ABITARE IL PIEMONTESE – Ricordiamo che, alla fine degli anni Novanta del Secolo scorso, quando si andava a casa d’altri o qualcuno era invitato da noi, uno dei più frequenti e inspiegabili complimenti, scambiati tra adulti agli occhi di un bambino, era: ma tì, beica che bele se pianele! (ma tu guarda che belle queste piastrelle). Da una parola in su, usciva fuori questo elogio. Con il senno di poi abbiamo intuito che fino a quel momento le case di campagna avevano pavimenti in cotto o in legno, mentre tra gli anni Ottanta e Novanta del Secolo scorso arrivò il momento del riscatto e forse bisognava partire proprio… daȓ pianele.
Se però i pavimenti precedenti prevedevano una manutenzione impegnativa, tra lavaggi e impregnante dall’odore di carrozzeria, anche le mattonelle appena arrivate richiesero spazzole lucidatrici e cera a volontà. Fa tension che ȓ’heu apen-a passà ȓa lucidatȓis! (fai attenzione perché ho appena passato la lucidatrice), era un vero spauracchio, una minaccia. In meno di un decennio, la pavimentazione domestica divenne uno status per tutta la civiltà piemontese. È chiaro che la pianela sia la piastrella, la mattonella sottile da pavimentazione.
Derivata dal latino planum (piano, piatto) + ellam, già attestata nel latino medievale planellam nel XIII Secolo. C’è poi la pianela da teit o da tavela, ovvero la tegola piatta e rettangolare. Il dizionario di Sant’Albino la descrive come un: «mattone quadrato e sottile con cui si ammattonano i pavimenti… anche ambrogetta, allorché la sua forma eccede la larghezza mezzana od ordinaria». Bité eȓ pianele a na stansia, oppure pianelé, significa lastricare una stanza e lo fa il pianelista. La pianà è una pedata, un’orma umana o di animale, mentre la pianelastȓa un terreno pianeggiante. Anche l’aspetto ludico richiama la parola: bal dȓa pianela o tre pass an sȓa pianela indicano il ballo lento; fè set pass an s’na pianela è camminare con circospezione; gieughe aȓ pianele significa lanciare una moneta per farla cadere sulla piastrella stabilita.

