A Verduno piantiamo un bosco… da tartufi

LA PROPOSTA Dare voce al paesaggio e ai suoi frutti: mentre ci si concentra sugli healing gardens, i giardini terapeutici voluti dalla fondazione Nuovo ospedale per far rifiorire con progettisti di grido la collina dell’ospedale Pietro e Michele Ferrero, il nosocomio di Alba-Bra finalmente funzionante, un’altra idea pare finita nel dimenticatoio. Ci riferiamo al bosco tartufigeno, una proposta che aveva chiamato a raccolta un comitato spontaneo di residenti, una cinquantina, dei quali il produttore vinicolo Vittore Alessandria era stato il frontman, in un’intervista pubblicata proprio da Gazzetta d’Alba il 3 aprile 2019.
Spiega oggi il viticoltore: «Il versante era molto vocato per i tartufi prima dei lavori e rimane tale anche adesso. Dal progetto dei giardini terapeutici in itinere dovrebbero restare esclusi una decina di ettari di terreno sui quali vorremmo rilanciare l’idea di mettere a dimora piante. Si tratterebbe del più grande bosco tartufigeno che esista in zona. Oltre alle dimensioni, ci piacerebbe portare per una volta il bilancio naturalistico a zero, restituendo alla natura quanto le abbiamo tolto».

A Verduno piantiamo un bosco... da tartufi
Una bozza progettuale suggerisce la trasformazione di un’area ospedaliera attraverso l’uso del verde.

Il condizionale è d’obbligo, perché del disegno presentato si è più saputo nulla; anzi, la fondazione Nuovo ospedale, ispiratrice del primo lotto dei giardini curativi (si veda anche l’intervista nella pagina accanto), pare avrebbe intenzione di piantare un vigneto benefico su parte dei fondi, prendendo a modello un nosocomio in Borgogna. «È un versante poco vocato e mi pare una scelta quanto meno discutibile. Ci sono in effetti filari di Pelaverga in un appezzamento vicino: speriamo però che le viti non diventino la destinazione primaria di quei dieci ettari restanti, perché ci sarebbe spazio sufficiente anche per un bosco», riprende il produttore.

Il progetto del comitato, quantificato in 100mila euro, era stato affidato all’agronomo Edmondo Bonelli per la selezione delle specie tartufigene da impianto. «Della manutenzione possono occuparsi i trifolao e i fondi li possiamo trovare», riprende Alessandria. Già, perché il disegno è ancora lì: «Ci è mancato un incontro con il presidente Bruno Ceretto: la nostra impressione è che la fondazione abbia accolto con freddezza la proposta: vorrei si sapesse che siamo a disposizione per un confronto costruttivo; peraltro, avevamo stabilito contatti con l’Amministrazione di Verduno. Il tema era la pista ciclabile legata alla fondovalle e i sentieri che avrebbero potuto collegare l’area con l’abitato». Interviene anche Bernardino Allasia, giovane geologo di Sommariva Bosco: «Un bosco piantumato sarebbe una soluzione intelligente, anche perché allevierebbe i problemi di tenuta del suolo: tra l’altro, è stato l’argomento della mia tesi di laurea. L’ho scelto per la mole di dati raccolti durante le analisi preliminari alle quali ha lavorato anche mio padre, come me geologo. Apparati radicali estesi, propri degli alberi ad alto fusto, assorbirebbero l’acqua dal terreno e farebbero da collante fra i vari strati del suolo (gli orizzonti, in gergo agronomico). Ovviamente non risolverebbero eventuali problemi. L’essenza più indicata, a mio parere, sarebbe il bambù, che ha un grande sviluppo radicale».

Se vogliamo stare nel campo delle specie autoctone per ragioni paesaggistiche, il faggio e le querce sono peraltro nella lista dei papabili: non il pino, invece, che ha radici con sviluppo limitato. «Un’area verde è una proposta valida, anche perché già prima dei lavori la collina aveva noccioleti, boschi e campi», chiosa Allasia.

Davide Gallesio

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