Firmino Pressenda da Albaretto Torre, Alpino della tragica campagna di Russia

Firmino Pressenda da Albaretto Torre,  Alpino della tragica campagna di Russia
Firmino Pressenda in divisa da Alpino

ALBA Dal 29 al 31 dicembre 1942 due battaglioni complementi del 104° reggimento Alpini di marcia (i complementi destinati alla divisione Cuneense, al 1° e al 2° Alpini già sul fronte del Don) partirono per il fronte russo. Tra i soldati c’era anche Firmino Pressenda, classe ’22, originario di Albaretto Torre e residente ad Alba. Firmino si è spento all’età di 98 anni, il 26 febbraio nella sua casa in località Pela. Insieme a lui se n’è andato un pezzo di storia e una delle ultime testimonianze della guerra.
Il reggimento era stato formato il 20 giugno 1942 a Garessio. «Nel periodo in cui ero al colle di Nava, ogni giorno prelevavano un numero di Alpini per la Russia e un giorno è toccato anche a me. Ricordo che dissi al tenente che ero stato in ospedale perché avevo le palpitazioni di cuore e questi mi rispose “le mezze tacche non le portiamo, rimani pure qui!”. Non mi importava di essere considerato mezza tacca e fui contento che mi avesse scartato. Rimasi al colle di Nava e continuammo con le esercitazioni fino al 31 dicembre».

In quella data i seicento soldati del secondo battaglione partirono per Charkow, in Ucraina. All’arrivo «si vedeva lampeggiare il fuoco delle mitraglie e dei bombardamenti». Poi, senza che venisse detto loro nulla, vennero caricati e viaggiarono per tre giorni a ritroso. Il primo battaglione del 104°, giunto a Rossosch – sede del corpo d’armata alpino – il 1o gennaio, il 16 era stato travolto dai carri armati russi impegnati nell’offensiva Piccolo Saturno. Un massacro per le penne nere appena giunte dall’Italia, in pratica disarmate di fronte ai T34 con la stella rossa.

Più fortunato il battaglione di Firmino: da Charkow verso il fronte la linea ferroviaria era stata interrotta e il reparto fu fatto tornare indietro. «Dopo alcuni giorni di viaggio ci sistemammo in una caserma isolata e gli aerei vennero a bombardarci molto vicino. Bombardarono su di noi la sera: quegli aerei scendevano così in basso che voghivo ‘na mosca! Uscimmo tutti dalla caserma: ci furono solo quattro morti perché all’esterno c’era spazio per distanziarci e cercare riparo tra gli alberi. Tra i morti vi fu un tenente che diceva sempre: “Vado in Russia e non torno più”».

Da Gomel vennero trasferiti a Buda. Nelle tappe gli Alpini dormivano a casa delle famiglie, nelle scuole o dentro le isbe. «Si dormiva sul terrapieno, ma al coperto non faceva freddo; invece fuori vi erano temperature fino a meno 40 gradi. I fiumi erano tutti ghiacciati e la gente del posto per prendere l’acqua, rompeva le lastre e con una pertica tirava su il secchio. Erano posti per niente moderni».

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Una tradotta nel 1942.

La ritirata fu a piedi per qualche giorno; verso l’inizio di marzo, furono trasferiti in treno a Vienna dove arrivarono pieni di pidocchi: «Il tenente ci aveva avvertito che ci avrebbero spostato su un altro fronte». Continuarono a spostarsi di caserma in caserma, sempre più vicini all’Italia. Erano in provincia di Merano l’8 settembre 1943. «Arrivò l’ordine dall’alto: l’esercito era sbandato, potevamo scappare e andare dove volevamo. Subito ho portato il fucile con me, poi l’ho posato vicino a una recinzione». Il ritorno a casa avvenne tra alcune tratte di treno e lunghe marce a piedi. La solidarietà della gente aiutò Firmino e i suoi compagni a evitare i controlli dei tedeschi che setacciavano i soldati italiani per mandarli nei campi di concentramento: «Il ferroviere ci avvertì di non uscire perché facevano dei controlli, quelli che prendevano sarebbero finiti nei campi di concentramento. Erano tutti gentili».

A metà settembre, dopo un lungo viaggio lontano da città e centri abitati, Firmino arrivò «a casa all’imbrunire, era sabato. C’erano i miei genitori e i miei fratelli. Quella sera grande festa in frazione Borine, località Garabelli: per l’occasione mia mamma aveva fatto i friciò». L’alpino sarà ricordato nella Messa di trigesima domenica 4 aprile, alle 18 nella parrocchia della Moretta.

Federico Tubiello

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