Noi, rinati dal fango: il dramma dell’alluvione del 1994 attraverso le storie di chi l’ha vissuta

Da chi perse la propria casa, quando arrivò il fango, ai bambini coinvolto nelle operazioni di pulizia: furono giorni di dolore, ma anche di comunità e di forza collettiva

Noi, rinati dal fango: il dramma dell'alluvione del 1994 attraverso le storie di chi l'ha vissuta 1

IL RICORDO – Tra il 5 e il 6 novembre 1994 l’onda del Tanaro – e degli affluenti – travolse anche Alba e il territorio circostante. La grande alluvione che travolse il Sud del Piemonte causò in provincia di Cuneo 29 vittime e 9 nella sola Alba. Domani, 5 novembre, si terrà un convegno sul tema della prevenzione, che vedrà la partecipazione di esperti, a partire della Protezione civile. Poi, alle 18, il corteo commemorativo che da piazza Risorgimento arriverà sul ponte Albertino, dove verrà gettata nel fiume una corona di fiori per ricordare le vittime.

Gazzetta d’Alba ripropone alcune storie di chi, nel trentennale della tragedia, ci aveva scritto: da chi perse la propria casa a chi, bambino si ritrovò a spalare il fango per fare la propria parte. Perché furono giorno di dolore, di lacrime, di morte, ma anche di comunità e di una rinascita costruita un passo alla volta.

La frana travolse la nostra casa a San Rocco Cherasca e distrusse tutto

di Sara Novello

Era il pomeriggio del 5 novembre 1994 e avevo 17 anni. Mi trovavo nel salotto di casa, insieme a mia sorella. Pioveva da tanti giorni ormai. Ci fu, prima, un forte rumore: i nostri genitori, con altri
vicini, corsero in cortile a controllare. La collina, sul retro, era franata. Dopo qualche minuto, sentimmo un altro tremendo frastuono. Mi alzai dal divano e, dalla finestra della cucina, lavidi arrivare: una valanga di fango che mi travolse. Per alcuni attimi, mi sentii trasportare. Non mi rendevo conto di che cosa stesse accadendo.

Poi, riuscii a percepire delle voci attorno a me. Con gli occhi aperti e la pioggia che mi cadeva in faccia, vidi i vicini, che chiamavano i miei genitori. Ero in strada, trasportata dal fango dal primo
piano alla statale. Mia mamma piangeva, disperata, di fronte alla nostra casa completamente distrutta. Mia sorella era rimasta sul divano: la frana le era passata a fianco ed era rimasta intrappolata tra i pezzi di muro, con ferite a un piede. Gridava. Mio padre cercava di liberarla, ma non era semplice stare in piedi tra i calcinacci.
In attesa dell’ambulanza – c’erano state altre frane, i soccorsi non furono immediati –, ero sempre lì, a terra. Presero una persiana e la utilizzarono come barella. Mia madre si fece dare un po’d’acqua, per togliermi il fango dal viso.

Nella ore successive, la terra franò ancora a San Rocco Cherasca e diverse famiglie furono evacuate. Io me la sono cavata con una caviglia rotta e parecchie contusioni. Mia sorella aveva un
piede rotto. Quella notte al pronto soccorso è stata la più lunga della mia vita. Ricordo le sirene delle ambulanze, con a bordo feriti o vittime. Nei giorni seguenti, dalla televisione, capimmo tutti lagravità di quello che era accaduto. Venni dimessa dall’ospedale di Alba la mattina seguente, perché non c’era posto per i casi non gravi. Ci ospitarono alcuni parenti, finché una famiglia di Ricca ci mise a disposizione un appartamento a casa loro. Furono poche le cose che salvammo dalla nostra casa.

Di colpo era scoppiata la guerra: il Tanaro ululava, poi i primi soccorsi dalla Toscana

di Walter Agnelli

Mancava poco a mezzogiorno, quel sabato 5 novembre, e stavo tornando da un impegno di lavoro a Bra. Mi fermai a guardare la Cherasca, che scorreva verso monte. Mi ricordai le parole di mio padre, vecchio pescatore: «Se il torrente va al contrario, qualcosa succede». Rientrai a casa, sulla prima collina di Alba. Verso le 18, mancò la luce. Passai la notte in un silenzio inconsueto e la mattina presto, spinto da qualcosa che non so definire, misi una pala sul mio fuoristrada e scesi in città.

Alba era deserta. Arrivai in Comune. Ero lì quando giunsero le prime notizie, drammatiche: la signora Sobrino, con il nipotino Riccardo, erano dispersi. Mi misi a disposizione per aiutare e, nel frattempo, si ebbe la certezza dei primi morti. Grazie ai radioamatori, il sindaco Enzo Demaria si mise in contatto con la Prefettura, a Cuneo: era la tarda mattinata di domenica e nessuno sapeva ancora nulla. Gli dissero di chiudere le scuole. «Non so neppure se esistono ancora», rispose lui. Tornai in macchina e iniziai a girare per la città. Ma prima mi fermai al cimitero: la tomba di famiglia era salva. Ho ancora di fronte agli occhi la melma al Mussotto, il parcheggio dei bus trasformato in un lago.

