Gianduja, la faccia del vecchio Piemonte nel suo secolo d’oro

PERSONAGGIO  Giorgio Enrico Cavallo fa il lavoro di giornalista, vivendo tra il Roero delle origini e Mango. Ha da poco pubblicato per le edizioni Il Punto A la manera ’d Gianduja per ripercorrere la storia della maschera più famosa del Piemonte.

Giorgio, lei è un appassionato del secolo d’oro del Piemonte, dal 1700 al Risorgimento. Come si inserisce Gianduja in questo contesto?

«Mi sono appassionato al personaggio da bambino guardando uno spettacolo di burattini di Bruno Niemen. Poi sono diventato amico di Andrea Flamini, lo storico Gianduja dell’Associassion Piemontèisa di Torino. Prima che lui morisse ho raccolto le sue memorie, che ho pubblicato nel mio libro. In un certo senso, questo volume è nato da un suo desiderio. Gianduja veste come un servitore del Settecento ma nasce in età napoleonica, probabilmente nel 1802 per opera della fantasia di Giovanni Battista Sales e Gioacchino Bellone come evoluzione di un burattino più antico, chiamato Giròni (Gerolamo). L’aspetto lo contestualizza come figlio della sua epoca: livrea, parrucca con il codino, scarpe con la fibbia. Va detto che oggi grazie al prezioso lavoro dell’Istituto dei beni marionettistici di Grugliasco si stanno recuperando le figure dei due ideatori, fino a poco fa del tutto dimenticate. Credo che nel mio lavoro vengano riportati per la prima volta documenti precisi sulla loro vita».

In che misura la maschera rappresenta il carattere e la società piemontese del suo tempo?

Gianduja, la faccia del vecchio Piemonte nel suo secolo d’oro
L’autore Giorgio Enrico Cavallo.

«Gianduja nasce come servitore di una casa aristocratica: è fedele, mai intrigante. Ciò lo rende molto diverso da altre maschere, come Arlecchino o Brighella, che generalmente cercano di guadagnare alle spalle dei padroni. La sua fedeltà lo caratterizza come buon tipo piemontese: in un’epoca di rivoluzioni, nelle quali l’aristocrazia era mal vista dai dominatori francesi, Gianduja fedele ai suoi padroni rappresenta un’eccezione. È, nel suo piccolo, un controrivoluzionario. In realtà il primo Gianduja non era sempre ubriaco: l’accostamento commerciale tra il personaggio e il vino o il cioccolato venne dopo, quando la maschera, forte del successo dei suoi inventori e poi dei marionettisti Lupi, divenne molto popolare. Durante il Risorgimento veniva usato dai vignettisti per scopo di propaganda: rappresentò il Piemonte vittorioso sull’Austria, oppure diede voce all’opposizione, a quanti non volevano l’Unità d’Italia. Addirittura san Giovanni Bosco, decisamente avverso all’unificazione, dedicò a Gianduja una poesia in lingua piemontese!».

Accanto a Giuanin dla duja c’è Giacometta. Quando si inserisce e qual è il ruolo della figura femminile?

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«Curiosamente Giacometta è più antica di Gianduja. Si può supporre che questo personaggio risalga al Medioevo, legato a rituali primaverili ancestrali. Era una figura diffusa in tutta l’area padana con il nome di Girometta: c’è anche una nota canzone piemontese che la vede protagonista, la Giromëtta dla montagna. Una variazione sul tema si trova addirittura tra le composizioni di Girolamo Frescobaldi. In ogni caso il burattino di Girometta-Giacometta è nato dopo, soltanto sul finire dell’Ottocento».

Roberto Savoiardo

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