Donne che costruiscono il territorio: a Bra’s storie di impresa, cucina e identità

Da Roberta Ceretto ad Antonella Ricci, da Maria Teresa Ascheri a Elisabetta Camia e Gemma Boeri: a BRA'S cinque protagoniste dell'enogastronomia raccontano come si ereditano tradizioni, si costruiscono imprese e si dà nuova voce al territorio, tra famiglia, memoria, lavoro e innovazione

Donne che costruiscono il territorio: a Bra's stori di impresa, cucina e identità

di Chiara Nervo

BRA  – Quando si parla di donne nell’enogastronomia, prima o poi si finisce inevitabilmente per parlare anche di uomini. Dei padri che hanno aperto una strada, delle famiglie che hanno costruito un’impresa, dei cuochi incontrati lungo il percorso. È successo anche a Bra’s, ma ascoltando le storie di Roberta Ceretto, Antonella Ricci, Elisabetta Camia, Maria Teresa Ascheri e Gemma Boeri, la sensazione è che il centro del racconto fosse altrove. Nella capacità di queste donne di prendere ciò che avevano ricevuto e farne qualcosa di proprio. Nello stare dentro una storia familiare senza limitarsi a custodirla. Nel continuare a muoversi.

La famiglia ritorna quasi in ogni intervento, ma mai nello stesso modo. Per Antonella Ricci è soprattutto la figura della madre, determinante nella sua crescita. Nata nella ristorazione, ha avuto la possibilità di studiare. Di non fermarsi al percorso che sembrava già tracciato e di portare avanti il nome della famiglia cercando una propria identità. Una storia che dice molto di cosa significhi ereditare. Non semplicemente ricevere qualcosa, ma decidere cosa conservarne e cosa cambiare.

Anche Maria Teresa Ascheri parte da una presenza femminile molto forte. Sua madre, racconta, è definita “il generale”. Una figura capace di stimolare, ma anche di rendere il percorso più impegnativo. Perché avere qualcuno alle spalle può fare la differenza: «Se hai qualcuno che ti sorregge è tutto più semplice». È un’immagine che torna, in forme diverse, nelle esperienze raccontate sul palco. Dietro molte di queste imprese ci sono famiglie solide, ma anche confronti, tensioni, aspettative e la necessità di trovare il proprio spazio.

Elisabetta Camia ricorda che aveva appena quindici anni quando suo padre le chiese se fosse davvero sicura della strada che voleva intraprendere. Il lavoro, da allora, è diventato una parte centrale della sua vita. «Ti assorbe, ma ti restituisce tutto», racconta. Una frase che riesce a sintetizzare bene anche il tono dell’incontro: nessuna idealizzazione del mestiere, ma neppure il desiderio di raccontarlo soltanto attraverso la fatica. Elisabetta porta con sé anche un altro tema: la possibilità di costruire contemporaneamente un percorso professionale e una famiglia. E quando il confronto arriva sulle differenze tra uomini e donne, sceglie di non irrigidirsi nelle categorie. Parla piuttosto di empatia, di capacità comunicativa, di caratteristiche che possono diventare strumenti nel lavoro e nella gestione delle persone. Perché la questione del genere, inevitabilmente, entra nella conversazione. Ma non bisogna ridursi a semplificazioni. E forse è proprio qui che le diverse esperienze iniziano a intrecciarsi.

Le protagoniste del talk non sembrano avere bisogno di rivendicare continuamente il proprio spazio: lo occupano attraverso quello che hanno costruito. Ristoranti, aziende, progetti di ospitalità, vino, cucina, nuove iniziative. Imprese spesso nate all’interno di storie familiari, ma cresciute grazie a una visione personale.

Nel racconto di Roberta Ceretto questa visione passa prima di tutto dal territorio. La sua famiglia ha creduto nelle Langhe, investendo in un luogo e nelle sue potenzialità quando farlo non era necessariamente scontato. Insiste su un concetto ancora più semplice: ascoltare il territorio. Perché le Langhe sono ricche di prodotti quasi ingombranti. Prodotti con una storia e un’identità talmente forti da richiedere conoscenza e studio prima ancora che reinterpretazione. Non basta possederli. Bisogna capirli. Ed è forse una delle riflessioni che meglio spiegano la trasformazione vissuta dal territorio negli ultimi decenni. Il successo non arriva soltanto perché un luogo possiede grandi vini, una cucina riconoscibile o prodotti tipici. Arriva quando qualcuno impara a raccontarli, a metterli in relazione e a costruire intorno a loro un sistema.

Per Gemma Boeri, invece, tutto parte dalla memoria. Il suo racconto riporta la cucina alla sua forma più intima: quella imparata in famiglia. «Ho fatto da mangiare come faceva mia mamma per gli ospiti», racconta parlando degli inizi. Una cucina semplice e genuina, capace di evocare qualcosa di familiare. Tanto che una cliente, dopo aver assaggiato uno dei suoi piatti, si è commossa perché le aveva ricordato la nonna che non c’era più. È forse uno degli episodi più piccoli raccontati durante l’incontro, ma anche uno dei più efficaci. Perché ricorda che il cibo non è soltanto tecnica, impresa o prodotto. Può diventare memoria. Può riportare improvvisamente a una persona, a una casa, a un momento che sembrava lontano. Eppure dietro quella semplicità c’è un mestiere tutt’altro che semplice. Quando le viene chiesto quale consiglio darebbe a una ragazza che vuole intraprendere questa strada, Gemma non addolcisce la risposta: «Se non ti piace non lo puoi fare. È dura, troppo dura». Nonostante questo, di pensione non vuole sentir parlare. Vuole continuare a esserci, a lavorare e, come dice scherzando in piemontese, a “farli tribolare ancora un po’”.

Una determinazione che, con forme e percorsi diversi, attraversa tutte le storie emerse dal palco. Storie in cui il lavoro si intreccia quasi sempre con la famiglia, con chi ha aperto una strada prima di loro e con chi le ha accompagnate lungo il percorso. I nomi degli uomini compaiono spesso. I padri, gli chef, i familiari, le persone che hanno accompagnato queste storie. Sarebbe artificiale cancellarli da un racconto che, in molti casi, è nato proprio all’interno di famiglie e imprese condivise. Ma a tenere insieme le storie sono loro donne che hanno ereditato e innovato, che hanno dovuto conquistare fiducia, che hanno imparato a muoversi dentro attività complesse e che oggi continuano a progettare il futuro. Non come figure laterali di aziende costruite da altri, ma come protagoniste di un sistema enogastronomico in cui cucina, vino, ospitalità e territorio si alimentano a vicenda. Ed è forse questo il punto più interessante: non dimostrare che le donne possono trovare spazio nell’enogastronomia, ma mostrare quanto spazio abbiano già contribuito a costruire.

Banner Gazzetta d'Alba