi, trasformando il festival in una bussola per un’industria in continua metamorfosi.
Il potere sembra essere il filo rosso che attraversa ogni sezione della Mostra. Non parliamo solo di palazzi, ma della capacità manipolatoria con cui si costruisce il racconto della realtà. Quest’anno il grande schermo si trasforma in un campo di battaglia: da un lato le strategie autocratiche di controllo, dall’altro la forza della verità che prova a resistere. Fare cinema, oggi, sembra non poter più prescindere da una presa di posizione dove l’estetica si fa militanza. Così il confine tra documentario e finzione si sgretola, dando vita a un cinema ibrido che non vuole solo intrattenere, ma scuotere le coscienze. Per questo motivo l’attuale edizione si preannuncia come la più politica degli ultimi anni, ma nel senso più nobile: la capacità di affrontare la complessità dei problemi, di rifletterci sopra, di trasformarli in un racconto, in una narrazione spettacolare e coinvolgente, per aiutare a far ragionare più a fondo il pubblico su aspetti che la cronaca propone quotidianamente.
Il rapporto con l’intelligenza artificiale
L’intelligenza artificiale è la novità dirompente di oggi in tutti i settori della vita e delle professioni. Questa edizione della Mostra affronta senza timori il tema proponendo anche lavori esplicitamente realizzati con Ai. Allora come può il cinema continuare a essere uno strumento per conoscere il mondo e al tempo stesso abbracciare senza pregiudizi uno strumento come l’Ai generativa, che rende sempre più incerto il rapporto tra immagine e realtà?
Per Alberto Barbera non c’è dubbio, l’intelligenza artificiale non è un mostro da temere, ma il motore di una trasformazione epocale, paragonabile alla rivoluzione industriale dell’Ottocento. «Ricordo il primo convegno organizzato a Venezia nel 1999 dal Sole 24 Ore sul digitale: la maggior parte dei produttori, distributori e registi presenti in sala liquidava la cosa come un altro strumento in più, senza rendersi conto dell’impatto che la rivoluzione digitale avrebbe prodotto sul mondo intero. Non si trattava soltanto di effetti speciali più o meno efficaci, ma più profondamente di cambiare il modo di produrre il cinema, di scriverlo, di distribuirlo. Sta accadendo lo stesso oggi, con la differenza che ora c’è più paura. Allora prevaleva un senso di superiorità; ora prevale il timore, ma non ha ragion d’essere». Restare trincerati nella paura è un errore miope perché lo strumento è qui per restare e cambierà radicalmente il modo di fare cinema. La vera sfida non è resistere al progresso, ma regolamentarlo e imparare a cavalcarlo per espandere i confini della creatività umana. Dalle ricerche istantanee ai nuovi linguaggi visivi, siamo solo al livello elementare. È tempo di smettere di tremare e iniziare a chiederci: come può l’Ai rendere un artista ancora più grande?
Walter Colombo, inviato a Venezia
