Dal rapporto Ecomafie di Legambiente: Cuneo supera Torino per i reati legati al ciclo dei rifiuti

Ne abbiamo parlato con Alice De Marco, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta

Dal rapporto Ecomafie di Legambiente:

di Roberto Aria

AMBIENTE – Nel Cuneese la pressione sull’ambiente assume forme concrete e la natura patisce gli abusi dell’uomo. Gli esempi si susseguono: alcuni mesi fa, tra Cervasca e Cuneo, una colorazione rossastra nelle acque irrigue aveva fatto scattare i controlli. Una sostanza nociva per la flora e la fauna dell’ecosistema si stava diffondendo a macchia d’olio. Gli accertamenti di Arpa Piemonte avevano consentito di individuare il responsabile, ma il danno era ormai irreversibile.

Un altro caso: nel febbraio 2026, i Carabinieri forestali e il personale delle Dogane avevano bloccato un container diretto in Somalia: insieme ai ricambi, correttamente dichiarati, erano presenti anche dei rifiuti nascosti nelle cabine dei camion e in un cassone. Un autodemolitore cuneese era stato denunciato. Sono episodi che, benché differenti, sono legati da un atto di violenza, eventi da cui partire per leggere i numeri dell’illegalità ambientale.

Secondo il rapporto Ecomafie 2026 di Legambiente pubblicato a inizio ottobre, la provincia di Cuneo supera quella di Torino per i reati legati al ciclo dei rifiuti e del cemento. Nel 2025 nella Granda sono stati accertati 295 crimini ambientali, soltanto quattro in meno dei 299 della città metropolitana – che risulta prima in Piemonte nella graduatoria complessiva. Nel complesso, la Granda pesa per il 22,6% sul totale regionale degli illeciti penali in ambito ecologico: più di uno su cinque.

Inoltre, emerge come nel territorio, in un solo anno, siano state denunciate 259 persone, con nessun arresto e 41 sequestri. Il valore economico stimato di questi ultimi è di circa 769mila euro. Numeri enormi, da cui emerge l’immagine di un business sommerso e illegale dalle dimensioni crescenti. Eppure, le statistiche non restituiscono la complessità di un fenomeno che in larga parte rimane sconosciuto, schivo e sfuggente ai riflettori o ai controlli delle Forze dell’ordine.

Fonte: Rapporto Ecomafie di Legambiente 2026.

Il settore più esposto è quello dei rifiuti: 140 reati, 133 persone denunciate e sei sequestri. Da solo rappresenta il 47,5% del totale provinciale e il 23,1% dei 607 reati della stessa filiera accertati in Piemonte. Anche nel ciclo illegale del cemento, Cuneo guida la graduatoria regionale, con 77 reati, 95 persone denunciate e quattro sequestri. La categoria comprende l’abusivismo edilizio, ma anche violazioni urbanistiche, cave illegali, tutela del paesaggio e appalti pubblici.

Il quadro provinciale comprende inoltre 45 reati contro gli animali, con 15 persone denunciate e 24 sequestri. Sul fronte degli incendi boschivi e di vegetazione sono indicati 21 reati e sei persone denunciate, senza sequestri. Per il patrimonio culturale, nella sezione denominata “archeomafia” risultano infine due reati, con due persone denunciate e sei sequestri.

Questi numeri raccontano di come l’incuria umana, il desiderio di profitto e l’assenza di empatia possano combinarsi in formule pericolose, capaci di arrecare danni permanenti alla natura e al benessere degli ecosistemi, quindi anche alla salute umana. Questa violenza prevaricante va fermata e arginata, sia con maggiori controlli sia con operazioni mirate di sensibilizzazione e divulgazione verso l’opinione pubblica.

L’intervista: Ecco come spariscono alcuni rifiuti

Parliamo con Alice De Marco, presidente di Legambiente Piemonte e Valle d’Aosta.

In Piemonte diminuiscono i reati ambientali accertati. Possiamo parlare di un miglioramento, De Marco?

«I dati regionali migliorano, ma è presto per capire se siamo davanti a una tendenza destinata a consolidarsi. La fotografia cambia molto di anno in anno: parliamo di fenomeni complessi, che richiedono un monitoraggio continuo. La provincia di Cuneo presenta numeri elevati, quasi pari a quelli di Torino, e un andamento negli anni che continua a preoccuparci».

Che cosa succede, concretamente, nel ciclo illegale dei rifiuti?

«Una parte del problema riguarda lo smaltimento: i rifiuti escono dagli impianti, ma non arrivano dove dovrebbero. Ci sono situazioni in cui un imprenditore deve disfarsi di inerti o di altri materiali e, invece di seguire il percorso corretto e sostenerne i costi, si affida a qualcuno che propone un prezzo più basso e promette di occuparsi di tutto. Sono casi numericamente importanti, che possono sfuggire ai controlli. Il rifiuto viene portato via, ma il problema è capire dove finisca».

È un fenomeno che rimane sul territorio?

«No, le filiere possono attraversare i confini. Ci sono rifiuti che partono dal Piemonte verso la Germania o altre destinazioni e dei quali diventa difficile ricostruire il percorso effettivo. Il rischio è che vengano smaltiti illegalmente, interrati o dispersi nell’ambiente, anche in mare. Talvolta partono su un battello per essere trasportati in un altro Paese, ma non arrivano mai a destinazione. Per questo non basta guardare il punto di partenza: bisogna seguire tutta la filiera».

Negli appunti del rapporto ricorre anche il tema delle cave. Qual è il collegamento?

«Le attività estrattive sono un altro ambito da osservare. Una cava, quando esaurisce il proprio ciclo di vita e viene chiusa, può diventare un luogo nel quale far finire illegalmente dei rifiuti. I danni possono coinvolgere il suolo e le falde. Sono situazioni particolarmente critiche, perché intervenire dopo è difficile e non sempre è possibile ripristinare le condizioni naturali».

Come si scoprono tutti questi traffici?

«Non sempre si parte da uno scarico o un deposito visibile. A volte si arriva al reato ambientale in modo indiretto, seguendo flussi di denaro equivoci. Nasce un sospetto, si approfondisce e si scopre un sistema molto più ampio. Nei traffici di cui parliamo ci sono organizzazioni strutturate: non è soltanto il gesto del singolo cittadino che abbandona un rifiuto. Le indagini possono durare a lungo e ricostruire passaggi, responsabilità e movimenti economici è complicato».

Quanto ha inciso la legge sugli ecoreati del 2015?

«È stata un passaggio fondamentale, che ha rafforzato gli strumenti a disposizione delle Forze dell’ordine e ha permesso di fare emergere situazioni prima poco conosciute. Il principio è che chi inquina paga, assumendosi anche i costi della bonifica. Ma il danno ambientale non si esaurisce in una questione economica: quando vengono compromessi una falda o un territorio, non è detto che si riesca a riportare la natura nelle condizioni precedenti».

Come si rafforza il contrasto ai reati ambientali?

«Servono prevenzione, sensibilizzazione e attività di controllo. È importante spiegare che cosa accade quando si sceglie una scorciatoia nello smaltimento e quali conseguenze può avere sull’ambiente. Allo stesso, tempo bisogna sostenere il lavoro di chi controlla e ricostruisce queste filiere».

Continua…

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