Tornato ancora una voltain Municipio, ci dissero che all’Ottolenghi la situazione era disperata. Non trovavano più alcuni anziani. Sulla macchina di Nicola Conti, partimmo in quattro. Iniziammo a muoverci tra le stanze. In certi punti, l’acqua mi sfiorava il collo. Arrivarono i sommozzatori, fino al ritrovamento: è stato uno dei momenti peggiori di tutta la mia vita. Mi incamminai a piedi verso la città, anche se era sconsigliato. Il Tanaro ululava. Da lontano, da una macchina dei Vigili, si avvisavano le persone di non usare l’acqua dei rubinetti. Sembrava di essere in guerra. Iniziammo a rinascere il lunedì mattina, quando in piazza Duomo trovammo i primi soccorsi: le Misericordie della Toscana, con i loro mezzi. E poi l’Esercito: «Buongiorno, ho due camion, 50 soldati e un carroponte: dove possiamo essere utili?», ci disse un capitano.

Anche noi ragazzi abbiamo voluto dare una mano: in una foto i nostri ricordi

di Matteo Pesci

Avevo 13 anni e i miei ricordi sono racchiusi in una foto (si veda sotto): raffigura me e il mio gruppo di amici di allora, con gli stivali di gomma e gli impermeabili colorati, sporchissimi di fango. Avevamo tutti tra gli 11 e i 14 anni. Nell’immagine, ci troviamo sotto il cavalcavia del Rondò, prima del ponte. La mia casa si trova a due passi da piazza San Paolo. E,come tutta la zona del centro – tranne il lungo Cherasca –, non abbiamo subito danni gravi. Abbiamo convissuto con tutte le problematiche connesse, come la mancanza di luce e di acqua potabile, ma siamo stati più fortunati rispetto ad altre aree.

È stato un periodo strano, perché da ragazzino hai una percezione diversa di ciò che accade. Le scuole erano chiuse. Ed è per questo che, noi adolescenti, non siamo rimasti fermi in casa, ma siamo scesi in strada per cercare di dare una mano. La mattina, tutti insieme, raggiungevamo la piazza Risorgimento. Era il punto in cui si ritrovavano ogni giorno i volontari, per essere smistati tra le varie zone della città allagata o sommerse dal fango. Noi piccoli venivamo assegnati a squadre con adulti, che ci seguivano. Abbiamo spalato fango in cantine e cortili, anche nell’area di corso Bra, che era davvero disastrata. La sera tornavamo a casa, tutti sporchi, e il giorno dopo eravamo di nuovo pronti a dare il nostro piccolo contributo.

A pensarci, oggi sarebbe impensabile vedere ragazzini coinvolti in operazioni di questo tipo. Ma credo che sia stato giusto così: Alba ha sofferto tantissimo, ma c’era qualcosa nell’aria, nei giorni dopo l’alluvione. Era la voglia di aiutare e c’era uno spirito di comunità che credo di non avere più vissuto nella mia vita. Forse erano proprio le persone a essere più vicine le une alle altre.

Ho sentito le grida dalle auto intrappolate

di Giovanna Demichelis

Sono all’ottavo mese e, anche quel sabato 5 novembre 1994, si va a fare la spesa. Dico a Renato di fare scorta di acqua, come un presentimento. Verso le 17, quando torniamo a casa, l’acqua esce
già dai tombini in zona Ferrero, dove abitiamo. Con noi, c’è anche mia mamma e decidiamo di portarla a Roddi, da una delle mie sorelle. Cerco di salvare qualcosa dal suo appartamento, al piano terra: non ci
riesco, perché la pancia mi fa male.

Torno al piano superiore e tento di recuperare almeno i gatti. Quando Renato rientra – alla fine, ha portato mia mamma a Corneliano, perché la strada per Roddi è impercorribile – l’acqua in cortile ha già raggiunto il metro. La macchina si spegne. Per fortuna, ho liberato i cani, che hanno trovato rifugio sotto al balcone di un vicino. Con molto coraggio, riesce a recuperarli. Siamo rimasti in casa. Verso mezzanotte, l’acqua è salita a due metri: manca uno scalino ed è al piano superiore.

Purtroppo, essendo la nostra abitazione non distante dal ponte, ho sentito per tutta la notte le voci disperate di chi è rimasto con l’auto intrappolato tra gli alberi. Alcuni si sono salvati. Altri no.
Ci siamo svegliati con il cortile pieno di fango. Ho trovato anche un mucchio di biancheria, forse proveniente da qualche laboratorio.

Non lascia il telefono per tutto il giorno: mi svegliarono i Carabinieri

di Claudio Torretta

Erano le 5.30 del 6 novembre. A casa mia, a Castagnito, a svegliarmi furono i Carabinieri, perché il Tanaro aveva spazzato via la strada provinciale per Neive. In più, la zona industriale era del tutto allagata. Mi precipitai nel mio ufficio, dando tutte le direttive. Supportato dai colleghi, per 24 ore non mi staccai dal fisso. Coadiuvai nel salvataggio di Bruno Enrico, titolare della vetreria allagata, che comunicava con me via fax. Furono portati al sicuro dai Vigili del fuoco.

Banner Gazzetta d'Alba