Il grido di dolore degli allevatori: «Il vitello piemontese non è pagato il giusto, almeno 4 euro al chilo»

Il grido di dolore degli allevatori: «Il vitello piemontese non è pagato il giusto, almeno 4 euro al chilo»

CARNE Poche decine di centesimi in più al chilo: tanto basterebbe, secondo l’allevatore Guido Groppo, da luglio presidente del consorzio di tutela della razza piemontese, per portare i ricavi di decine di allevamenti della Granda, oggi oppressi dalle spese, a un livello che scongiurerebbe la chiusura. Spiega l’allevatore di Sommariva del Bosco, sessant’anni, eletto alla testa di un gruppo di giovani agricoltori: «Oggi il nostro prodotto non ottiene il giusto riconoscimento. È impensabile vendere, come oggi accade, un vitellone di 14 mesi, con una resa al macello del 69 per cento, a meno di quattro euro il chilo».

Le ultime quotazioni per i capi da ingrasso di piemontese parlano di tre euro e venti il chilo, «a volte anche meno: vuol dire che vendiamo sotto la soglia dei costi di produzione che sosteniamo, 3 euro e 80 centesimi. E la stima è ottimistica, perché formulata quando la soia, elemento essenziale per i mangimi, si pagava 43 euro il quintale mentre oggi «è arrivata a valerne 77». Per gli allevatori le difficoltà non sono una novità: le prime sirene d’allarme erano scattate a febbraio ma la situazione non è migliorata: a farne le spese è sopratutto il vitellone, prodotto di punta delle nostre stalle, un capo da 6 quintali e mezzo di peso. Sono stabili, invece le quotazioni di alcune varietà: «Le vitelle fra i 14 e i 16 mesi oscillano fra i 4 euro e 10 e i 4 euro e 40 il chilo; anche la vacca a fine carriera (un capo oltre i 48 mesi) vale 3 euro; le cosiddette manzotte, animali fra i 24 e i 48 mesi, arrivano anche a 3 euro e 70». Gli esemplari maschi, però, sono la maggioranza dei 350mila capi iscritte a registro: le femmine si usano, in parte, come fattrici, a scopo riproduttivo (sono 140mila).

 

L’assottigliamento dei margini risale alla crisi generata dal Covid-19: «La chiusura delle mense e del canale della ristorazione ci ha messi in crisi. Le quotazioni hanno perso fino al 25 per cento».
L’epidemia però non è l’unica spiegazione del fenomeno le cui radici sono più lontane. «Negli ultimi decenni abbiamo aumentato le dimensioni delle aziende, ma è cresciuto solo il lavoro», riprende Groppo: se a fine anni Novanta erano sufficienti 30 fattrici per far sì che un allevamento fosse redditivo, «oggi, nel mio caso, con 90, chiedo ai fornitori di aspettare qualche giorno a incassare le fatture. Il mercato ci chiede numeri sempre più grandi ma è una trappola, in questo modo peggioriamo solo la nostra qualità di vita e le aziende di collina rischiano di venir tagliate fuori».

Partendo da questi presupposti, il nuovo direttivo ha deciso di battere nuove strade, «recuperando i rapporti con la vendita al dettaglio. Le forniture alla grande distribuzione ci hanno aiutati a pagare le fatture, ma sappiamo che esiste un mercato, in aree come Lombardia, Veneto e Centro Italia, disposto a pagare di più la nostra carne: andremo a stanarlo».

Si tratterebbe di monetizzare la popolarità del marchio, aprendo nuovi canali con i dettaglianti: «Per questo parteciperemo a iMeat, fiera della carne in programma a Modena fra il 12 e il 14 settembre». Accorciare la catena di mediazione permetterebbe di ridistribuire i ricavi, oggi sbilanciati. I prezzi, invariati al dettaglio, alla fonte sono crollati: sul banco degli imputati ci sono i grandi macellatori del Cuneese, «ai quali la nostra cooperativa fornisce gli animali che vengono lavorati. Sappiamo quanto ci viene riconosciuto, ma non quanto lo paghino i supermercati che lo acquistano».

d.g.

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