Il No ai partiti di cinquant’anni fa

Il No ai partiti di cinquant'anni fa

ALBA Oggi che sentiamo parlare al passato, con rimpianto o sollievo a seconda di dove si fissi lo sguardo, di partiti politici “storici” e “pesanti”, un titolo come “No ai partiti” spicca sul frontespizio di un dattiloscritto di mezzo secolo fa, nove pagine ordinate che sono quanto resta di una sceneggiatura cinematografica scritta ad Alba, su suo soggetto, da Alberto Canottiere in collaborazione con Pier Giorgio Gallizio. L’ha conservato, nei suoi benemeriti e sorprendenti archivi, Antonio Buccolo: che avrebbe dovuto, con lo stesso Canottiere (primo e completo autore, dunque), firmare la regia di un «documentario in bianco e nero in 16 millimetri».

Buccolo aveva già all’attivo corti e mediometraggi amatoriali (come La raccomandazione) e documentari (Missione lavoro, sulla nascita dell’Inapli); Pier Giorgio Gallizio (1935-2003), figlio di Pinot, era stato tra il 1960 e il 1965 aiuto regista di Lucio Fulci, affacciandosi su Cinecittà nel momento più esaltante del cinema italiano di genere; Alberto Canottiere (1939-1981), il più giovane, laureato in lingua e letteratura inglese, era tra i fondatori del cinecircolo il Gallo (anch’esso “creatura” del ’68) e sarebbe stato di lì a poco, insieme a Valerio Elampe e altri, nel Laboratorio universitario teatrale. Erano persone di diversa formazione e orientamenti politici, ma complementari alla realizzazione del film, che però non si arrivò mai a girare. Leggendo il testo – interessante e divertente, ma mutilo di oltre la metà – lo si può datare, da una serie di indizi interni, alla primavera del 1968: quel ’68 che ancora una volta siamo intenti a rimemorare, e nel quale, scorrendo la sceneggiatura, finiamo per essere trasportati.

La trama del finto documentario

No ai partiti sarebbe stato un finto documentario: si sarebbe avvalso di attori e toni decisamente satirici, per inquadrare e stigmatizzare, nella cornice della campagna elettorale per le elezioni politiche, i primi quattro partiti dell’epoca: la Democrazia cristiana, il Partito comunista, il Partito socialista unificato (fusione di Psi e Psdi, tra ottobre ’66 e luglio ’69) e il Partito liberale. Sullo sfondo di comizi di piazza «retorici e sbracciati» e omelie in chiesa di sacerdoti tonanti contro il divorzio, avremmo seguito le perplessità di un contadino ancora mezzadro preso in mezzo tra le raccomandazioni di voto dei possidenti e la speranza riposta nei “piani verdi” di Fanfani e Moro, e quelle di un operaio immigrato dal Meridione che abita «nel rione povero della città» e, richiamando i motivi economici che lo hanno spinto al Nord, tenta l’integrazione con il «langarolo».

Giovanni e Carmine, così si chiamano, si incontrano una domenica mattina: «passeggiano per le strade della città addobbate di manifesti. I due guardano con attenzione e stupore. Si vede: simboli di partiti in fogge strane – bocche di altoparlanti – auto addobbate di simboli politici, striscioni». È l’ultima immagine superstite: due innocenti quasi prigionieri di grottesche, mostruose entità (le «fogge strane» dei simboli le possiamo solo immaginare, ma sono uno dei tanti tratti espressionisti, o caricaturali, del film), che rappresentano un mondo vicino a parole, nei fatti lontano dalle loro vite.

Questa la premessa, e il senso, di No ai partiti: non possiamo sapere come si sarebbe sviluppata e chiusa la narrazione, che avrebbe compreso, oltre a Giovanni e Carmine, anche Peppino, un «immigrato galoppino Psu» (l’avrebbe interpretato Pier Giorgio Gallizio), e un «dottore, candidato del Pli» (parte assegnata a Gino Chiarla, indimenticato Flipòt).

Ci rimangono un oratore democristiano che rassicura sulla vigilanza del suo partito affinché il centro-sinistra non diventi una «porta aperta al comunismo»; e un suo omologo del Pci, che addita all’«aggressione capitalista nel mondo e al cosiddetto benessere di una civiltà corrotta col sangue del popolo vietnamita», mentre il montaggio sonoro apparecchia un «effetto di eco che si attacca con la musica de La banda di Mina».

Un titolo, e un film, non qualunquista o “antipolitico” ma in sintonia con la critica sessantottina alle impostazioni centralistiche, burocratiche, conservatrici, alla distanza dai movimenti giovanili, alla gestione spartitoria del potere. Significativo che, tra i partiti messi alla berlina, non compaia il Psiup: la forza politica che fu la novità di quegli anni, capace di attrarre, a sinistra, giovani militanti e intelligenze critiche – come fu senz’altro Alberto Canottiere.

Edoardo Borra

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