“Pichéta”, un termine piemontese da scoprire con Paolo Tibaldi

Abitare il Piemontese: con Paolo Tibaldi impariamo il significato di "Suagné"

ABITARE IL PIEMONTESE

Pichéta: Vinello ottenuto mediante la rifermentazione dei graspi più o meno torchiati, in acqua, con aggiunta dei grappoli di San Martino.

Terra di grandi vini, Doc, Docg e di fascette; terra di cru, vignerons e terroir; terra patrimoniale, dell’affinamento, della raffinatezza, dei bancali intercontinentali venduti con pagamento anticipato. Terra che un giorno non luccicava di benessere e ci si doveva adattare alla forma mentis del tirare avanti.

L’autunno porta con se, oltre che un clima di sublime nostalgia, la tradizione del cosiddetto cibo povero dei nostri nonni: polenta, patate, castagne e… pichéta. Ma di cosa si tratta quest’ultima? Va detto che la pichéta è una bevanda di fortuna creata in maniera intelligente da una società, quella collinare, che sapeva trarre vantaggio da condizioni d’emergenza. Una bevanda, ottenuta grossomodo dall’uva, ma non definibile vero e proprio vino.

Il procedimento per ottenerla è sempre stato piuttosto soggettivo, talvolta approssimativo a seconda delle esigenze e le disponibilità: questa sorta di vinello si ottiene dalla rifermentazione dei graspi (più e meno torchiati) in acqua, con aggiunta dei grappoli di San Martino. Questi ultimi sono quei grappoli di dimensione più ridotta rispetto a quelli classici, e crescono sulla parte alta della vite; solitamente non vengono vendemmiati insieme a tutti gli altri, ma i più robusti rimangono attaccati alla loro pianta fino a San Martino, che ricorre l’11 Novembre.

La pichéta si era soliti portarla in campagna durante il lavoro quotidiano poiché riusciva a dissetare, rinfrescando con gusto, specie nei giorni più caldi dell’anno. Oggi direbbero “vino non strutturato”, con una bassissima, se non addirittura inesistente gradazione alcoolica. Sono molteplici, e neppure tra loro assonanti, i sinonimi piemontesi di “pichéta”: rapacȓuva, aquëtta, posca, piciora, vin-cit. Erano tempi di crisi sì, ma non crisi di valori.

Pocio, castàgne dosse, capon ristì, deme da beive e ‘ndoma a deȓmì.

Nespole, castagne dolci e cappone arrostito, datemi da bere e andiamo a dormire.

Paolo Tibaldi

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